
Hilma af Klint. Paintings for the Temple (1906-1915): la mostra del Grand Palais di Parigi
Dal 6 maggio al 30 agosto 2026 il Grand Palais e il Centre Pompidou presentano per la prima volta in Francia il ciclo completo dei Dipinti per il Tempio, offrendo una rilettura del ruolo di Hilma af Klint nelle origini dell'arte astratta del Novecento.
La vicenda artistica di Hilma af Klint ha profondamente modificato la narrazione delle origini dell’arte moderna. A lungo rimasta ai margini della storia ufficiale, l’artista svedese è oggi riconosciuta come una delle figure più innovative dell’astrazione, capace di anticipare linguaggi e ricerche che sarebbero stati attribuiti, solo in seguito, ai grandi protagonisti delle Avanguardie del Novecento.
Per la prima volta in Francia, una mostra monografica – aperta al pubblico dal 6 maggio al 30 agosto 2026 al Grand Palais di Parigi – offre l’occasione di esplorare il suo universo creativo, caratterizzato da una sorprendente fusione di colore, forma e simbolismo. Dalle grandi composizioni monumentali alle opere realizzate lontano dallo sguardo del pubblico, il percorso restituisce la complessità di una ricerca che sfugge alle tradizionali categorie della storia dell’arte.
Indice
Hilma af Klint: la pioniera dell’astrazione
Le opere di Hilma af Klint, rimaste volutamente nascoste per molti anni dopo la sua morte, hanno modificato profondamente il racconto tradizionale dell’arte del XX secolo, mostrando come la nascita del linguaggio astratto non sia riconducibile esclusivamente ai nomi di Wassily Kandinsky, Kazimir Malevič o Piet Mondrian.
Nata il 26 ottobre 1862 a Solna, nei pressi di Stoccolma, Hilma af Klint crebbe in una famiglia appartenente alla marina svedese. Il padre, Victor af Klint, era ufficiale di marina, mentre diversi membri della famiglia si erano distinti negli studi cartografici e astronomici. Un ambiente nel quale rigore scientifico, osservazione della natura e interesse per la misurazione del mondo costituivano elementi centrali della formazione culturale. Questa eredità avrebbe lasciato un segno profondo nel suo metodo di lavoro, caratterizzato da un’attenzione quasi sistematica all’analisi delle forme naturali e alla costruzione simbolica delle immagini.
Nel 1882 fu ammessa alla Reale Accademia Svedese delle Belle Arti di Stoccolma, uno dei pochi istituti europei che, già nella seconda metà dell’Ottocento, consentivano anche alle donne di ricevere una formazione artistica completa. Si diplomò con lode nel 1887 e intraprese una carriera pienamente inserita nella tradizione accademica. Ritratti, paesaggi, illustrazioni botaniche e naturalistiche le garantirono un solido riconoscimento professionale nella capitale svedese, tanto da esporre regolarmente e ricoprire, per un breve periodo, anche l’incarico di segretaria dell’Associazione delle Artiste Svedesi.
Fin dalla giovinezza Hilma af Klint aveva manifestato un interesse crescente per lo spiritualismo. È probabile che già nel 1879, quando aveva appena diciassette anni, abbia partecipato a una delle sedute medianiche organizzate dalla fotografa e pittrice Bertha Valerius. A rafforzare questa inclinazione contribuì anche un evento personale destinato a segnarla profondamente: la morte prematura della sorella Hermina, avvenuta nel 1880, che alimentò in lei il desiderio di interrogarsi sull’esistenza di una dimensione oltre il mondo visibile.
Negli stessi anni, lo spiritualismo conosceva una diffusione senza precedenti in tutta Europa. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, numerosi artisti, scrittori e intellettuali cercavano infatti nuove forme di conoscenza capaci di conciliare religione, scienza e filosofia. In questo clima si diffusero movimenti come il Rosacrocianesimo, la Teosofia fondata da Helena Petrovna Blavatsky e l’Antroposofia elaborata da Rudolf Steiner, dottrine che esercitarono una forte influenza anche sulla ricerca di Hilma af Klint.
