
Palazzo Corrodi a Roma: storia, architettura, curiosità della casa degli artisti di Campo Marzio e la visita grazie a Open House Roma
Dagli atelier voluti da Hermann Corrodi alla casa di Trilussa, dalla nascita della radio italiana agli studi cinematografici e al restauro di Paolo Portoghesi: la storia di Palazzo Corrodi nel cuore di Roma.
Nel rione Campo Marzio, tra il lungotevere Arnaldo da Brescia e le vie Luisa di Savoia, Maria Adelaide di Savoia e Maria Cristina di Savoia, si trova Palazzo Corrodi, un edificio che occupa un intero isolato. Costruito tra il 1903 e il 1906 su progetto dell’ingegnere Gualtiero Aureli, nacque da un’intuizione del pittore paesaggista Hermann Corrodi, accademico di San Luca, che immaginò un luogo interamente dedicato agli studi d’artista.
Oggi Palazzo Corrodi è una testimonianza viva della storia culturale e architettonica di Roma. Nato come casa degli artisti e divenuto nel tempo sede della radio, del cinema e di nuove esperienze culturali, continua a custodire la visione del suo fondatore.
Indice
La storia di Palazzo Corrodi, la casa degli artisti di Roma
Palazzo Corrodi nacque dalla visione di Hermann David Salomon Corrodi, pittore di origine svizzera naturalizzato italiano, accademico di San Luca e tra i più apprezzati paesaggisti e orientalisti del suo tempo. Fu proprio Corrodi a immaginare un edificio interamente destinato ad accogliere atelier d’artista, capace di offrire spazi luminosi e funzionali in una zona della città destinata a diventare uno dei nuovi poli della vita culturale romana.
Il progetto fu affidato all’ingegnere Gualtiero Aureli, che realizzò il complesso tra il 1903 e il 1906. L’architettura rispondeva perfettamente alla destinazione d’uso: alto circa ventitré metri e articolato su tre livelli, il palazzo ospitava originariamente diciassette atelier, progettati per garantire condizioni ottimali di lavoro agli artisti grazie alle grandi superfici finestrate. Le facciate alternano bifore e trifore ai piani superiori, mentre il piano terreno è scandito da ampie aperture ad arco ribassato che conferiscono all’edificio un’immagine monumentale ma al tempo stesso estremamente funzionale.
Anche il programma decorativo delle facciate richiama esplicitamente la vocazione artistica dell’edificio. Su via Luisa di Savoia compaiono bassorilievi raffiguranti tavolozze, pennelli e strumenti del mestiere del pittore, mentre sulla facciata di via Maria Cristina una composizione allegorica celebra la gloria dell’arte, quasi a dichiarare fin dall’esterno la funzione culturale del complesso.
Fin dai primi anni del Novecento Palazzo Corrodi divenne, infatti, uno dei principali punti di riferimento per la comunità artistica romana, dove numerosi protagonisti della cultura italiana scelsero di trasferire il proprio studio.
Tra gli artisti che lavorarono negli atelier figurano Enrico Coleman, Onorato Carlandi, Giulio Aristide Sartorio, Paolo Michetti e lo scultore Christian Hendrik Andersen, personalità che contribuirono a fare dell’edificio uno dei centri più vivaci della produzione artistica italiana della prima metà del Novecento.
Trilussa e la casa-studio più famosa di Palazzo Corrodi
Tra tutti gli studi di Palazzo Corrodi, nessuno avrebbe raggiunto la fama di quello abitato da Carlo Alberto Salustri, universalmente conosciuto con lo pseudonimo di Trilussa, anagramma del suo cognome.
Nel 1915 il poeta riuscì ad affittare uno degli atelier presentandosi come pittore, forte della propria abilità nel disegno. Lo studio era stato occupato fino a poco tempo prima da un artista bulgaro, costretto a rientrare in patria allo scoppio della guerra.
