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Guida completa su Bonito, piccolo borgo dell’Irpinia in provincia di Avellino: storia, murales, piatti tipici e feste popolari tra le valli del Calore e dell’Ufita.

Adagiato su un colle che guarda le verdi vallate dell’Irpinia, Bonito è un piccolo borgo di poco più di duemila abitanti situato nella provincia di Avellino, proprio al confine con il territorio di Benevento. Da quassù lo sguardo abbraccia due paesaggi tra i più suggestivi dell’entroterra campano: le vallate del Valle del Calore e della Valle dell’Ufita, un mosaico di colline coltivate, campi e uliveti che documentano perfettamente la vocazione agricola di questa terra.

Il paese sorge a circa 490 metri di altitudine e dista una quarantina di chilometri dal capoluogo irpino. Il suo territorio si estende per quasi 19 chilometri quadrati ed è attraversato dal fiume Ufita, mentre i comuni vicini sono Apice, Grottaminarda, Melito Irpino e Mirabella Eclano. Le case basse e colorate seguono l’andamento dolce della collina, formando un dedalo di vicoli e scorci panoramici che oggi si animano grazie alla street art: non a caso Bonito è conosciuto come il “paese dei murales”.

Cenni storici su Bonito

Il toponimo, secondo alcune interpretazioni, potrebbe derivare dal latino Bonetum, termine che indicava una fortificazione dalla forma simile a un berretto di prete, oppure dal nome personale medievale Bonitus. L’ipotesi più accreditata, tuttavia, collega il nome del paese alla famiglia feudale dei Bonito, che in epoca medievale esercitò il proprio dominio su questo territorio.

La presenza umana in quest’area è documentata già in epoca romana. Il territorio faceva infatti parte dell’orbita dell’antica Aeclanum, importante centro romano i cui coloni sfruttavano intensamente la fertilità di queste terre. Tracce di quell’epoca sono emerse anche nei pressi della località Morroni, dove sono stati rinvenuti i ruderi di antiche terme romane accanto a una sorgente minerale chiamata Vetecala o Veticale.

Le prime notizie certe su un insediamento stabile risalgono, però, al X secolo, quando i Longobardi costruirono il Castrum Boneti, una fortezza difensiva collocata strategicamente tra la Contea di Ariano e il Ducato di Benevento. Nel secolo successivo il territorio passò sotto il controllo dei Normanni, che modificarono la fortezza. Nel XII secolo il feudo risultava appartenere alla famiglia Gesualdo, ma passò successivamente al nobile locale Sergio Bonito, la cui casata mantenne il controllo del territorio fino agli inizi del XV secolo.

Durante il periodo angioino il feudo appartenne alla famiglia locale dei Bonito; nel 1445 fu acquistato dagli famiglia Orsini, mentre nel 1648 passò alla famiglia Pisaniello. Proprio a questa casata è legata una leggenda: si racconta che un membro della famiglia fu decapitato durante la rivolta antispagnola guidata da Masaniello nel 1647, dopo aver rapito e tenuto prigioniera nel castello una giovane del luogo. Nel 1674 il feudo tornò ai Bonito e nel 1757, sotto i Borbone, venne infine incorporato nel demanio del Regno di Napoli.

Nel corso dei secoli il paese subì anche le conseguenze di altri violenti terremoti, come quello del terremoto del Sannio del 1688 e quello dell’terremoto dell’Irpinia del 1732, che danneggiarono gravemente l’abitato.

Nel XIX secolo, durante il regno delle Regno delle Due Sicilie, Bonito fu inserito amministrativamente nel circondario di Grottaminarda, all’interno del distretto di Ariano nella provincia di Principato Ultra. Dopo l’Unità d’Italia il paese rimase nel mandamento di Grottaminarda, ma entrò a far parte della provincia di Avellino.

Fontana di Bonito | © Serena Annese
Part. Tellas, In the heart of Irpinia, 2016 | © Serena Annese
Torre Normanna di Bonito | © Serena Annese

Una pagina meno nota della sua storia risale alla Seconda Guerra Mondiale. Tra il 1940 e il 1943 Bonito fu infatti uno dei comuni campani destinati dal regime fascista all’internamento civile di profughi ebrei. La loro prigionia terminò nel settembre 1943, quando l’arrivo delle truppe alleate pose fine a quella fase drammatica della storia locale.

Cosa vedere a Bonito

Il centro storico conserva ancora l’impronta medievale del primo insediamento: a dominare l’abitato è l’antico Castello di Bonito. Intorno alla fortezza si sviluppa un borgo raccolto, immerso nel verde e ricco di tradizioni, capace di sorprendere il viaggiatore con la sua autenticità. Bonito appartiene a quella schiera di piccoli centri dell’entroterra meridionale ancora poco conosciuti dal turismo di massa, ma proprio per questo capaci di regalare scoperte ed esperienze inaspettate.

L’ingresso nel paese introduce quasi subito alla sua arteria principale, la raccolta via Roma. Qui le vetrine sono poche, così come i bar; a dominare il paesaggio urbano sono piuttosto gli antichi portoni che punteggiano la strada e gran parte del centro storico.

Percorrendo tutta la via si arriva naturalmente in Piazza Municipio, autentico punto di ritrovo degli abitanti. Sulla destra si trova il palazzo comunale, dall’aspetto relativamente recente; sulla sinistra, invece, domina la scena il castello.

Sempre nella piazza si trova anche la chiesa dei SS. Maria per Cielo Assunta. Accanto alla scalinata d’ingresso del luogo di culto si cela un curioso dettaglio: un simbolo massonico inciso nella pietra.