L’artista iniziò ad approfondire questi insegnamenti fino a farne il fondamento della propria produzione più personale. Mentre i dipinti figurativi continuavano a rappresentare la principale fonte di sostentamento economico, quella che lei stessa definiva «la grande opera» rimaneva rigorosamente separata dalla sua attività professionale. Si trattava di un corpus destinato a un pubblico ristretto, composto quasi esclusivamente da persone interessate alla ricerca spirituale. I tentativi di mostrarlo ad ambienti affini ebbero scarso successo e gli appunti conservati nei suoi quaderni testimoniano una convinzione destinata ad accompagnarla per tutta la vita: il mondo non era ancora pronto a comprendere il messaggio racchiuso nelle sue immagini.



Un ruolo decisivo in questa fase fu svolto dall’incontro con Anna Cassel, conosciuta durante gli anni dell’Accademia. Insieme fondarono, nel 1896, il gruppo De Fem – “Le Cinque” – completato da Cornelia Cederberg, Sigrid Hedman e Mathilda Nilsson. Tutte avevano fatto parte della Società della Stella Alpina, associazione che riuniva elementi del cristianesimo, della teosofia e dello spiritualismo.
Tra il 1896 e il 1908 il gruppo si dedicò con regolarità a sedute di meditazione, pratiche medianiche e sperimentazioni di scrittura e disegno automatici, anticipando tecniche che sarebbero diventate celebri soltanto molti anni più tardi con il Surrealismo. Le partecipanti ritenevano di entrare in contatto con entità spirituali che definivano “Maestri Supremi”, attraverso intermediari dai nomi simbolici come Amaliel, Ananda e Gregor. Durante gli stati di trance registravano messaggi, immagini e simboli destinati, secondo la loro convinzione, a trasmettere conoscenze di ordine superiore.
Nel 1904 Hilma af Klint aderì ufficialmente alla Teosofia, approfondendo gli scritti di Helena Blavatsky. Nella sua biblioteca figuravano le principali opere della fondatrice del movimento insieme ai testi di Rudolf Steiner, che avrebbe conosciuto personalmente pochi anni più tardi. Proprio in questo periodo, secondo i suoi diari, iniziò a ricevere l’esortazione a intraprendere una nuova forma di pittura, completamente emancipata dalla rappresentazione del mondo naturale.
La svolta definitiva arrivò nel 1906. Hilma raccontò di aver ricevuto, attraverso la figura spirituale di Amaliel, l’incarico di realizzare una serie di opere destinate a un misterioso Tempio, edificio mai costruito ma immaginato secondo principi teosofici, dalla pianta circolare e sviluppato in una progressione ascensionale, simbolo dell’evoluzione della coscienza.
Da questa esperienza nacque il ciclo destinato a occupare il centro della sua produzione artistica: i Dipinti per il Tempio, un progetto monumentale che avrebbe accompagnato il suo lavoro fino al 1915 e che oggi rappresenta uno dei momenti fondativi della pittura astratta del Novecento. Tra il 1906 e il 1915 Hilma af Klint attraversò il periodo più intenso e fecondo della propria carriera. In meno di dieci anni realizzò circa 193 opere concepite come parti di un unico progetto spirituale.
Colori puri, forme geometriche, spirali, cerchi, ovali, lettere, diagrammi e motivi vegetali divennero il lessico di una pittura che cercava di visualizzare realtà invisibili, forze cosmiche ed energie spirituali.
Una delle prime serie del ciclo è Caos primigenio, avviata nel gennaio del 1906. Qui compare già uno degli elementi fondamentali della sua iconografia: il dialogo tra il principio maschile, identificato dal giallo e quello femminile, rappresentato dal blu. Dalla loro unione nasce il verde, colore della creazione e dell’armonia universale. L’intera composizione si sviluppa attraverso una sintassi di segni che rinuncia alla prospettiva tradizionale per organizzare lo spazio secondo relazioni simboliche.
Tra le opere più celebri dell’intero progetto figurano I Dieci Grandi, realizzati tra novembre e dicembre del 1907. Le tele, imponenti nelle dimensioni, costituiscono uno dei vertici della pittura europea dei primi del Novecento. Attraverso un linguaggio completamente svincolato dalla figurazione, raccontano le diverse fasi dell’esistenza umana: l’infanzia, la giovinezza, l’età adulta e la vecchiaia. Forme biomorfe, lettere, spirali, cellule, fiori e campiture cromatiche convivono in una costruzione di straordinaria complessità, nella quale ogni elemento allude ai processi di crescita, trasformazione e rigenerazione della vita.