Per Trilussa quella sistemazione rappresentava la soluzione ideale. Amava ricordare di non aver mai abitato fuori dal rione Campo Marzio e il nuovo atelier gli permetteva di rimanere nel quartiere, pur lasciandosi alle spalle gli spazi angusti della casa di via del Babuino. L’edificio offriva ambienti moderni, soffitti altissimi, grandi finestre e una sorprendente tranquillità, nonostante la posizione centralissima a pochi passi da Piazza del Popolo.



Sfruttando la notevole altezza dell’ambiente, il poeta trasformò l’atelier in una singolare abitazione su più livelli. Un ampio soppalco ligneo ospitava la zona privata, mentre il vasto salone sottostante divenne il luogo in cui riceveva amici, artisti e intellettuali.
Nel 1921 Louise Schwartze, vedova di Hermann Corrodi, regolarizzò definitivamente la presenza del poeta stipulando un contratto triennale. Lo studio era ormai diventato una delle curiosità più celebri della città, tanto da essere inserito nelle guide turistiche dell’epoca e frequentemente raccontato dalla stampa.
L’abitazione di Trilussa appariva come una moderna Wunderkammer, una camera delle meraviglie nella quale convivevano oggetti d’arte, curiosità antiquarie e cimeli raccolti negli anni presso rigattieri, antiquari o ricevuti in dono dagli amici. Lo stesso poeta definiva quell’ambiente «la mia casa romantica, scettica, ironica».
Lo spazio principale misurava circa dieci metri per lato. Dal grande salone si accedeva alla sala da pranzo, collegata alla cucina attraverso un passavivande. Una scala conduceva al soppalco in legno, interamente rivestito di librerie, dove trovavano posto la camera da letto, il bagno e lo studio con lo scrittoio del poeta, collegati da un corridoio coperto illuminato da piccole finestre. Sotto il ballatoio una piattaforma rialzata accoglieva un tavolo, una poltrona e alcuni stipetti. In un angolo appartato trovava posto perfino una piccola cappella privata con altare, mentre una porta conduceva al giardino retrostante.
Tra gli elementi più curiosi figurava la celebre “scala del paradiso”, una scala lignea donata a Trilussa da alcuni operai della compagnia telefonica e successivamente decorata di verde con stelle e angeli dorati, in un intervento attribuito a Eduardo De Filippo.
L’abitazione era inoltre popolata da strumenti musicali di ogni genere, dalla chitarra all’harmonium Müller a doppia tastiera, dall’ottavino fino a una sega musicale. Tutto conviveva con poltrone in cuoio, divani rivestiti di seta, armadietti, soprammobili e libri, creando un ambiente straordinariamente denso e personale, nel quale il poeta trascorse gli ultimi trentacinque anni della propria vita.
Trilussa abitò il suo studio di Palazzo Corrodi fino al 21 dicembre 1950, morendo appena venti giorni dopo la nomina a senatore a vita conferitagli dal secondo Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi. Alla sua scomparsa l’appartamento conservava ancora intatti arredi, manoscritti, libri, opere d’arte, ricordi personali e tutti quegli oggetti che avevano contribuito a trasformarlo in uno degli ambienti più celebri della vita culturale romana.
L’importanza storica e letteraria di quello spazio fu riconosciuta ufficialmente il 3 febbraio 1951, quando il Ministero della Pubblica Istruzione dichiarò lo studio di «interesse particolarmente importante». Il vincolo aveva anche lo scopo di proteggere lo studio dalle controversie ereditarie sorte dopo la morte del poeta. Tuttavia la volontà espressa da Trilussa, che avrebbe desiderato lasciare la propria casa al Comune di Roma o all’Accademia di San Luca mantenendola inalterata, non fu rispettata.
