
Nuits Balnéaires. Eboro: un ritorno poetico agli antenati alla Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi
Alla Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi, Nuits Balnéaires presenta Eboro, il progetto nato con il programma Latitudes di Hermès: un viaggio tra fotografia contemporanea africana, memoria familiare, spiritualità Akan e identità.
Realizzato nell’ambito di Latitudes, il programma della Fondation d’entreprise Hermès dedicato alla creazione contemporanea, Eboro rappresenta il secondo progetto selezionato per l’iniziativa firmato da Nuits Balnéaires. Presentata il 20 maggio alla Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi, l’esposizione resterà aperta al pubblico fino al 4 ottobre 2026.
Negli ultimi anni, Nuits Balnéaires ha sviluppato una ricerca artistica di natura profondamente interdisciplinare, costruendo una pratica che attraversa arti visive, moda e sperimentazione. Il suo linguaggio si articola attraverso un fitto dialogo con il cinema, la letteratura, il teatro, la performance e la storia culturale, dando vita a un immaginario in cui discipline e riferimenti si mescolano. Se da un lato il suo lavoro conserva un saldo radicamento a Grand-Bassam, città costiera della Costa d’Avorio situata a est di Abidjan, dove vive e opera, dall’altro si alimenta di un confronto costante con una pluralità di comunità culturali internazionali.
Con Eboro, l’artista consolida ulteriormente il proprio percorso, confermandosi tra le voci emergenti più significative della scena artistica africana contemporanea.
Indice
Chi è Nuits Balnéaires: voce emergente della scena africana contemporanea
Nato e cresciuto ad Abidjan all’interno di una numerosa famiglia di origine Akan Agni-Bona e Malinké, Nuits Balnéaires è un artista visivo multidisciplinare, art director e poeta ivoriano che vive e lavora a Grand-Bassam. Alla base della sua ricerca vi sono le tradizioni, la cultura e il patrimonio spirituale delle comunità da cui proviene. Al centro della sua poetica vi è l’oceano, inteso come elemento universale capace di mettere in relazione luoghi, storie e civiltà.
Il legame con il Golfo di Guinea e con il paesaggio costiero della Costa d’Avorio attraversa la sua intera produzione, spiegando la costante presenza dell’acqua nelle sue fotografie, nei suoi film e nei suoi testi poetici. L’indagine sul rapporto tra vita e morte e sulla possibilità di un dialogo tra queste due dimensioni costituisce uno dei nuclei centrali della sua pratica artistica. Da questa tensione nascono opere in cui riferimenti spirituali e quotidiani convivono in un equilibrio che restituisce immagini al tempo stesso contemplative, classiche e profondamente contemporanee.
Tra i progetti più significativi figura The Power of Alliances, serie realizzata durante un anno di ricerca nell’ambito della borsa di giornalismo visivo promossa dalla World Press Photo Foundation e dalla Tony’s Chocolonely Foundation. Il lavoro ha ottenuto un’ampia attenzione internazionale, trovando spazio anche sulle pagine del Guardian. La vicinanza di Grand-Bassam alle comunità artigiane locali ha inoltre incoraggiato lo sviluppo di una pratica sempre più orientata alla sperimentazione e alla collaborazione, contribuendo ad ampliare la trama di connessioni che attraversa la sua ricerca.
Nel corso della sua carriera ha esposto ad Art X Lagos, alla Fiera Internazionale d’Arte Contemporanea 1-54 di Parigi, in collaborazione con Christie’s e a FNB Art Johannesburg, oltre a partecipare a numerose mostre in Costa d’Avorio, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Paesi Bassi e Australia. Le sue fotografie e i suoi film sono stati pubblicati da testate e piattaforme internazionali come Ocula, The New York Times, Quartz, Vogue, i-D, The Guardian, ELLE, Natal, BubblegumClub, GIDA Journal, Dry, OkayAfrica, Swinging Africa, Contemporary And, REPUBLIK, Le Temps e Aperture.