Facendo un giro completo attorno alla parte più alta del borgo si può raggiungere il punto panoramico: davanti si apre un’ampia distesa di verde, quella della Valle del Calore e quella dell’Ufita. Da qui, a pochi passi dal municipio, un’ultima deviazione conduce lungo una stradina molto stretta chiamata Vico Elena. Oggi appare come un tranquillo passaggio del centro storico, ma in passato era noto come Vicolo della Torricella: qui si trovava infatti una delle torri di avvistamento che facevano parte del sistema difensivo del castello.

Il Castello Normanno e la Torre Maluocchi

Nel cuore del centro storico di Bonito, ciò che rimane dell’antico castello normanno continua a dominare l’abitato. Del complesso originario sopravvive soprattutto una torre – la cosiddetta Torre Maluocchi, oggi nota semplicemente come Torre Normanna – che rappresenta l’ultimo frammento visibile di una struttura difensiva un tempo molto più articolata, che collegava Buonalbergo, Ariano e Acquaputida.

Il castello fu edificato intorno al 1030 per volontà di Guglielmo Gesualdo. Si trattava di un fortilizio a pianta quadrangolare, protetto da un fossato e dotato di ponte levatoio, concepito come presidio strategico a difesa delle valli dell’Ufita e del Calore. Una torre si ergeva sul lato settentrionale, mentre l’intero sistema difensivo rispondeva alle esigenze militari di un territorio di confine tra l’Irpinia e il Sannio.

Il terremoto del 1125 distrusse gran parte della fortificazione, che venne ricostruita pochi anni più tardi. Nel corso del XV secolo il castello fu ulteriormente ampliato e rafforzato: durante questi lavori vennero aggiunte quattro torri cilindriche angolari, impostate su basi leggermente scarpate e collegate da possenti cortine murarie realizzate in pietrame misto legato da malta cementizia molto resistente.

Con il passare dei secoli, tuttavia, la funzione militare del complesso venne progressivamente meno. Intorno alla metà del XVI secolo il castello fu trasformato in residenza feudale e divenne dimora di alcune tra le famiglie più influenti della zona, tra cui gli Orsini, i D’Aquino e i Garofalo.

Le trasformazioni architettoniche e i numerosi interventi di ristrutturazione hanno cancellato gran parte delle forme originarie della struttura. A questi cambiamenti si sono aggiunti i gravi danni causati da due eventi sismici particolarmente distruttivi: il terremoto del 1702 e quello del 1980. Dopo queste catastrofi alcune porzioni dell’antica fortificazione furono ricostruite, mentre altre finirono inglobate negli edifici circostanti, modificando in modo definitivo l’aspetto del complesso.

Oggi del castello rimane visibile soprattutto la torre che si affaccia su piazza del Municipio, recentemente acquisita dall’amministrazione comunale. All’interno, lungo le pareti circolari e sotto l’ampio soffitto ligneo, sono ancora conservate pitture murali probabilmente risalenti al XVII secolo.

Palazzo Pagella-Buongiorno e i ricordi del musicista Crescenzo Buongiorno

Nel centro storico di Bonito, lungo via Roma e a pochi passi dalla Chiesa dell’Assunta e dal Municipio, si trova Palazzo Pagella-Buongiorno, uno degli edifici più rappresentativi dell’architettura civile del borgo.

L’edificio risale al XVIII secolo e appartenne inizialmente alla famiglia Capozzi. Alla fine dell’Ottocento fu acquistato dal compositore e violoncellista Crescenzo Buongiorno – amico del grande Giacomo Puccini – e da sua sorella Rosaria. Il musicista, trasferitosi successivamente in Germania dove raggiunse una certa notorietà, vi soggiornò soltanto durante i periodici ritorni nel paese natale; fu invece Rosaria a viverci stabilmente insieme alla sua famiglia.

Rosaria Buongiorno sposò Pietro Pagella, carabiniere originario del Piemonte, precisamente di Castelceriolo, una frazione di Alessandria. Per meriti di guerra gli fu affidata la gestione di un ufficio postale. Dalla loro unione nacquero cinque figli: Pia, Riccardo, Umberto, Sigfrido e Marino. Pia, pur sposando il maresciallo dei Carabinieri Gennaro Brescia, non ebbe discendenza; tra i fratelli, soltanto Marino si sposò, nel 1923, con Emilia Miletti. Dal matrimonio nacquero Rosaria nel 1924 ed Ermelinda nel 1925.

Le due sorelle vissero a lungo nel palazzo: Rosaria è mancata nel 2010, mentre Ermelinda nel 2015. Quest’ultima, non avendo figli, ha espresso il desiderio che l’edificio potesse diventare un luogo visitabile dal pubblico, così da conservare e condividere la memoria del compositore e della sua famiglia.

L’immobile è composto da numerosi ambienti che conservano gran parte dell’arredo originale, databile tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Alcuni mobili e oggetti furono realizzati da artigiani locali, in un territorio che era un tempo particolarmente rinomato per la maestria nella lavorazione del legno.

Chiesa di San Giuseppe | © Serena Annese
FEELFETCH | © Serena Annese
Carlos Atoche, Lovers (Cement Age) | © Serena Annese

Tra gli elementi più pregiati spiccano due pavimenti in maiolica di fine Ottocento, realizzati in stile moresco e ancora perfettamente conservati al pianterreno e al primo piano. Nei locali inferiori si notano anche le antiche volte a crociera, mentre i lavori di consolidamento eseguiti dopo il terremoto del 1980 non hanno consentito di mantenere la stessa struttura nei soffitti del piano superiore.