Nel 1954 gli eredi cedettero infatti tutti i diritti relativi allo studio alla società cinematografica Fono Roma, che nel frattempo stava progressivamente acquisendo l’intero complesso di Palazzo Corrodi. La società organizzò un primo allestimento della casa-museo, donando successivamente materiali e arredi al Comune di Roma e ottenendo il pieno possesso dei locali nel 1961, dopo un nuovo intervento architettonico diretto da Andrea Busiri Vici.
Ancora oggi una targa marmorea collocata accanto al grande finestrone di via Maria Adelaide 7 ricorda la presenza del poeta. Vi è incisa la poesia Lunga è la strada, apposta nel 1954 in occasione del quarto anniversario della sua morte.
L’arrivo della radio e del cinema a Palazzo Corrodi: il primo annuncio dell’Italia moderna
Il 27 agosto 1924 nacque a Roma l’Unione Radiofonica Italiana (URI), alla quale il Governo affidò in esclusiva il servizio nazionale di radiodiffusione. Palazzo Corrodi fu scelto per ospitare il primo studio radiofonico della società.
Fu proprio da questi ambienti, che il 6 ottobre 1924 alle ore 21, una voce femminile annunciò l’inizio delle trasmissioni radiofoniche italiane, inaugurando una nuova epoca nella storia della comunicazione del Paese.
Quell’esperienza avrebbe costituito il primo nucleo dell’ente destinato a diventare, negli anni successivi, la RAI. A ricordare questo passaggio fondamentale della storia della radio italiana c’è una targa commemorativa collocata sull’edificio nel 2014.
Negli anni Trenta il palazzo divenne anche uno dei principali poli romani dell’industria cinematografica internazionale. Nel 1932 la Metro-Goldwyn-Mayer avviò i lavori per la realizzazione della propria sede romana al piano terreno dell’edificio. Il progetto fu affidato ad Andrea Busiri Vici, esponente di una delle più importanti dinastie di architetti romani.
Busiri Vici sostituì il carattere umbertino degli interni con un’impronta decisamente modernista. Tramezzi, cornici, capitelli, basamenti e travature decorative furono demoliti per lasciare spazio a un ambiente essenziale dominato da due grandi pilastri centrali.
Attorno a questi si sviluppavano due scale in legno che conducevano al soppalco. Una sola balaustra accompagnava contemporaneamente il parapetto superiore e l’andamento elicoidale delle rampe, evocando con il proprio disegno il movimento continuo della pellicola cinematografica.
Busiri Vici impiegò materiali allora innovativi, come l’anticorodal, una particolare lega di alluminio utilizzata per serramenti, maniglie e parapetti. Con lo stesso materiale Assia Olsouffieff, moglie dell’architetto, realizzò il grande leone alato simbolo della Metro-Goldwyn-Mayer, collocato sulla balaustra del soppalco.
L’arredo, anch’esso disegnato dall’architetto, prevedeva scrivanie in rovere, coordinate con porte e scale lignee, accostate alle celebri sedute in tubolare metallico progettate da Marcel Breuer e prodotte dalla Thonet. Pareti color grigio perla e pavimentazioni in linoleum verde completavano uno spazio improntato a un rigoroso equilibrio geometrico.
Accanto agli uffici della Metro-Goldwyn-Mayer trovò sede – come già accennato – anche la Fono Roma, società specializzata nella sonorizzazione e nel doppiaggio cinematografico.



Presente nell’edificio già dal 1934 come affittuaria di alcuni locali, la società acquistò progressivamente l’intero complesso tra il 1946 e il 1952, dando avvio a una lunga serie di interventi edilizi che modificarono profondamente l’impianto originario progettato. Persino l’iscrizione «Atelier Corrodi», collocata sulla facciata che dava sul Tevere, fu sostituita dal nome della società.
Gli spazi interni furono riconfigurati per soddisfare le esigenze della produzione cinematografica. Furono realizzate quattro sale dedicate al doppiaggio e alla registrazione musicale. Le sale A e B, completamente rivestite di tappeti e pannelli in rock wool per l’assorbimento acustico, erano destinate alla sincronizzazione e al mixaggio delle colonne sonore. Le sale R ed M ospitavano invece le registrazioni musicali, comprese quelle affidate a grandi orchestre.