Ciò che rende queste opere particolarmente significative è anche la loro cronologia. Furono infatti realizzate diversi anni prima che l’astrazione venisse codificata come linguaggio autonomo dalle avanguardie storiche. Oggi questo dato è generalmente riconosciuto dalla storiografia, anche se gli studiosi sottolineano come Hilma af Klint operasse all’interno di un contesto profondamente diverso rispetto a quello di artisti quali Wassily Kandinsky, Kazimir Malevič o Piet Mondrian. La sua ricerca non nasceva infatti da una riflessione formale sul destino della pittura, bensì dall’intento di dare forma visibile a esperienze spirituali.
Nel 1908 ebbe luogo il primo incontro con Rudolf Steiner, filosofo austriaco e fondatore dell’Antroposofia, che in quegli anni teneva conferenze in numerose città europee, compresa Stoccolma. Hilma gli mostrò parte della propria produzione, sperando di trovare un interlocutore capace di comprenderne il significato. Le testimonianze disponibili indicano che Steiner accolse il lavoro con interesse ma anche con cautela. Secondo la tradizione riportata da diverse fonti, avrebbe suggerito all’artista di non renderlo pubblico, ritenendo che il pubblico del tempo non fosse ancora preparato ad accoglierlo.
Tra il 1912 e il 1915 il ciclo dei Dipinti per il Tempio raggiunse la propria maturità. Alcune opere recuperarono riferimenti alla tradizione giudaico-cristiana, come L’albero della conoscenza del 1913; altre accentuarono invece la dimensione puramente simbolica. Emblematiche sono le Pitture d’altare della Serie X, nelle quali grandi campiture geometriche, superfici dorate e forme piramidali evocano la monumentalità della pittura sacra medievale.
Negli anni successivi al completamento dei Dipinti per il Tempio, la ricerca di Hilma af Klint non si arrestò, ma attraversò una fase di trasformazione. Dopo una pausa di circa quattro anni, l’artista tornò a lavorare con intensità, sviluppando nuovi cicli pittorici nei quali il linguaggio astratto si arricchì di riferimenti simbolici tratti dalla tradizione cristiana, dalla filosofia esoterica e dalla geometria sacra.
Nel 1920 la morte della madre segnò profondamente la sua vita. Poco dopo iniziò a trascorrere lunghi periodi a Dornach, in Svizzera, dove Rudolf Steiner aveva fondato il Goetheanum, centro internazionale del movimento antroposofico. In questa fase la pittura lasciò progressivamente spazio alla riflessione teorica, alla scrittura e alla sistematizzazione del proprio pensiero. I quaderni compilati negli ultimi decenni della sua vita testimoniano un lavoro incessante di interpretazione delle immagini e di elaborazione dei principi filosofici che avevano guidato la sua produzione.
Negli anni Trenta tornò anche a riflettere sull’idea del Tempio immaginato. Elaborò schizzi e progetti architettonici nei quali l’edificio assumeva la forma di una struttura ascensionale a spirale, concepita come luogo destinato alla contemplazione delle sue opere. Alcuni studiosi hanno osservato come questi disegni richiamino, almeno dal punto di vista formale, alcune delle prime ipotesi progettuali elaborate da Frank Lloyd Wright per il Solomon R. Guggenheim Museum di New York.
Quando morì, il 21 ottobre 1944, a Danderyd, in seguito alle conseguenze di un incidente con un tram, lasciò precise disposizioni testamentarie: il vastissimo corpus della sua produzione esoterica, composto da circa 1.300 dipinti e oltre 26.000 pagine di quaderni, appunti e disegni, non avrebbe dovuto essere reso pubblicoprima che fossero trascorsi almeno vent’anni dalla sua morte. Il nipote Erik af Klint rispettò rigorosamente questa volontà e soltanto negli anni Sessanta avviò il lungo lavoro di catalogazione dell’archivio familiare.



Per molto tempo, tuttavia, anche dopo la scadenza del vincolo imposto dall’artista, il suo lavoro rimase sostanzialmente ignorato dalla storiografia ufficiale. La svolta arrivò nel 1986, quando il Los Angeles County Museum of Art incluse alcune sue opere nella grande mostra The Spiritual in Art: Abstract Painting 1890-1985. Per la prima volta il pubblico internazionale poté confrontarsi con un corpus di dipinti che metteva radicalmente in discussione la genealogia tradizionale dell’astrazione.