All’interno del palazzo sono custoditi numerosi oggetti appartenuti a Crescenzo Buongiorno: il suo pianoforte, un armonium a pedali, un prezioso violoncello costruito da una storica bottega di liutai napoletani – quella di Gennaro Gagliano, spesso definito lo “Stradivari di Napoli” – spartiti musicali originali, fotografie e lettere autografe inviate alla famiglia. Tra la corrispondenza figurano anche missive di personalità dell’epoca indirizzate al musicista.

La casa conserva inoltre una statua lignea raffigurante Santa Caterina d’Alessandria e alcune pietre romane provenienti dall’antica città di Aeclanum, tutte regolarmente catalogate dalla Soprintendenza.

Particolarmente suggestiva è la cantina, dove sono ancora presenti botti, tini e gli strumenti tradizionali utilizzati per la vinificazione.

Sul retro dell’edificio si apre un ampio giardino, uno spazio verde sorprendentemente ricco, con numerose varietà botaniche – circa un centinaio – identificate e catalogate recentemente grazie al lavoro di alcuni esperti. Una delle ultime proprietarie, grande appassionata di floricoltura, era solita portare con sé semi e piante durante i suoi viaggi anche all’estero, contribuendo così a creare un giardino particolarmente vario e singolare.

Dal giardino e da una terrazza del primo piano si gode, infine, una vista ampia sulla vallata circostante, fino ad arrivare al profilo del Monte Terminio.

Chiesa dell’Assunta, la Chiesa Madre del paese

Poco distante da Palazzo Pagella-Buongiorno, si trova la Chiesa dell’Assunta, il principale edificio religioso di Bonito e centro spirituale della comunità. Conosciuta da tutti come la Chiesa Madre.

Le origini dell’edificio sono avvolte da una certa incertezza documentaria, ma è certo che già nel 1315 il feudatario Odo II istituì qui l’Arcipretura, conferendo alla chiesa un ruolo centrale nella vita ecclesiastica locale. Nel corso dei secoli l’edificio ha subito varie trasformazioni, fino alla svolta del Novecento: il terremoto del 21 agosto 1962 lo rese gravemente danneggiato e si rese necessaria la demolizione della struttura. La chiesa fu quindi ricostruita e riaperta al culto il 2 maggio 1969, assumendo l’attuale aspetto.

All’interno sono conservate opere d’arte e testimonianze religiose di grande valore. Tra queste c’è il dipinto dell’Annunciazione, un’importante tela a olio inserita in una ricca cornice dorata e di notevoli dimensioni, circa tre metri per due. L’opera, probabilmente realizzata da un pittore della scuola napoletana, colpisce per la composizione teatrale e per la cromia sobria, capace di creare un’atmosfera intensa e raccolta.

La scena raffigura l’incontro tra l’arcangelo Gabriele e la Vergine Maria, ma l’artista ha arricchito la composizione con figure che riflettono la devozione locale. In primo piano compaiono infatti San Bonito – raffigurato con abiti pontificali e lo sguardo rivolto verso la Madonna – e Santa Caterina d’Alessandria, riconoscibile dalla corona regale e dagli strumenti del martirio: la palma e la ruota dentata. Secondo la tradizione, San Bonito nutriva una particolare devozione verso la Vergine, che lo avrebbe ricompensato con il dono di una pianeta (una veste liturgica) di seta verde ornata d’oro.

Il dinamismo dell’angelo, illuminato da un bagliore che sembra attraversare la scena, contrasta con la postura raccolta e contemplativa della Vergine, raffigurata con il capo leggermente inclinato e le braccia incrociate sul petto. Il manto azzurro, reso con profondi effetti chiaroscurali, conferisce equilibrio e solennità alla composizione, mentre le nuvole leggere e la luce diffusa accentuano la dimensione spirituale dell’episodio.

Questo dipinto, oggi custodito nella Chiesa Madre, proviene in realtà da un altro edificio religioso del paese. In origine si trovava nella chiesa dell’Annunciazione – chiamata dal Settecento anche “chiesa dell’Oratorio” – dove dal 1738 occupava una posizione privilegiata nell’abside. Il terremoto del 1962 danneggiò gravemente quell’edificio, che fu successivamente demolito e il quadro fu trasferito nella Chiesa dell’Assunta.

Oltre alla tela dell’Annunciazione, la Chiesa dell’Assunta conserva altre opere di grande valore. Tra queste spicca il dipinto settecentesco della Madonna della Candelora, intitolato Nuestra Señora de la Candelaria e attribuito al pittore spagnolo José Rodríguez de la Oliva. Sono presenti anche la statua della Divina Pastora, conosciuta localmente come Madonna della Valle, un crocifisso ligneo del XVIII secolo e il busto di Giulio Cesare Bonito.

La chiesa custodisce inoltre importanti reliquie: una Santa Spina e il corpo di San Crescenzo Martire, conservato in una maestosa urna rococò incastonata nella parete laterale destra dell’edificio.

Chiesa di San Giuseppe: fede e tradizione nel cuore del paese

Sempre lungo via Roma, si incontra un altro luogo di culto: la Chiesa di San Giuseppe. L’edificio fu realizzato durante la prima fase di espansione demografica del paese, quando iniziò a formarsi il borgo intorno al nucleo più antico dell’abitato. La prima menzione documentaria risale al 10 maggio 1517, in un atto vescovile presentato all’arciprete Renzo Ruggiero, dove viene indicata con il nome latino di Ecclesia Sancti Petri Hospitalis, ossia “Chiesa di San Pietro dell’Ospizio”.

