
La Casa Albero a Fregene: storia, architettura e visite alla casa sperimentale di Giuseppe Perugini
Dalla nascita della casa sperimentale progettata da Giuseppe Perugini, Uga De Plaisant e Raynaldo Perugini all'architettura, la storia, le caratteristiche, le visite guidate e tutto quello che c'è da sapere sulla celebre Casa Albero di Fregene.
Tra le architetture più radicali e visionarie realizzate in Italia nel secondo Novecento, la Casa Sperimentale, universalmente conosciuta come Casa Albero, occupa un posto del tutto particolare. Progettata tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta dagli architetti Giuseppe Perugini, Uga De Plaisant e Raynaldo Perugini, rappresenta una delle più significative espressioni dell’architettura sperimentale italiana e uno dei più originali esempi di reinterpretazione del Brutalismo in chiave poetica.
Situata nella pineta di Fregene, sul litorale romano, la Casa Albero nacque come un vero e proprio laboratorio di ricerca sull’abitare. Più che una semplice abitazione, fu concepita come un organismo in continua evoluzione, capace di crescere, trasformarsi e modificarsi nel tempo, secondo un’idea di architettura aperta e mai definitivamente conclusa.
Oggi la Casa Albero è disabitata e in attesa di un intervento di restauro che ne garantisca la piena conservazione. Negli ultimi anni, tuttavia, il complesso ha iniziato una nuova fase di valorizzazione grazie a una serie di aperture straordinarie organizzate in collaborazione con Open House Roma. Le visite, curate dal professor Raynaldo Perugini, che partecipò personalmente alla progettazione e alla costruzione dell’edificio insieme ai genitori, consentono di scoprire dall’interno una delle opere più audaci e innovative dell’architettura italiana contemporanea.
Indice
Giuseppe Perugini, l’architetto che ha trasformato la sperimentazione in metodo
Tra le figure più originali dell’architettura italiana del secondo Novecento, Giuseppe Perugini occupa una posizione di assoluto rilievo. Nato in Argentina e trasferitosi in Italia nei primi anni Trenta, trovò a Roma il contesto ideale per la propria formazione, entrando in contatto con alcuni dei principali protagonisti del Razionalismo Italiano, tra cui Adalberto Libera. Nel 1941 conseguì la laurea in Architettura all’Università La Sapienza, dove, pochi anni più tardi, iniziò anche la carriera accademica come docente di Composizione Architettonica.
L’attività professionale di Perugini si sviluppò parallelamente a quella didattica e istituzionale. Nel secondo dopoguerra partecipò attivamente ai programmi promossi dal Ministero dei Lavori Pubblici per definire i criteri della ricostruzione italiana, contribuendo all’elaborazione delle normative che avrebbero guidato lo sviluppo urbanistico del Paese negli anni successivi.
Nel corso della sua carriera fece parte di numerose commissioni nazionali dedicate alla pianificazione urbana e all’edilizia pubblica. Collaborò con l’Istituto Superiore per l’Edilizia Sociale (ISES) per gli interventi nelle aree colpite dal terremoto del Belice, partecipò alla Consulta del Ministero della Pubblica Istruzione per la definizione delle normative sull’edilizia scolastica e prese parte ai lavori della Commissione Edilizia e della Commissione incaricata di studiare il nuovo assetto urbanistico dell’area metropolitana di Roma.
Alla ricerca progettuale affiancò un intenso impegno nella vita professionale della categoria. Fu tra i fondatori dell’Associazione per l’Architettura Organica e, tra il 1962 e il 1966, ricoprì la carica di presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma e Lazio, oltre a quella di presidente dell’Opera Universitaria.
L’attività progettuale di Giuseppe Perugini spaziò dall’architettura monumentale agli edifici pubblici, dall’edilizia residenziale all’urbanistica, lasciando un’eredità estremamente ampia e diversificata.



Tra le sue opere più celebri figura il Mausoleo delle Fosse Ardeatine a Roma, considerato uno dei più importanti monumenti commemorativi del Novecento italiano. A questo si affiancano il Memoriale dedicato a Enrico Fermi a Chicago, il Padiglione Italiano all’Esposizione Universale di Bruxelles del 1958, la Chiesa-Sacrario di Piedimonte San Germano, la stazione di servizio API nel quartiere EUR di Roma e la celebre Casa Sperimentale di Fregene, universalmente nota come Casa Albero.
