Top
  >  In giro per l'Italia   >  Guida al sito archeologico di Saepinum in Molise
La storia millenaria di Saepinum, dalle origini sannitiche all’età romana, tra mura antiche, teatro, terme e tratturi della transumanza nel cuore del Molise.

Ai piedi del massiccio del Matese e affacciata sulla valle del fiume Tammaro, l’antica città di Saepinum – oggi conosciuta come Altilia-Saepinum – rappresenta uno dei luoghi più interessanti del Molise.

L’area archeologica si trova in provincia di Campobasso, circa tre chilometri a nord dell’attuale borgo di Sepino e a circa 500 metri di altitudine. La città antica sorge su una piana strategica alle pendici del Matese, all’interno della fertile piana di Boiano e occupa un nodo viario che già tra il IV e il III secolo a.C. collegava il territorio del Sannio con le regioni circostanti: a nord le terre dei Peligni, a sud l’Irpinia, con accessi agevoli verso la Campania e la costa adriatica della Daunia.

Questa posizione privilegiata favorì fin dall’antichità intensi scambi commerciali, come dimostrano i ritrovamenti monetali provenienti non solo dalla Campania ma anche dall’area epirota e illirica, indizio di rapporti economici tra l’entroterra sannitico e i circuiti mercantili dell’Egeo.

Oggi Altilia-Saepinum è considerata una delle aree archeologiche più importanti del Molise. Nel 2021 il Ministero della Cultura ha ulteriormente valorizzato questo patrimonio istituendo il Parco Archeologico di Sepino, dotato di autonomia speciale e riconosciuto come luogo di rilevante interesse nazionale.

Cenni storici su Altilia-Saepinum: dalle origini sannitiche alla città romana

Nel paesaggio appenninico dell’Italia centro-meridionale, prima dell’arrivo di Roma, l’organizzazione degli insediamenti seguiva logiche molto diverse da quelle delle città classiche. L’unità abitativa più diffusa era il vicus, un piccolo centro aperto, generalmente collocato nelle valli o sui dolci pendii collinari, facilmente raggiungibile dalle principali vie di passaggio. In questi nuclei si concentravano funzioni diverse: agricoltura, allevamento, artigianato e scambi commerciali.

Le fonti antiche, in particolare Tito Livio e Strabone, descrivono la popolazione sannitica come distribuita vicatim, cioè sparsa sul territorio in piccoli gruppi di abitazioni circondati da pascoli, boschi e campi coltivati.

È molto probabile che anche Saepinum abbia avuto origine proprio come vicus nel IV secolo a.C., in corrispondenza dell’incrocio di importanti percorsi viari. Qui le migrazioni stagionali delle greggi creavano un naturale punto di sosta e di mercato. Anche il nome stesso sembra riflettere questa funzione: dal termine osco Saipins o Saipinaz deriverebbe il latino Saepinum, collegato al verbo saepire, cioè “recintare”, forse in riferimento agli spazi destinati al ricovero degli animali.

I villaggi di pianura, aperti e sparsi, erano difficili da difendere. Per questo motivo i Sanniti svilupparono una rete di centri fortificati in altura, collocati tra i 700 e i 1500 metri di quota. Queste roccaforti dominavano visivamente vallate e passi montani e avevano una duplice funzione: difensiva e di controllo delle vie di comunicazione. Oggi se ne conoscono oltre trenta in territorio molisano, molti dei quali con mura possenti che in alcuni punti raggiungono cinque o sei metri di altezza. Tra queste fortificazioni spicca l’insediamento di Terravecchia, identificato con l’antica rocca di Saipins, posta a 953 metri di altitudine. Da qui lo sguardo domina la piana sottostante e la valle del fiume Tammaro

Altilia-Saepinum | © Serena Annese
Tratto del decumano | © Serena Annese
Pavimentazione nel sito archeologico di Altilia-Saepinum | © Serena Annese

Durante la Terza Guerra Sannitica, nel 293 a.C., la roccaforte di Terravecchia fu conquistata dai Romani guidati dal console Lucio Papirio Cursore dopo un lungo assedio. I sopravvissuti furono costretti ad abbandonare la rocca e a trasferirsi nella piana ai piedi del Matese, lungo il corso del Tammaro e la via tratturale.

Alla fine delle Guerre Sannitiche, i Sanniti dovettero accettare un foedus iniquum, un trattato sfavorevole che comportò la confisca di parte dei territori e la loro trasformazione in ager publicus populi Romani. Nonostante ciò mantennero per lungo tempo una propria identità culturale e politica.

Gli abitanti di Saepinum, come gran parte delle popolazioni appenniniche, vivevano soprattutto di pastorizia. Tito Livio li definisce montani atque agrestes: genti di montagna e di campagna, legate alla terra ma soprattutto all’allevamento delle pecore. Da questi animali provenivano carne, latte, formaggi, pelli e soprattutto lana.