La denominazione derivava dalla presenza, accanto alla chiesa, di un piccolo ospizio composto da cinque camere destinate ad accogliere pellegrini e infermi. In quell’epoca il luogo di culto era dedicato all’apostolo Pietro e custodiva già diverse icone sacre. Nel 1703 fu istituita all’interno della chiesa la Congrega di San Giuseppe, dedicata al patriarca sposo della Vergine Maria. Nel corso del tempo la devozione verso il santo divenne predominante, fino a determinare il cambio definitivo di intitolazione dell’edificio.

Gola Hundun, Chiarezza di luna, 2016 | © Serena Annese
Collettivo FX, Torno Subito, 2013 | © Serena Annese
Bonito | © Serena Annese

Nel corso dei secoli la chiesa ha dovuto affrontare numerosi interventi di restauro, spesso legati ai terremoti che hanno colpito l’Irpinia. Dopo il sisma del 1930 furono effettuate importanti modifiche: fu eliminato l’ipogeo utilizzato per le sepolture, il livello del pavimento fu abbassato e l’ingresso originario, che presentava alcuni gradini, fu trasformato con la sostituzione del portale.

Tra il 1962 e il 1969 l’edificio svolse anche una funzione particolarmente significativa per la comunità: fino al 2 maggio 1969 fu infatti utilizzato come chiesa parrocchiale, dopo che la parrocchia principale era stata resa inagibile dal terremoto del 21 agosto 1962. Un nuovo periodo di difficoltà arrivò con il terremoto del 23 novembre 1980, che provocò danni considerevoli alla struttura, costringendo alla chiusura temporanea dell’edificio. I successivi interventi di restauro hanno permesso di mettere in sicurezza la chiesa, anche se alcune opere di recupero restano tuttora incomplete.

All’interno si conservano opere di notevole interesse storico e devozionale. Tra queste c’è una tela settecentesca raffigurante la Madonna del Carmine, oltre a un’urna contenente una statua in cera di Santa Filomena e a un antico fonte battesimale.

Numerose sono anche le statue presenti nella chiesa: la Madonna delle Grazie, la Madonna di Loreto, San Giuseppe e altre figure della tradizione cristiana. La più antica è però quella in legno raffigurante San Pietro, primo titolare dell’edificio, che risalirebbe al periodo compreso tra il XV e il XVI secolo, probabilmente contemporaneo alla costruzione della chiesa stessa.

Chiesa di San Vincenzo e la tradizione secolare del Rosario

A pochi passi si incontra anche la Chiesa di San Vincenzo, conosciuta anche come chiesa di San Domenico dagli abitanti del posto. Questo edificio conserva una lunga storia legata alla presenza dei Domenicani e alla diffusione della devozione al Santissimo Rosario.

La presenza dell’Ordine dei Predicatori a Bonito risale al 2 ottobre 1574. In quella data il barone Claudio Pisanello donò ai Domenicani il convento che aveva fatto costruire accanto alla rinnovata chiesa di Santa Maria della Valle, ricostruita dopo il devastante terremoto del 1456.

Un manoscritto del padre lettore Giamberardino racconta che, dopo il terremoto del 1702, il convento di Santa Maria della Valle crollò e nel 1705 fu fondato a Bonito un nuovo complesso dedicato a San Domenico. L’edificio subì però un altro crollo nel terremoto del 1732 e fu nuovamente ricostruito, con lavori conclusi intorno al 1736.

I Domenicani si distinsero soprattutto per l’intensa attività di predicazione e per la diffusione della devozione al Rosario tra la popolazione. Già nella visita pastorale del 10 luglio 1614 si menziona infatti un altare dedicato al Rosario nella chiesa di Santa Maria della Valle con numerosi fedeli iscritti alla devozione. La confraternita laicale del Santissimo Rosario fu ufficialmente istituita nella Chiesa di San Domenico nel 1867. L’atto di fondazione descrive una solenne cerimonia pubblica celebrata alla presenza di un gran numero di fedeli di ogni ceto sociale.

Durante quella celebrazione fu proclamato il decreto di fondazione, illustrati i privilegi e le indulgenze concessi dal padre generale dei Domenicani e collocato sull’altare maggiore il grande quadro del Rosario con i suoi Misteri, rendendo l’altare stesso “privilegiato”. In quella occasione furono iscritti alla confraternita oltre trecento nuovi membri tra contadini, proprietari, gentiluomini, religiosi e fedeli. Gli iscritti si impegnavano a vivere secondo precise regole spirituali: approfondire la dottrina cristiana, confessarsi e comunicarsi frequentemente, visitare i confratelli malati, partecipare alle processioni e portare sempre con sé la corona benedetta del Rosario.

Nel tempo alla devozione mariana si affiancarono anche altri culti. Nella chiesa sono venerati San Vincenzo Ferrer – spesso indicato dal popolo come titolare della chiesa – San Alfonso de’ Liguori, San Lorenzo e la Madonna della Salette.

La chiesa subì danni significativi durante il terremoto del 21 agosto 1962, ma i restauri conservarono le linee architettoniche originarie. Con il terremoto del 1980, ci furono ulteriori danni che costrinsero alla chiusura temporanea della chiesa. Dopo due anni di lavori di recupero, l’edificio fu riaperto al culto nel 1982.

Chiesa ed ex convento di Sant’Antonio: storia e devozione francescana

L’ultimo edificio religioso lungo via Roma è la Chiesa di Sant’Antonio con l’annesso ex convento francescano. La costruzione del complesso ebbe inizio nel 1712. In un primo momento furono realizzati soltanto gli ambienti essenziali: un dormitorio per i religiosi e una piccola cappella dove poter celebrare la Messa. Lo stesso anno, dopo l’autorizzazione della Santa Sede e del vescovo di Ariano, arrivarono a Bonito i Padri Francescani Riformati, destinati a diventare per lungo tempo guide spirituali della popolazione.