Importante fu anche il suo contributo all’architettura civile e amministrativa, con progetti quali il Nuovo Palazzo di Giustizia di Bari, la Città Giudiziaria di Piazzale Clodio a Roma, realizzata insieme a Nicola Monteduro e ad altri progettisti, il Complesso Residenziale Tre Fontane, considerato una delle più significative espressioni del Brutalismo romano dei primi anni Sessanta, oltre a edifici residenziali nei quartieri INA-Casa di Acilia e nel quartiere Laurentino.
La sua attività si estese anche al recupero del patrimonio storico, con il restauro di edifici monumentali come Palazzo Muti-Bussi a Roma e il complesso di Villa Mondragone a Monte Porzio Catone, nonché alla progettazione di edifici religiosi, alberghi, sedi istituzionali e strutture direzionali, tra cui la sede dell’UNIDO a Vienna, la nuova Galleria d’Arte Moderna di Milano, il Delta Hotel di via Labicana a Roma e il centro direzionale di Firenze.
Parallelamente sviluppò un’intensa attività nel campo dell’urbanistica e delle infrastrutture. Partecipò alla pianificazione della Valle della Caffarella a Roma, al piano di ricostruzione di Macerata, ai piani regolatori di Castel Madama, Ciampino e Racalmuto, oltre allo studio di fattibilità per la nuova Università di Cassino. Collaborò inoltre alla progettazione di numerosi viadotti, nodi ferroviari e autostradali, tra cui il tratto Resuttano-Enna dell’autostrada A19 Palermo-Catania, il viadotto sul fiume Simeto, il tratto Castellammare del Golfo della Palermo-Mazara del Vallo e la superstrada panoramica Misterbianco-Paternò.
Accanto alla pratica progettuale, Perugini svolse una costante attività teorica e di ricerca. I suoi studi affrontarono tanto la storia dell’architettura quanto il dibattito contemporaneo, con particolare attenzione alle figure di Francesco Borromini, Michelangelo Buonarroti e Adolf Loos. Negli ultimi anni della sua attività si interessò inoltre alle possibili applicazioni delle tecnologie elettroniche nella progettazione architettonica, anticipando temi destinati a diventare centrali nei decenni successivi.
L’originalità della sua produzione gli valse numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Tra i più prestigiosi figurano il titolo di Officier de l’Ordre de Léopold conferito dal Belgio, la Henry Bacon Medal for Memorial Architecture assegnata dall’American Institute of Architects per il Mausoleo delle Fosse Ardeatine e il Premio In/Arch-Finsider, ricevuto per le innovazioni introdotte nella progettazione di strutture abitative in acciaio.
L’intera carriera di Giuseppe Perugini testimonia una concezione dell’architettura intesa come ricerca continua. Dalle grandi opere pubbliche alla Casa Albero di Fregene, il suo lavoro ha costantemente messo in discussione i modelli consolidati, sperimentando nuove forme, nuovi linguaggi e nuovi modi di abitare lo spazio. Una visione che continua ancora oggi a esercitare una profonda influenza sul dibattito architettonico contemporaneo.
La storia della Casa Albero: un’utopia architettonica nata nella Fregene degli anni Sessanta
Negli anni Sessanta Fregene rappresentava una delle località balneari più esclusive del litorale laziale. Frequentata dalla borghesia romana, da artisti, intellettuali, professionisti e protagonisti del mondo del cinema legato a Cinecittà, la cittadina viveva una stagione di grande fermento culturale e mondano. In questo contesto, l’architetto Giuseppe Perugini intuì che quel tratto di costa poteva diventare molto più di una semplice meta di villeggiatura: un luogo dove sperimentare nuove idee sull’architettura e sull’abitare.
Insieme alla moglie, l’architetta Uga De Plaisant, acquistò un terreno ai margini della pineta con l’obiettivo di realizzare una casa per le vacanze che fosse anche un manifesto della loro ricerca progettuale. L’idea non era semplicemente costruire una residenza immersa nella natura, ma esplorare il rapporto tra architettura, paesaggio e vita quotidiana attraverso un edificio capace di dialogare con l’ambiente circostante.