Particolare attenzione fu dedicata all’isolamento acustico, ottenuto mediante murature in blocchi di tufo, giunti antivibranti, pavimenti galleggianti, sistemi di assorbimento interno e soluzioni tecniche studiate per limitare la propagazione del suono.
Fino alla fine degli anni Ottanta negli studi di Palazzo Corrodi venivano lavorati ogni mese circa quaranta film destinati alle principali case di produzione italiane e statunitensi, tra cui 20th Century Fox, Paramount Pictures e Warner Bros.
Il restauro di Paolo Portoghesi tra conservazione e innovazione
Dopo decenni di trasformazioni legate alle esigenze dell’industria cinematografica e del doppiaggio, Palazzo Corrodi giunse alla fine degli anni Ottanta con un assetto profondamente diverso da quello immaginato da Gualtiero Aureli.
Una nuova fase della storia dell’edificio si aprì tra il 1988 e il 1992, quando la Cassa Italiana di Previdenza e Assistenza dei Geometri decise di acquistare il complesso per trasformarlo nella propria sede istituzionale. L’intervento fu affidato a Paolo Portoghesi, affiancato dall’architetto Giancarlo Bertocchini, con l’obiettivo di restituire dignità storica al palazzo senza rinunciare alle esigenze di una moderna sede di rappresentanza.
Il progetto si confrontava con una duplice sfida. Da un lato occorreva recuperare un edificio sottoposto a decenni di interventi spesso invasivi; dall’altro era necessario adattarlo a nuove funzioni, dotandolo di spazi per uffici, sale di rappresentanza, ambienti destinati a convegni e servizi tecnologicamente avanzati.
Le murature portanti furono rinforzate mediante iniezioni di boiacca cementizia, mentre i muri perimetrali furono consolidati con intonaci additivati con fibre di polipropilene. Particolare attenzione fu dedicata al recupero delle facciate, restaurate impiegando tecniche tradizionali dell’edilizia romana e una pittura a calce bicromatica che restituì all’edificio l’aspetto originario. Anche i nuovi infissi, realizzati in metallo color bronzo e legno massello di rovere, furono progettati nel rispetto dei materiali e delle proporzioni storiche.
Diverso fu invece l’approccio riservato agli interni. In assenza di una documentazione sufficientemente completa che consentisse di ricostruire con precisione l’assetto originario, Portoghesi rinunciò a un restauro filologico. Preferì invece elaborare un progetto capace di reinterpretare la memoria del luogo attraverso un linguaggio contemporaneo.
Per restituire continuità agli ambienti, Portoghesi eliminò gran parte degli elementi superflui accumulati nel corso dei decenni, recuperando la spazialità ampia immaginata da Aureli per gli atelier. Al piano terreno la successione degli ambienti si presenta come uno spazio continuo che collega i due atri d’ingresso, il salone della scala monumentale e quello antistante l’auditorium.
La pavimentazione contribuisce in modo decisivo a questa continuità. Nei saloni principali il marmo policromo alterna lastre chiare e scure, generando un motivo geometrico che richiama una scacchiera tridimensionale irradiata da una stella centrale costruita attraverso cubi prospettici.
Lo stesso disegno ritorna nella balaustra della scala elicoidale, dove una fascia decorativa composta da trapezi alterna tonalità di azzurro chiaro e blu elettrico, richiamando cromaticamente la volta sovrastante.
Anche il soffitto del salone accanto all’auditorium riprende il tema della geometria. Una struttura metallica sostiene pannelli di vetro nei colori complementari del giallo e del blu, filtrando la luce naturale e rafforzando il dialogo tra architettura e illuminazione.