Nel maggio 2022 è stato invitato a tenere la sua prima lezione presso la Haute école d’art et de design (HEAD) di Ginevra. Pochi mesi dopo, nel novembre dello stesso anno, è stato inserito da NATIVE & GUAP Magazine nella lista dei dodici talenti dell’Africa occidentale destinati a ridefinire i rispettivi settori creativi.
Nel 2025 è stato selezionato come vincitore di Inspiration Bénin – Au Cœur des Mondes Africains, importante programma di residenza promosso dall’Institut Français du Bénin e realizzato in collaborazione con MansA – Maison des Mondes Africains.
Nello stesso anno realizza Eboro, un corpus di opere sviluppato nell’ambito di Latitudes, il programma internazionale della Fondation d’entreprise Hermès dedicato al sostegno della fotografia contemporanea emergente. Nuits Balnéaires è il secondo vincitore dell’iniziativa, selezionato da una giuria composta dai rappresentanti della Fondation d’entreprise Hermès, della Fondation Henri Cartier-Bresson e dell’International Center of Photography (ICP).
Nuits Balnéaires, il viaggio di Eboro: memoria, spiritualità e fotografia oltre il visibile
Nel seminterrato della Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi, il percorso espositivo offre l’occasione per interrogarsi sulla capacità della fotografia di costruire il racconto. È qui che prende forma Eboro, il nuovo progetto di Nuits Balnéaires, in mostra fino al 4 ottobre 2026 nell’ambito del programma Latitudes. Dopo la presentazione all’ICP, la serie approda a Parigi prima di proseguire il proprio itinerario ad Abidjan nel 2027, accompagnata da un volume bilingue pubblicato da Atelier EXB e dalla Fondation d’entreprise Hermès.
Con Eboro, l’artista approfondisce una riflessione transgenerazionale sui legami tra patrimonio genetico, spirituale e culturale. Attraverso una narrazione densa, contemplativa e stratificata, richiama figure appartenenti alla memoria familiare e all’immaginario mitologico, costruendo un racconto attraversato da una malinconia luminosa e da una nostalgia attiva che richiama il concetto portoghese di saudade.
L’ingresso nella mostra è segnato da una precisa costruzione cromatica. Il blu intenso delle acque del Golfo di Guinea domina le prime immagini, immergendo lo spettatore in un paesaggio che appare insieme reale e mentale. Poco oltre, il rosso invade progressivamente lo spazio espositivo, conferendo alla sequenza fotografica una dimensione simbolica in cui esperienza personale e ritualità entrano costantemente in dialogo.



Non si tratta di una semplice scelta estetica: i colori diventano parte integrante della narrazione e scandiscono il passaggio tra mondi differenti e soprattuttotra memoria e trasformazione.
Il titolo Eboro richiama un concetto appartenente alla tradizione metafisica dei popoli N’zima e Agni-Bona della Costa d’Avorio e del Ghana. Nella cosmologia a cui Balnéaires fa riferimento, Eboro è insieme il luogo delle origini dell’umanità e lo spazio di ritorno del doppio immateriale dell’essere umano, che dopo la morte si ricongiunge ai propri antenati. È uno spazio liminale, un territorio di passaggio nel quale il confine tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti perde consistenza.
Da questa concezione prende avvio una riflessione che attraversa tutto il progetto: fino a che punto il patrimonio genetico, spirituale e culturale condiziona le nostre esistenze? Quanto delle nostre scelte appartiene davvero al presente e quanto, invece, deriva da storie che precedono la nostra nascita?
Il punto di partenza della ricerca coincide con una vicenda familiare rimasta irrisolta. Il 22 luglio 1986, a Dakar, scomparve in circostanze mai chiarite Noël X. Ebony, giornalista, poeta e drammaturgo ivoriano, figura centrale della cultura postcoloniale africana e zio dell’artista. Sebbene Nuits Balnéaires non lo abbia mai conosciuto personalmente, la sua presenza ha attraversato l’infanzia dell’artista attraverso i racconti familiari, fino a trasformarsi in una sorta di interlocutore invisibile.