L’anno successivo iniziarono ulteriori lavori di ampliamento della struttura, sostenuti sia dall’impegno dei frati sia dalle offerte dei fedeli. In questa fase il complesso fu utilizzato temporaneamente anche come infermeria. Il convento raggiunse la sua forma definitiva solo verso la fine del Settecento, quando furono realizzati alcuni degli elementi architettonici più caratteristici: fu costruito il chiostro, fu aperta la porta del coro e nel 1788 l’opera fu completata dal frate Michele D’Ascoli, che vi aggiunse una cantoria lignea.

Il convento aveva una struttura quadrata. Al pianterreno si trovava il chiostro con una cisterna realizzata. Attorno ad esso si distribuivano gli ambienti di servizio: un ampio salone adibito a cucina, il refettorio e diversi depositi. Una scala in pietra levigata conduceva al piano superiore, dove lungo un corridoio – sormontato da un dipinto raffigurante la Madonna – si aprivano le piccole celle destinate al dormitorio dei frati.

La chiesa, edificata nello stesso periodo e caratterizzata da una facciata barocca, presenta un’unica navata. Lungo i quattro lati si trovavano originariamente altrettanti fossi chiusi da grandi lastre di pietra, utilizzati per le sepolture. Proprio per questa funzione funeraria, tra il 1839 e il 1849 l’edificio fu ufficialmente adibito a cimitero, come attestato dal Liber Mortuorum.

Chiesa dell’Assunta | © Serena Annese
Museo della Civiltà Contadina, delle Arti e dei Mestieri | © Serena Annese
Millo, Blind, 2016 | © Serena Annese

Con la legge eversiva del 7 luglio 1866, che decretò la soppressione di numerosi ordini religiosi e l’incameramento dei beni ecclesiastici, il convento fu confiscato. Successivamente la chiesa rimase sotto la giurisdizione ecclesiastica, mentre il convento divenne proprietà comunale.

La struttura, come gli altri edifici del borgo, ha dovuto affrontare le difficoltà imposte dai terremoti del 1930, del 1962 e soprattutto quello del 1980. Quest’ultimo sisma risultò particolarmente devastante per la chiesa: crollarono gran parte della volta e la parte superiore della facciata principale, mentre subirono danni significativi anche il coro ligneo e la cantoria.

Nonostante le vicissitudini, la chiesa conserva ancora numerosi elementi di interesse storico e artistico. Tra questi figurano un crocifisso settecentesco, diverse statue di santi – tra cui Sant’Antonio, San Francesco di Paola, San Pasquale, San Francesco d’Assisi e la Vergine Immacolata – e un organo a canne costruito nel XIX dai fratelli Mastrilli di Monteverde. Degno di nota è anche l’armadio della sagrestia datato 1786, insieme al coro ligneo e alla cantoria dello stesso periodo. Lungo le pareti della navata si aprono inoltre suggestive cappelle votive, mentre tra le statue spicca quella di San Francesco di Paola in estasi.

Cappella di Vincenzo Camuso: il mistero di “Zi’ Vincenzo”

Ripercorrendo via Roma e giungendo in via Belvedere, lungo uno dei punti panoramici più suggestivi del borgo, si incontra un piccolo edificio che custodisce una delle storie più curiose e misteriose di Bonito: la cappella dedicata a Vincenzo Camuso, conosciuta dai bonitesi come la cappella di “Zi’ Vincenzo”.

Questo luogo, un tempo chiamato “Congrega della Buona Morte”, occupa la cripta di quella che era la chiesa medievale dell’Annunziata – nota anche come chiesa dell’Oratorio – costruita probabilmente nel XIII secolo. L’edificio fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1962 e successivamente demolito. La cappella attuale fu ricostruita grazie al contributo degli emigranti bonitesi all’estero e all’impegno del priore Crescenzo Petrillo.

All’interno, in una nicchia appositamente realizzata, si trova ciò che ha reso celebre questo luogo: la mummia di Vincenzo Camuso, un personaggio avvolto nel mistero e venerato dalla popolazione locale da oltre due secoli.

Le fonti storiche non forniscono informazioni precise su di lui, anche se il nome compare frequentemente nei registri parrocchiali. Secondo le analisi legate al tipo di sepoltura, il corpo potrebbe risalire alla fine del XVII o all’inizio del XVIII secolo. In quel periodo era diffusa la pratica di essiccare i cadaveri: i defunti venivano collocati nei sotterranei su sedili circolari in pietra dotati di un foro centrale sotto il quale veniva posta sabbia per raccogliere i liquidi della decomposizione.

Attorno allafigura di Vincenzo Camuso si sono sviluppate numerose leggende. Una delle più note racconta che nel 1962 un emigrante bonitese in Sud America partecipò a una seduta spiritica durante la quale la medium iniziò a parlare improvvisamente in dialetto bonitese, dichiarando di essere lo spirito di Vincenzo Camuso. Lo spirito avrebbe chiesto che il suo corpo, rimasto imprigionato, venisse ritrovato e liberato, indicando anche il luogo preciso.

Inizialmente l’uomo ignorò la richiesta, ma durante un’altra seduta il messaggio si ripeté. Tornato a Bonito, raccontò l’accaduto ai suoi concittadini. Proprio in quel periodo, mentre si effettuavano lavori di recupero nella cripta della chiesa dell’Oratorio dopo il terremoto del 1962, furono rinvenute alcune mummie negli antichi “scolatoi”, i sedili in pietra usati per la decomposizione dei corpi. Quasi tutte si disgregarono al contatto con l’aria, tranne una. La coincidenza alimentò la convinzione popolare che quel corpo fosse proprio quello evocato durante la seduta spiritica. La mummia fu così collocata in una teca e da allora è oggetto di venerazione.
Le pareti della cappella sono oggi ricoperte di ex-voto, testimonianze di grazie ricevute e di devozione popolare. Per molti fedeli “Zi’ Vincenzo” è un santo capace di compiere miracoli.