Ogni dettaglio contribuisce a costruire un linguaggio coerente. I motivi decorativi del pavimento trovano continuità nelle porte monumentali della Sala Trilussa, impreziosite da un timpano superiore e da un disegno a losanghe che richiama quello degli ascensori, mentre materiali, colori e proporzioni stabiliscono un filo conduttore tra tutti gli ambienti di rappresentanza.
Tra gli spazi più rappresentativi del nuovo progetto c’è la Sala Trilussa. La progettazione dell’auditorium fu preceduta da un accurato studio acustico, indispensabile per garantire elevate prestazioni durante conferenze e incontri pubblici.
L’elemento dominante è il grande soffitto, attraversato da una trama di nervature in stucco che disegna tre grandi quadrati sviluppati lungo l’asse della sala. Oltre a definire l’identità formale dell’ambiente, questa struttura nasconde il sistema di illuminazione indiretta, creando un raffinato alternarsi di luci e ombre che accentua la profondità dello spazio. L’armonia cromatica della sala si sviluppa attraverso tonalità calde, comprese tra il rosa pesca e il mattone, riprese dalle poltrone Frau e dagli altri elementi d’arredo.
L’adeguamento funzionale dell’edificio comportò anche profonde modifiche distributive. Per ricavare le nuove sale riunioni al piano terra fu eliminato il mezzanino che ospitava l’appartamento di Trilussa. Gli arredi della dimora del poeta, tuttavia, furono salvaguardati e oggi sono conservati al Museo di Roma in Trastevere, dove mobili, lampade e oggetti d’arredo continuano a testimoniare quell’importante capitolo della storia del palazzo.
La rifunzionalizzazione ha inoltre dotato l’edificio di una moderna sala conferenze con oltre 150 posti e di un autosilo disposto su due livelli interrati, capace di ospitare 38 automobili, integrando così nuove esigenze operative senza rinunciare alla qualità architettonica.
La scala sospesa, simbolo del nuovo Palazzo Corrodi
Il fulcro del progetto di riqualificazione realizzato tra il 1988 e il 1992 da Paolo Portoghesi è la grande scala elicoidale che collega il piano terra al secondo livello. Collocata nel punto in cui sorgeva lo scalone originario, demolito negli anni Cinquanta durante gli interventi della Fono Roma, la nuova struttura è il manifesto dell’intero progetto architettonico.
L’architetto concepì la scala come un omaggio alla tradizione del Barocco Romano, reinterpretandone il dinamismo attraverso una soluzione tecnica di straordinaria complessità. La chiocciola, sviluppata su pianta ellittica, non poggia infatti sul pavimento del piano terreno ma è interamente sospesa al solaio di copertura mediante tiranti in acciaio nascosti all’interno delle colonnine quadrilobate in travertino. In alcuni punti il marmo lascia spazio al perspex, materiale trasparente che consente di intravedere il sistema strutturale e accentua la leggerezza dell’insieme.



Al di sotto dell’atrio era previsto il nuovo parcheggio interrato e la scala non avrebbe potuto scaricare il proprio peso sul pavimento. Portoghesi trasformò però questo vincolo tecnico in un’occasione espressiva, dando vita a un effetto volutamente paradossale: le colonne sembrano perdere la propria funzione portante e rimane soltanto il capitello, che appare schiacciato sotto il peso della muratura come se fosse modellato nella cera.
La luce completa il progetto architettonico. Nel saggio La luce come materiale da costruzione, Portoghesi descrive la scala come il punto d’incontro di tre differenti condizioni luminose: il controluce della visione frontale, la luce radente che, osservata dal basso, enfatizza la plasticità della superficie elicoidale e la luce filtrata dalle grandi vetrate policrome, capace di ricomporre l’intero spazio attraverso il colore.