È proprio l’incontro con le raccolte poetiche dello zio, da Déjà vu a Quelque part, pubblicata postuma, a innescare la nascita di Eboro. Progressivamente il progetto assume la forma di un’indagine identitaria che si concentra su una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: Sono Noël X. Ebony?
La questione non riguarda soltanto una somiglianza familiare o biologica. Nella tradizione Akan, il nipote occupa infatti una posizione privilegiata nel rapporto con lo zio materno, accompagnandolo simbolicamente nel passaggio verso il mondo degli antenati. Nuits Balnéaires trasforma questa eredità spirituale in un dispositivo narrativo attraverso cui esplorare il peso della memoria transgenerazionale, evitando qualsiasi approccio illustrativo o documentario.
Un’unica figura ritorna con insistenza lungo il percorso espositivo: un poeta-pescatore che percorre le rive dell’oceano trasportando un grande baule di pelle rossa. È difficile non riconoscervi un’evocazione dello stesso Noël X. Ebony, ma l’artista evita accuratamente qualsiasi identificazione definitiva. Quel personaggio diventa piuttosto un archetipo, una presenza in grado di incarnare simultaneamente antenato, alter ego e guida spirituale.
L’oceano costituisce il vero protagonista silenzioso dell’intera serie. Lontano dall’essere semplice sfondo paesaggistico, assume la funzione di spazio simbolico nel quale si incontrano migrazione, esilio e trasmissione culturale. Come lo stesso Noël X. Ebony aveva attraversato il Golfo di Guinea trasferendosi dalla Costa d’Avorio al Senegal, anche il percorso immaginato da Nuits Balnéaires attraversa territori e generazioni, suggerendo come la mobilità abbia storicamente contribuito alla costruzione delle identità dell’Africa occidentale.
La migrazione non viene rappresentata come frattura, ma come processo di trasformazione. Le immagini suggeriscono che le identità nascono dall’intreccio continuo tra geografie, lingue, memorie familiari e appartenenze culturali, rifiutando qualsiasi idea di origine fissa o immutabile.
L’artista stesso riconduce questa riflessione alla teoria delle costellazioni familiari, individuando nelle relazioni tra generazioni la possibilità di comprendere l’origine di traumi che continuano a manifestarsi nelle esperienze contemporanee. L’immaginazione, in questo senso, diventa uno strumento di ricomposizione piuttosto che di evasione.
Se la prima parte della mostra è dominata dall’orizzonte marino e dalla dimensione del viaggio, la seconda introduce un registro visivo più teatrale e allegorico. Il blu lascia progressivamente spazio al rosso e al nero, colori che assumono un preciso valore rituale all’interno della cultura Akan. Nuits Balnéaires li utilizza per evocare il passaggio tra il mondo materiale e quello spirituale, facendo riferimento ai codici cromatici tradizionalmente associati ai momenti di transizione e ai rituali funebri.
L’artista sottolinea di aver realizzato il progetto seguendo un processo fortemente intuitivo, lasciando che forme, colori e silhouette trovassero autonomamente il proprio equilibrio. L’intuizione, tuttavia, non esclude una rigorosa costruzione iconografica. Ogni immagine è attraversata da riferimenti provenienti dalla cosmologia Akan, dalla tradizione religiosa africana, dall’immaginario biblico, dalla letteratura e dal cinema, fino a generare un linguaggio visivo in cui simboli appartenenti a culture differenti convivono senza perdere la propria specificità.