Il progetto prese ufficialmente avvio nel 1968, quando anche il figlio Raynaldo Perugini, allora studente di architettura, entrò a far parte del lavoro di progettazione. La collaborazione tra i tre diede vita a un singolare laboratorio familiare di ricerca, tanto da farli conoscere nel mondo dell’architettura come “i 3P”.
Fin dalle prime fasi progettuali la Casa Sperimentale fu concepita come un organismo in continua evoluzione, un’opera volutamente incompleta e aperta a modifiche successive. Più che un edificio concluso, doveva essere un “cantiere perpetuo”, destinato a crescere, trasformarsi e adattarsi nel tempo, secondo una concezione dell’architettura come processo e non come oggetto definitivo.
La costruzione principale fu completata nel 1971, ma il lavoro non si concluse con la fine del cantiere. Perugini e la sua famiglia continuarono infatti a intervenire sull’edificio fino alla metà degli anni Settanta, sperimentando nuove soluzioni spaziali e costruttive che trasformarono progressivamente la casa in un vero laboratorio di ricerca sull’architettura domestica.
Grazie al suo linguaggio radicale e all’uso innovativo di elementi modulari in cemento armato, la Casa Sperimentale divenne rapidamente un punto di riferimento per architetti, designer e studiosi interessati alle nuove forme dell’abitare e alle sperimentazioni del secondo Novecento.
Il fascino visionario dell’edificio non tardò ad attirare anche il mondo dell’arte e del cinema. Tra gli anni Settanta e Ottanta Federico Fellini scelse la Casa Albero come ambientazione per alcune sequenze cinematografiche, sfruttandone l’atmosfera sospesa e quasi irreale. Decenni più tardi, la sua forte identità scultorea e il carattere futurista l’hanno resa il set di una campagna pubblicitaria di Bottega Veneta, contribuendo a far conoscere l’opera anche a un pubblico internazionale.



Dopo la scomparsa di Giuseppe Perugini, avvenuta nel 1995, la famiglia cessò di abitare stabilmente la casa. Da quel momento iniziò un lento periodo di abbandono, aggravato dal progressivo degrado causato dagli agenti atmosferici e da numerosi episodi di vandalismo. Negli anni Novanta e nei decenni successivi la vegetazione ha progressivamente avvolto parte della struttura, accentuandone l’immagine di architettura sospesa nel tempo.
Nonostante lo stato di conservazione, la Casa Albero non ha mai perso il proprio valore simbolico. Al contrario, è diventata una delle icone più riconoscibili del modernismo italiano, continuando a esercitare un forte richiamo su architetti, fotografi, studiosi, registi e appassionati di architettura contemporanea.
Negli ultimi anni, grazie all’impegno di Raynaldo Perugini e al lavoro di diverse associazioni culturali, l’edificio è stato progressivamente riscoperto come una delle più significative testimonianze dell’architettura sperimentale italiana del secondo Novecento. Le visite guidate, le iniziative di valorizzazione e i progetti dedicati alla sua conservazione hanno restituito visibilità a quella che oggi è considerata un’autentica utopia costruita, capace di intrecciare ricerca progettuale, sperimentazione familiare, tecnologia e rapporto con la natura.
L’architettura della Casa Albero: un laboratorio permanente sull’abitare
La Casa Sperimentale di Fregene, universalmente conosciuta come Casa Albero, rappresenta uno degli esperimenti più radicali dell’architettura italiana del secondo Novecento. Progettata dal gruppo 3P, formato da Giuseppe Perugini, Uga De Plaisant e Raynaldo Perugini, nasce come un laboratorio di ricerca costruito in scala reale, concepito per mettere in discussione i modelli tradizionali dell’abitare.
L’idea prende forma nei primi anni Sessanta, quando Giuseppe Perugini inizia a frequentare con assiduità Fregene. Affascinato dalla pineta e dal paesaggio del litorale laziale, sceglie un lotto situato nei pressi della storica pineta, una delle prime aree bonificate all’inizio del Novecento, immaginando una casa capace di instaurare un dialogo diretto con la natura anziché imporsi su di essa.
Il progetto si sviluppa come un sistema articolato composto da tre distinti nuclei abitativi: la Casa Albero, la Palla e i Cubetti. Tre architetture autonome ma complementari, unite da un comune percorso di sperimentazione sul tema dell’abitare e della modularità, ciascuna sviluppata attraverso soluzioni spaziali profondamente differenti.