La tradizione popolare offre interpretazioni diverse sulla sua identità. Alcuni lo descrivono come un chirurgo che durante la notte praticava interventi miracolosi; altri lo immaginano come un monaco o persino come un semplice artigiano, forse un ciabattino. Un’altra leggenda lo dipinge come uno spirito vendicatore che appare in sogno a chi lo offende o dubita dei suoi poteri, punendolo con severe bastonate. Tra religione, superstizione e folklore, la storia di Vincenzo Camuso continua a esercitare un fascino singolare.

Museo della Civiltà Contadina, delle Arti e dei Mestieri: la mostra permanente “Alla ricerca delle cose perdute”

Nel cuore del centro storico di Bonito, in Vico Masaniello, a pochi passi dalla chiesa di San Giuseppe, si trova il Museo della Civiltà Contadina, delle Arti e dei Mestieri conla mostra permanente “Alla ricerca delle cose perdute”.

Questo straordinario spazio espositivo nasce dalla passione e dalla tenacia di Gaetano Di Vito, un collezionista bonitese che ha iniziato a raccogliere oggetti antichi quando aveva appena dieci anni. Nel corso di oltre trent’anni di ricerche e scoperte, la sua collezione si è trasformata in un vero archivio della memoria materiale del territorio.

La mostra è stata inaugurata nella sede attuale il 1° agosto 2011, all’interno di un edificio donato a Di Vito dalle sorelle Rosaria ed Ermelinda Pagella, che hanno voluto offrire uno spazio adeguato alla conservazione e alla valorizzazione di questa vasta raccolta.

Le stanze della piccola casa a due piani sono colme di oggetti appartenenti alla vita quotidiana del passato: strumenti agricoli, attrezzi artigianali, utensili domestici e manufatti legati ai mestieri tradizionali dell’Irpinia. Accanto agli oggetti più comuni si trovano anche pezzi rari e curiosi, spesso difficili da reperire altrove.

Tra le tante particolarità della collezione si possono osservare una bottiglia per catturare le mosche, uno dei primi biberon in vetro prodotti dalla Robert, il curioso “uovo da barbiere” – utilizzato per tendere la pelle del viso durante la rasatura – antiche stampe, oggetti di arte sacra, strumenti medici, attrezzi da falegname e calzolaio, strumenti per la filatura e la tessitura, scatole di latta d’epoca e numerosi cimeli legati alla storia dell’emigrazione.

Non mancano reperti davvero insoliti, come un piccolo frammento di meteorite rinvenuto nelle campagne bonitesi. Tutti gli oggetti sono organizzati con cura per tipologia o per mestiere, creando un percorso che racconta la storia sociale e culturale del territorio attraverso gli strumenti utilizzati dalle generazioni passate.

Il museo rappresenta una testimonianza concreta degli antichi usi e costumi della comunità locale, tradizionalmente legata all’agricoltura e all’artigianato. Alle spalle dell’edificio si apre anche un ampio giardino panoramico, destinato a ospitare eventi culturali e iniziative gastronomiche.

Milu Correch, Nodo, 2016 | © Serena Annese
Francisco Bosoletto, Genesi part.1, 2018 | © Serena Annese
Cappella di Vincenzo Camuso | © Serena Annese

I Murales di Bonito: un museo a cielo aperto tra vicoli e facciate

Passeggiando per le strade di Bonito, tra case e scorci, lo sguardo viene improvvisamente catturato da grandi immagini dipinte sui muri. Non si tratta di semplici decorazioni: i murales disseminati nel borgo sono vere opere di street art realizzate da artisti di fama internazionale, pensate per dialogare con il paesaggio urbano e rurale del paese.

Questo progetto artistico nasce nel 2011 grazie al Collettivo BOCA (Bonito Contest Art), un’associazione culturale composta da professionisti e appassionati che operano nel campo della creatività urbana. L’obiettivo del collettivo è chiaro: utilizzare l’arte pubblica per riqualificare gli spazi del paese e valorizzare contesti architettonici spesso dimenticati, trasformando muri anonimi in superfici narrative.

Negli anni, il collettivo ha invitato a Bonito numerosi artisti provenienti da diverse parti del mondo, chiamati a lasciare nel borgo la propria impronta creativa nell’ambito di un festival di arte pubblica. Tra i nomi che hanno firmato opere nel paese figurano artisti molto noti nella scena internazionale della street art come Millo, Tellas, Giulio Vesprini, Alex Senna, Diego Miedo, Arp, Milu Correch, Camilla Falsini, Nemo’s, Poki, Collettivo Fx, Guerrilla Spam, Bifido, Andrea Casciu, Irene Lasivita e Carlos Atoche.

Il risultato è sorprendente: oggi Bonito conta oltre quindici murales distribuiti tra vicoli, piazze e facciate di edifici, trasformando il borgo in una sorta di galleria d’arte diffusa. Le opere, spesso di grandi dimensioni, non entrano in conflitto con l’architettura storica ma dialogano con essa, reinterpretandola e restituendole nuova vitalità.

Nel 2016 cinque murales sono stati realizzati nell’ambito del progetto Impronte, promosso dal Comune di Bonito in collaborazione con il Museo Salvatore Ferragamo, con l’obiettivo di diffondere e raccontare la creatività dello stilista irpino.