Tra gli elementi ricorrenti compaiono i simboli Adinkra, sistema iconografico sviluppato dalle popolazioni Akan e utilizzato per rappresentare principi morali, valori sociali e concezioni cosmologiche. Accanto a essi trovano spazio figure animali cariche di significati simbolici. Il camaleonte, ad esempio, assume il ruolo di guida lungo il percorso dell’opera, incarnando la capacità di adattamento, il multiculturalismo e la trasformazione continua dell’identità. Altri simboli sfuggono invece a qualsiasi interpretazione univoca. Il serpente, presenza costante nella storia delle religioni e delle mitologie, conserva la propria ambivalenza: nella tradizione biblica rimanda insieme alla conoscenza e alla caduta, mentre in numerose culture africane rappresenta una forza protettiva o una vera e propria entità divina. Nuits Balnéaires evita di sciogliere questa tensione, preferendo lasciare convivere significati diversi all’interno della stessa immagine.
È proprio questa sovrapposizione di riferimenti a distinguere Eboro da una semplice rilettura delle tradizioni ancestrali. I simboli vengono continuamente ricontestualizzati e le immagini parlano contemporaneamente di memoria familiare, spiritualità, storia africana, migrazione e cultura contemporanea.
Un ruolo centrale è affidato anche agli oggetti. Tra questi emerge un grande baule di pelle rossa che accompagna il poeta-pescatore lungo tutto il suo viaggio. Pur rimanendo costantemente visibile, il baule non viene mai aperto. L’artista lo descrive come un contenitore di risposte che restano intenzionalmente celate. Il valore dell’oggetto non risiede quindi nel suo contenuto, ma nella possibilità stessa dell’attesa.
Il film che accompagna la mostra si inserisce nella medesima costruzione narrativa. Organizzato in capitoli scanditi da una rigorosa codifica cromatica, alterna registri intimi a sequenze che richiamano esplicitamente il linguaggio del cinema.
L’intero progetto trova ulteriore sviluppo negli incontri pubblici organizzati dall’artista durante il periodo espositivo. Presso il centro culturale Transplantation di Parigi, Nuits Balnéaires ha affiancato alla mostra letture poetiche, interventi musicali e conversazioni dedicate ai rapporti familiari, al lutto e alla trasmissione della memoria. Questi appuntamenti costituiscono un’estensione naturale del progetto, confermando il carattere multidisciplinare della sua pratica.
In Eboro la scrittura assume infatti un ruolo centrale. L’impressione complessiva è quella di una poesia costruita per immagini: i corpi affiorano dall’oscurità come presenze teatrali, i paesaggi sembrano appartenere a una temporalità rarefatta, mentre l’oceano si impone come una confine che separa e al tempo stesso unisce il mondo dei vivi e quello degli antenati.
La malinconia che attraversa l’intero progetto non è concepita mai come una nostalgia passiva e fine a sé stessa. È piuttosto una forza generativa, che trasforma il ricordo in materia creativa, aprendo nuove possibilità di dialogo con il passato. L’opera rifugge sia l’estetizzazione dell’identità sia una narrazione esclusivamente documentaria, scegliendo un registro più articolato in cui autobiografia, ritualità, finzione e ricerca storica coesistono. La fotografia si afferma così come un territorio dell’immaginazione, capace di accogliere la dimensione del mito senza rinunciare a una riflessione di carattere politico e culturale.
Accostando con delicatezza la malinconia e il trauma legati alla vicenda dello zio, Nuits Balnéaires costruisce un’opera che guarda alla memoria come possibilità di riconciliazione. In questa prospettiva, l’immaginazione assume il valore di uno strumento attraverso cui interrogare e contribuire alla guarigione delle ferite transgenerazionali.
Andrete a vedere la mostra Nuits Balnéaires. Eboro alla Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!
Informazioni utili per la visita
Nuits Balnéaires. Eboro
Dal 20 maggio al 4 ottobre 2026
Fondation Henri Cartier-Bresson
79 Rue des Archives, 75003 Paris, Francia
Orari: da martedì a domenica dalle 11:00 alle 19:00. Chiuso il lunedì.
Biglietti: intero10€ / ridotto 6€ / per verificare le condizioni di riduzione o gratuità, consultare il sito ufficiale.
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