Il cuore dell’intero complesso è la Casa Albero, che Giuseppe Perugini definiva un vero e proprio “modello al vero”, costruito per verificare concretamente nuove possibilità di organizzazione dello spazio domestico. L’edificio è costituito da una struttura portante in telai di calcestruzzo armato esterni agli ambienti, ancorati al terreno e collegati mediante elementi metallici a grandi piastre orizzontali sospese, sulle quali trovano posto gli spazi abitativi.
L’intero sistema è concepito come un insieme modulare, teoricamente espandibile all’infinito e – nelle parole dello stesso Perugini – “non finibile”. L’architettura non viene dunque considerata come un oggetto concluso, ma come un organismo destinato a evolversi, crescere e trasformarsi nel tempo in relazione alle necessità di chi la abita.
La composizione segue inoltre un rigoroso asse di simmetria orizzontale collocato all’altezza dello sguardo umano. Da un lato si sviluppa il sistema dei pilastri che emerge dal terreno; dall’altro i volumi pieni sembrano letteralmente galleggiare sopra la pineta, creando una sensazione di sospensione che costituisce uno degli aspetti più riconoscibili dell’edificio.
Questa impostazione sovverte il concetto tradizionale di casa. I pannelli verticali non svolgono più soltanto la funzione di separare interno ed esterno, ma diventano strumenti per organizzare lo spazio. Ogni pannello nasce dalla combinazione di elementi pieni in cemento armato e superfici vetrate che, oltre a definire i volumi, integrano arredi e funzioni architettoniche in un unico sistema costruttivo.
Anche gli elementi di servizio vengono reinterpretati. Bagni e servizi igienici sono racchiusi in capsule prefabbricate sospese, completamente indipendenti dalla struttura principale e collegabili in qualsiasi punto dell’edificio. Realizzate in calcestruzzo armato con sanitari in materiale plastico integrati, queste capsule trasformano l’intero ambiente in una doccia grazie a un sistema di ugelli disposti radialmente lungo la sezione centrale del volume.
La completa autonomia dei moduli-servizio garantisce una flessibilità distributiva pressoché assoluta, rendendo modificabile l’organizzazione degli spazi senza intervenire sulla struttura portante.
Anche la luce naturale partecipa alla costruzione dell’architettura. Oltre alle superfici vetrate inserite nei pannelli modulari, l’illuminazione filtra attraverso sottili tagli di luce creati dall’accostamento delle grandi piastre in cemento sospese mediante giunti metallici cruciformi. L’effetto è quello di una struttura permeabile, nella quale pieni e vuoti si alternano continuamente.
L’intero edificio rimane sollevato dal terreno, lasciando completamente libero lo spazio sottostante. In parte di quest’area trova posto una vasca d’acqua che riflette la struttura, amplificandone visivamente la sospensione e accentuando la sensazione di leggerezza nonostante la massa del cemento armato.
Proprio questa fusione tra costruzione e paesaggio spiega il nome Casa Albero. Più che una “casa sull’albero”, definizione spesso impropriamente utilizzata, l’edificio si propone come un organismo capace di crescere, ramificarsi e modificarsi nel tempo, analogamente a un essere vivente.



L’idea non era isolata nel panorama internazionale. Negli stessi anni, tra gli anni Sessanta e Settanta, numerosi architetti sperimentavano modelli abitativi capaci di trasformarsi e adattarsi alle esigenze future. In Giappone il Movimento Metabolista elaborava architetture modulari destinate a espandersi attraverso capsule intercambiabili, trovando una delle sue espressioni più celebri nella Nakagin Capsule Tower di Tokyo, completata nel 1972.
Accanto alla Casa Albero, il complesso comprende la Palla, un modulo abitativo racchiuso all’interno di una sfera in cemento armato del diametro di cinque metri. Realizzata mediante due gusci prefabbricati costruiti direttamente in cantiere, la struttura ospitava una seconda sfera interna destinata a contenere arredi e servizi. Una casa mono-volume che dialoga con la casa illimitata.