Tra tutte le opere presenti nel paese spicca senza dubbio Genesi, realizzata nel 2018 dall’artista argentino Francisco Bosoletti. Questo intervento artistico, composto da tre murales distinti distribuiti in un’area del borgo, è stato inserito dalla rivista internazionale Widewalls tra i murales più belli al mondo. Le tre immagini rappresentano simbolicamente i temi della nascita e della vita: una mezza figura femminile che sembra fondersi con la facciata di una casa abbandonata, due mani che custodiscono una fiamma e un corpo femminile che richiama l’origine della vita.

Il tempo e le intemperie hanno segnato alcune di queste opere, ma proprio questa fragilità contribuisce a rafforzarne il fascino, rendendole parte viva del paesaggio urbano. Meglio conservato è un altro murale di Bosoletti che raffigura due figure femminili immerse in motivi floreali, dipinto sulla facciata di un edificio abbandonato dopo un incendio.

I murales non sono concentrati in un unico luogo ma disseminati tra le vie, invitando il visitatore a scoprire Bonito lentamente, passo dopo passo.

Il Touring Club Italiano lo ha definito “il paese con i murales più belli”, riconoscendo il valore culturale di un’iniziativa che ha trasformato un piccolo borgo irpino in una destinazione artistica inaspettata.

Santuario di Santa Maria della Neve a Morroni

A circa quattro chilometri dal centro storico di Bonito, immerso nel paesaggio collinare della località Morroni, si trova il Santuario di Santa Maria della Neve. L’edificio, di costruzione recente, si trova su un luogo che da secoli è avvolto da tradizioni religiose e racconti popolari, profondamente radicati nella memoria della comunità.

Secondo la tradizione locale, proprio qui, verso la fine del VI secolo, alcuni contadini assistettero a un’apparizione straordinaria: una figura femminile luminosa sospesa nell’aria, con un bambino tra le braccia e circondata da angeli e arcangeli. Era la Madonna. Si racconta che, al momento dell’apparizione, i buoi che trainavano l’aratro si inginocchiarono davanti alla visione, segnando l’inizio della devozione verso questo luogo.

In epoca antica l’area ospitava un tempio pagano. Sui resti di quell’edificio fu successivamente costruito un santuario cristiano dedicato alla Vergine. Nel corso dei secoli la struttura subì numerose distruzioni e ricostruzioni: invasioni, conflitti tra poteri locali e terremoti ne segnarono ripetutamente la storia, fino alla realizzazione dell’attuale santuario moderno.

La località di Morroni fu per lungo tempo un punto di riferimento religioso e ospitò personalità di grande rilievo. Secondo la tradizione vi sostarono diversi pontefici – tra cui Onorio II, Onorio III, Urbano IV e Leone IX – e figure storiche come Federico II, Carlo d’Angiò e Carlo VIII. Si tramanda inoltre che nel 1222 vi abbia fatto visita anche San Francesco d’Assisi.

Tra le storie più suggestive legate a questo santuario spicca proprio quella che riguarda Carlo VIII. Dopo aver conquistato il castello di Apice, il sovrano francese – incuriosito dalla fama della Madonna venerata a Morroni e dalle sue presunte virtù taumaturgiche – decise di recarsi personalmente sul posto per verificare ciò che si raccontava. Era la fine della primavera del 1492 e il caldo era intenso. Carlo VIII entrò nella chiesa con atteggiamento altero, accompagnato da un seguito di soldati armati. Improvvisamente il cielo si oscurò, si addensarono nuvole nere e iniziò a cadere una nevicata violentissima. In pochi istanti campi e strade furono sepolti da montagne di neve, rendendo impossibile qualsiasi spostamento.

Il re e il suo seguito rimasero così bloccati all’interno della chiesa per oltre quaranta giorni. Solo quando Carlo VIII si pentì della sua arroganza e dei suoi propositi, racconta la tradizione, la neve scomparve e tornò il bel tempo. Da quell’episodio la Vergine venerata a Morroni prese il nome di Madonna della Neve.

Ogni anno, il 4 e il 5 agosto, la comunità si riunisce qui per celebrare la Madonna con solenni festeggiamenti religiosi che coinvolgono non soltanto gli abitanti della frazione di Morroni, ma l’intero paese di Bonito.

Salvatore Ferragamo: dalle colline dell’Irpinia alle passerelle del mondo

Tra i nomi illustri legati a Bonito spicca quello di Salvatore Ferragamo, uno dei più grandi protagonisti della moda italiana del Novecento. Nato qui nel 1898, lo stilista mosse i primi passi proprio tra queste colline dell’Irpinia, in un contesto semplice e rurale che però fu il terreno fertile della sua creatività.

Si racconta che la sua passione per le calzature nacque da ragazzo, quando realizzò le prime scarpe per le sorelle. Un dolce gesto che, nel tempo, si sarebbe trasformato in una carriera destinata a lasciare un segno profondo nella storia della moda.

Ferragamo iniziò a lavorare come calzolaio a Torre del Greco, per poi tornare per un periodo nel suo paese natale dove aprì una piccola bottega artigianale e si sposò con Wanda Miletti, anch’essa originaria di Bonito. Qui realizzava scarpe su misura per le signore del luogo, affinando una tecnica che presto avrebbe superato i confini locali.

Dopo pochi anni decise di emigrare negli Stati Uniti per raggiungere uno dei fratelli a Boston, dove iniziò a lavorare in una fabbrica di scarpe. L’esperienza però durò poco: Ferragamo scelse presto la California, aprendo prima una piccola bottega artigianale e approdando poi a Hollywood, dove la sua abilità lo rese celebre come il “calzolaio delle star”.