Le sale monumentali e il percorso artistico del palazzo
La stessa ricerca prosegue negli ambienti destinati alle attività istituzionali. Al secondo piano la Sala Stellata riprende il lessico decorativo già introdotto negli spazi del piano terreno. Pavimenti in marmo, pareti rivestite in tessuto e una dominante cromatica giocata sui toni freddi del grigio orientano lo sguardo verso il soffitto, dove una composizione geometrica in stucco culmina in una stella a otto punte dipinta d’azzurro.
Diversa è invece l’atmosfera della Sala del Consiglio, dove Portoghesi abbandona il rigore geometrico per un linguaggio di ispirazione fitomorfica. Un articolato sistema di pannelli in gesso genera una successione di onde degradanti che sembrano mettere in movimento la superficie del soffitto. La luce, nascosta tra le nervature, segue il disegno plastico delle forme, amplificandone la tridimensionalità.
Accanto a questi ambienti si sviluppa la cosiddetta Sala dei Cavalli, probabilmente lo spazio più evocativo dell’intero complesso. Il pavimento in marmo a scacchiera, il soffitto costituito da vetrate policrome e il ricco apparato decorativo conferiscono alla sala un carattere quasi sacrale.
Le pitture furono progettate e realizzate da Pier Luigi Eroli, pittore e architetto appartenente al Gruppo GRAU (Gruppo Romano Architetti Urbanisti), formatosi nella prima metà degli anni Sessanta.
Un percorso dedicato alla geometria
L’intero progetto decorativo ruota attorno a un tema preciso: la geometria come principio ordinatore della conoscenza.
All’ingresso del colonnato della chiocciola si colloca Geometria, monumentale scultura in marmo alta 230 centimetri, realizzata nel 1992 da Paolo Borghi, artista formatosi all’Accademia di Brera e al Castello Sforzesco, riconosciuto a livello internazionale.
La celebrazione della geometria prosegue nel grande dipinto di Rossati, dove l’ovale della scala a chioccola viene trasformato in un impluvio prospettico dal quale si affacciano sei figure femminili, raffigurate come divinità greche. L’artista riprende il motivo illusionistico dello sfondamento prospettico della falsa cupola, richiamando celebri modelli iconografici come la Camera degli Sposi di Andrea Mantegna, ma reinterpretandoli in funzione dello spazio architettonico di Palazzo Corrodi.
A sottolineare il significato simbolico dell’opera intervengono anche le figure di Pitagora ed Euclide, collocate ai lati dell’ovale, mentre la groma -antico strumento dei geometri romani per il tracciamento degli assi e delle centuriazioni – ricompare come attributo di una delle figure femminili, rafforzando il tema della geometria come fondamento del sapere.
A completamento dell’intero programma iconografico dedicato alla Geometria, la Cassa Italiana Geometri commissionò ulteriori opere allo scultore Fernando Mario Paonessa, artista originario della Lucania e teorico del Concrezionismo, corrente attraverso la quale proponeva una rilettura contemporanea della tradizione classica.
Nel 1995 Paonessa realizzò quattro sculture in bronzo a cera persa, alte 130 centimetri, dedicate ai matematici dell’antichità Archimede, Euclide, Erone e Pitagora, collocate nelle nicchie della Sala della Presidenza. A queste si aggiunsero due monumentali sculture in marmo, alte 215 centimetri, raffiguranti la Sapienza identificata con Minerva e la Saggezza rappresentata da Talete, oggi collocate nella Sala Stellata.
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Informazioni utili per la visita
Indirizzo: Lungotevere Arnaldo da Brescia, 4, 00196 Roma (RM)
Orari: le visite guidate sono curate dagli architetti e dai volontari del progetto “Open House Roma”. Per conoscere il calendario delle prossime aperture e procedere con la prenotazione è necessario fare riferimento al sito ufficiale.
Biglietto: l’ingresso, nell’ambito di Open House Roma, è gratuito ma contingentato e disponibile solo in specifiche date e con un numero limitato di partecipanti. È possibile sostenere il progetto attraverso le diverse modalità indicate sul sito ufficiale, così da avere più possibilità di prenotare la visita.