Il caratteristico nastro finestrato disposto tra i due gusci permette alla luce naturale di penetrare negli ambienti e grazie alla sua inclinazione, mantiene costante il rapporto visivo con il cielo e con il terreno, rafforzando il valore simbolico dell’intero progetto. Se la Casa Albero rappresenta l’idea di un’abitazione potenzialmente infinita, la Palla interpreta invece il concetto opposto: quello della casa minima, raccolta entro una geometria perfetta.
La ricerca dei 3P prosegue con i cosiddetti Cubetti, piccoli moduli abitativi che sviluppano ulteriormente il principio della residenza essenziale. In superfici inferiori ai quaranta metri quadrati trovano posto zona giorno, cucina e camera da letto, dimostrando come l’organizzazione dello spazio possa sostituire l’estensione dell’edificio.
L’intero complesso viene generalmente ricondotto al Brutalismo italiano, ma la definizione appare riduttiva. Pur facendo ricorso al cemento armato lasciato a vista e alla sincerità costruttiva tipica di quel linguaggio, Perugini introduce una dimensione poetica e organica che allontana l’opera dalle interpretazioni più rigorose del movimento.
Anche alcuni dettagli contribuiscono a rafforzarne l’identità. La caratteristica scala rossa, utilizzata come passerella di accesso, può essere sollevata isolando completamente l’abitazione. Lo stesso colore ritorna negli infissi metallici, nei giunti strutturali e nella recinzione esterna, creando un netto contrasto con il grigio del cemento e con il verde della pineta.
Gli spazi interni rinunciano a qualsiasi gerarchia convenzionale. Ambienti collocati su livelli differenti si susseguono senza separazioni nette, mentre il grande soggiorno a doppia altezza diventa il fulcro visivo dell’intera composizione. L’assenza di pareti tradizionali è compensata dai cambi di quota e dalla disposizione dei moduli funzionali, che definiscono gli ambienti senza interromperne la continuità percettiva.
Come ricordato da Raynaldo Perugini, la Casa Albero fu concepita come una sorta di “plastico in scala reale”, una bottega familiare nella quale ciascuno dei tre progettisti poteva sperimentare idee, modificare dettagli e trasformare continuamente il progetto durante la costruzione. Un processo aperto che rende quest’opera un caso quasi unico di architettura collettiva, domestica e sperimentale.
Oggi, nonostante l’assenza degli arredi originari, gli interni conservano ancora i pavimenti in granito, le diverse quote dei solai e l’impianto spaziale pensato dai tre architetti. A oltre cinquant’anni dalla sua costruzione, la Casa Sperimentale resta uno dei più significativi manifesti dell’architettura radicale italiana. È una riflessione costruita sul rapporto tra uomo, tecnica, natura e trasformazione dello spazio: un’opera che ha anticipato temi oggi centrali, come la modularità, la reversibilità del costruito, la flessibilità degli ambienti e l’idea di un’architettura capace di evolversi insieme a chi la vive.
Conoscevate già la Casa Albero di Giuseppe Perugini? L’avete già visitata o lo farete presto? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!
Informazioni utili per visitare la Casa Albero
Indirizzo: Via Marina di Campo, 00054 Fregene (RM)
Orari: le visite guidate sono gestite dagli architetti del progetto “Open City Roma”, per verificare le prossime visite previste e prenotare, consulta il sito ufficiale. La visita ha una durata di circa 90 minuti. È necessario arrivare 5 minuti prima dell’inizio della visita. C’è a disposizione un parcheggio interno e non è necessario stampare il biglietto. In caso di condizioni meteo avverse la visita sarà rimandata o si potrà richiedere il rimborso, la comunicazione avverrà tramite email, si consiglia di verificare la email prima di recarsi alla visita.E' possibile scattare fotografie per uso personale. Non è presente il servizio igienico. Cani di piccola taglia possono accedere se tenuti al guinzaglio. Il sito non è in sicurezza e sarà quindi necessario firmare un modulo per lo scarico responsabilità anche per eventuali minori. La visita sarà preceduta da una spiegazione del progetto da parte del Prof. Raynaldo Perugini, coprogettista insieme ai suoi genitori dell'opera (durata circa 40 min) poi si entrerà nella Casa Albero per gruppi di 10 persone.
Biglietti: 15€ / c’è uno sconto del 15% per gli studenti ed è gratuito per i bambini fino a 13 anni compiuti e per le persone con disabilità, inviando il tesserino a info@openhouseroma.org.
Sito web Open House