Dopo anni di successo oltreoceano, lo stilista rientrò definitivamente in Italia stabilendosi a Firenze, città in cui fondò il suo celebre laboratorio artigianale. Da quel momento il nome Ferragamo divenne sinonimo di eleganza, innovazione e lusso, fino a trasformarsi in uno dei marchi italiani più conosciuti al mondo.

A Bonito la memoria dello stilista è ancora molto viva. La sua figura è celebrata anche attraverso la street art: uno dei murales del paese è dedicato alla figlia Fiamma Ferragamo, ritratta seduta mentre annoda il vestito, un’immagine poetica che allude ai legami familiari e alla continuità di una tradizione creativa che nemmeno il tempo può interrompere.

Francisco Bosoletti, Alma en Venta | © Serena Annese
Francisco Bosoletto, Genesi part.2, 2018 | © Serena Annese
Part. Gola Hundun, Chiarezza di luna, 2016 | © Serena Annese

Sapori di Bonito: cosa mangiare

La tradizione gastronomica del territorio riflette la cultura contadina dell’Irpinia, una terra dove la gastronomia nasce dall’incontro tra prodotti locali, ricette tramandate di generazione in generazione e ingredienti semplici ma ricchi di carattere. Tra i protagonisti della tavola c’è il celebre Taurasi DOCG, uno dei grandi vini rossi italiani: strutturato ed elegante, nasce da un vitigno dalle origini antichissime e si distingue per i tannini importanti e la straordinaria capacità di invecchiamento, favorita da una buona alcolicità e da una marcata mineralità. Accanto al vino, un altro simbolo del territorio è l’olio extravergine Irpinia Colline dell’Ufita DOP, ottenuto in gran parte dalla varietà Ravece e caratterizzato da un gusto deciso, con note piacevolmente amare e piccanti. Anche la frutta racconta la tradizione agricola locale, come la Pera Sant’Anna – dal sapore dolce e aromatico e dalla buccia gialla punteggiata di rosso nelle parti più esposte al sole – e la più piccola ma altrettanto profumata Pera Spina.

La cucina del borgo è fatta soprattutto di piatti rustici e sostanziosi. Tra le preparazioni più caratteristiche si trova il cuccio co’ l’uovo, coniglio cucinato a pezzi con uova, formaggio, aglio, pepe e prezzemolo, oppure le cecatielle co’ lo pulieio, cavatelli freschi conditi con pulieio, una varietà di menta selvatica dal profumo intenso. Non manca l’acciaccata, una salsa rustica a base di basilico pestato, peperoni freschi, aglio e peperoncino, mentre tra i piatti più tradizionali spicca la menesta ‘mmaretata, in cui scarola e fagioli vengono cotti nella tipica pignata di terracotta e “maritati” con tagli poveri del maiale come zampe, orecchie, muso e salsiccia.

La cucina locale propone anche le cecole di puorco co’ peparule all’acito – un soffritto di carne di maiale con peperoni all’aceto sfumato con vino bianco – e i peparule chine, peperoni rossi tondi conservati all’aceto e farciti con mollica di pane raffermo, vino cotto, uva passa, noci e pinoli. Tra le specialità più curiose c’è poi la pizza ionna, detta anche “pizza bionda”, preparata con farina di mais, olio d’oliva e ciccioli di maiale, mentre la menesta asciatizza sfritta celebra le erbe spontanee della campagna, con cardoncello, borragine, bietola selvatica e cicoria.

Quando visitare Bonito: feste e tradizioni

Durante l’anno Bonito vive al ritmo delle sue feste popolari, creando un’atmosfera autentica e coinvolgente. Una delle manifestazioni più attese è la Sagra del Fusillo e dello Spezzatino, che si svolge nei primi giorni di luglio nella località Morroni. Questa festa enogastronomica celebra i sapori della cucina irpina con fusilli fatti a mano, spezzatino, polenta, zuppa di fagioli, carne di maiale con peperoni, caciocavallo impiccato e panini con salsiccia, il tutto accompagnato da musica e dai vini prodotti dalle aziende agricole locali. L’evento è organizzato dal comitato della festa di Maria SS. della Neve insieme ai giovani del luogo e il ricavato viene destinato al Santuario di Santa Maria della Neve.

Il calendario religioso è altrettanto ricco. Il 15 gennaio si celebrano i festeggiamenti dedicati al patrono San Bonito, mentre il Venerdì Santo la comunità partecipa alla suggestiva processione del Cristo morto che precede la Pasqua. Particolarmente sentita è la festa della Madonna della Neve, celebrata il 4 e 5 agosto, che richiama numerosi fedeli. 

L’anno si conclude con altri appuntamenti, come la processione di Maria SS. Addolorata l’ultima domenica di settembre e la tradizionale Notte dei Falò dell’8 dicembre, organizzata in onore dell’Immacolata e capace di trasformare il borgo in uno spettacolo di luci e fuoco.

Come arrivare a Bonito: percorsi per raggiungere il borgo irpino

Il borgo di Bonito dista circa 40 km da Avellino e in auto ci sono due alternative per raggiungerlo

Da Roma: percorrere l’autostrada A1/E45 in direzione Caianello, uscire a Caianello e proseguire verso Benevento. Da qui seguire la SS7, poi la SS90 e la SP106 fino a imboccare la SP197, che conduce direttamente a Bonito.

Da Bari: prendere l’autostrada A16/E842 e uscire a Grottaminarda. Da qui proseguire lungo la SS90 e la SP106, quindi seguire la SP197 fino a raggiungere il borgo.

Conoscevate già Bonito? L’avete già visitato o lo farete presto? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

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