Da quel momento l’interesse nei confronti della sua opera crebbe rapidamente. Musei e istituzioni iniziarono a dedicarle retrospettive sempre più ampie, mentre storici dell’arte e studiosi rivalutavano il suo ruolo nel panorama delle avanguardie europee. La consacrazione definitiva arrivò tra il 2018 e il 2019 con la mostra Hilma af Klint: Paintings for the Future al Solomon R. Guggenheim Museum di New York, che superò i seicentomila visitatori e divenne l’esposizione più visitata nella storia dell’istituzione.
La vicenda di Hilma af Klint dimostra come la storia dell’arte non sia un racconto immutabile, ma un campo in continua revisione, nel quale nuove scoperte documentarie e nuove prospettive interpretative possono ridefinire il ruolo dei suoi protagonisti.
Hilma af Klint al Grand Palais: Parigi dedica la prima grande mostra francese alla pioniera dell’astrazione
Curata da Pascal Rousseau e realizzata in collaborazione con il Centre Pompidou, temporaneamente chiuso per lavori di ristrutturazione, l’esposizione Hilma af Klint. Les peintures du Temple (1906-1915) al Grand Palais di Parigi presenta un progetto di eccezionale rilievo: per la prima volta in Francia viene infatti riunito l’intero ciclo dei Dipinti per il Tempio, realizzato tra il 1906 e il 1915 e considerato il nucleo centrale della ricerca dell’artista.
Il monumentale corpus, composto da 193 opere, comprende alcuni dei capolavori più celebri di Hilma af Klint, tra cui la serieI Dieci più grandi, dieci tele alte oltre tre metri dedicate alle diverse fasi dell’esistenza umana, dall’infanzia alla vecchiaia. Accanto a questo ciclo trovano spazio anche nuclei fondamentali della sua produzione, come Caos originario, Evoluzione,Il Cigno e le monumentali Pale d’altare, che testimoniano la progressiva elaborazione di un linguaggio fondato su forme geometriche, colori intensi e un articolato sistema di simboli.
Come sottolinea il curatore Pascal Rousseau, l’eccezionale originalità della sua opera mette radicalmente in discussione i pregiudizi che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, negavano alle donne la possibilità di una reale invenzione creativa. Secondo l’artista, i dipinti non erano il risultato esclusivo dell’immaginazione individuale, ma nascevano sotto l’influenza di quelle che definiva “guide”, “angeli”, “committenti” o “guardiani”, entità spirituali con cui riteneva di entrare in contatto durante il processo creativo. Una concezione che, pur dialogando con la cultura simbolista del tempo, si allontana dall’idea romantica dell’artista-genio per proporre una visione profondamente diversa dell’atto creativo.
L’esposizione del Grand Palais rappresenta quindi un passaggio storico anche per il pubblico francese. Oltre a colmare l’assenza, finora sorprendente, di una grande mostra monografica dedicata a Hilma af Klint, il progetto offre una rilettura complessiva della sua ricerca, approfondendone le molteplici matrici culturali, dall’esoterismo alla cultura scientifica, dal folklore nordico alla riflessione filosofica; ma soprattutto invita a interrogarsi sul ruolo che le artiste hanno avuto nella costruzione della modernità, troppo spesso marginalizzato dalla storiografia tradizionale.
Andrete a vedere la mostra Hilma af Klint. Paintings for the Temple (1906-1915) al Grand Palais di Parigi? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!
Informazioni utili per la visita
Hilma af Klint. Paintings for the Temple (1906-1915)
A cura di Pascal Rousseau
Dal 6 maggio al 30 agosto 2026
Grand Palais
Square Jean Perrin - 17 Avenue du Général Eisenhower 75008 Parigi
Orari: tutti i giorni dalle 10:00 alle 19:30, il venerdì fino alle 22:00. Ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura della mostra e la biglietteria chiude un’ora prima della chiusura. La prenotazione online è fortemente consigliata per tutti i visitatori, compresi coloro che hanno diritto all'ingresso gratuito.
Biglietti: intero 15€ / ridotto 12€ / per verificare le condizioni di riduzione o gratuità, consultare il sito ufficiale.
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