Le greggi percorrevano ogni anno grandi distanze lungo due arterie fondamentali: il tratturo Pescasseroli-Candela e il tratturo Castel di Sangro-Lucera. I luoghi di sosta dovevano disporre di spazi ampi per accogliere le greggi e, spesso, anche di strutture per lavorare direttamente lana e pellami. Saepinum, situata lungo uno di questi nodi viari, svolgeva perfettamente questo ruolo.

Già alla fine del II secolo a.C., nonostante un grave incendio che aveva devastato l’abitato, Saepinum avviò una ricostruzione con tecniche più avanzate e materiali migliori. Con la fine della guerra sociale il centro fu ufficialmente riconosciuto come municipium e i suoi abitanti ottennero la cittadinanza romana, venendo iscritti alla tribù Voltinia. L’epoca di Augusto segnò il momento di massimo sviluppo urbano: vennero realizzati nuovi edifici pubblici, il teatro, le strade lastricate e soprattutto la grande cinta muraria monumentale, probabilmente costruita per volontà imperiale e affidata ai suoi figli adottivi Tiberio e Druso Maggiore.

Tra le famiglie più influenti emerse la gens Neratia, documentata dalle iscrizioni epigrafiche per oltre quattro secoli. I suoi membri ricoprirono cariche prestigiose nell’amministrazione imperiale – consoli, magistrati e governatori di province asiatiche – mantenendo però un forte legame con la città d’origine. Pur vivendo spesso a Roma, dove possedevano una sontuosa domus sul colle Esquilino nei pressi della basilica di Santa Maria Maggiore, i Neratii finanziarono restauri e opere pubbliche a Sepino.

Con il passare dei secoli l’economia cambiò profondamente. Le proprietà terriere si concentrarono nelle mani di pochi grandi proprietari mentre la piccola proprietà contadina diminuiva progressivamente, favorendo la nascita dei latifondi e l’uso di manodopera servile. Un grave terremoto nel 346 d.C. devastò molte città del Sannio e della Campania. In seguito fu istituita la provincia del Samnium, separata dalla Campania.

Tra IV e V secolo la pastorizia rimase la principale attività economica e i tratturi continuarono a essere utilizzati. Tuttavia le incursioni dei Visigoti costrinsero l’imperatore Onorio, nel 413, a ridurre drasticamente i tributi imposti al territorio.

Nel frattempo l’amministrazione municipale entrò in crisi e molte funzioni civili furono assunte dalla Chiesa. Nei primi anni del VI secolo il vescovo di Sepino, Proculeiano, partecipò a Roma a un concilio convocato da Papa Simmaco.

La lunga Guerra Greco-Gotica (535-553) aggravò ulteriormente la situazione: il foro perse la sua funzione, parte delle mura e del teatro crollarono e ampie zone urbane furono abbandonate. Molti abitanti si spostarono nelle campagne circostanti, vivendo in villae autonome.

Nel 774 i monaci benedettini del monastero di Santa Sofia ricevettero terreni incolti da bonificare nella zona. Ma la crisi definitiva arrivò nell’882, quando le incursioni dei Saraceni costrinsero la popolazione a rifugiarsi in altura nel castellum Saepini, l’attuale Sepino.

Con l’arrivo dei Normanni nell’XI secolo terminò la dominazione longobarda. L’antica città romana era ormai completamente abbandonata e gli abitanti vivevano stabilmente nel nuovo centro fortificato, inserito nella contea di Molise. Nel 1309, con l’incoronazione di Roberto d’Angiò a re di Regno di Napoli, la presenza normanna terminò e il territorio fu trasformato in una circoscrizione amministrativa del regno.

Le rovine dell’antica città non passarono inosservate agli studiosi. Fin dal Rinascimento suscitarono interesse, ma fu soprattutto nell’Ottocento che iniziarono le prime indagini sistematiche. Nel 1845 il grande storico tedesco Theodor Mommsen visitò il sito e ne pubblicò una prima descrizione scientifica.

Porta Bojano | © Serena Annese
Il teatro romano di Saepinum | © Serena Annese
Altilia-Saepinum | © Serena Annese

Pochi decenni dopo, nel 1876, l’ispettore Ludovico Mucci avviò le prime campagne di scavo. Nel 1877 Francesco Di Iorio realizzò la Topografia dell’Altilia, una delle prime mappe dettagliate dell’area archeologica. Il primo programma sistematico di esplorazione fu avviato nel secondo dopoguerra dall’archeologo Valerio Cianfarani.

Oggi il Museo archeologico di Sepino conserva i reperti provenienti dalla città e dalla necropoli: utensili di lavoro, oggetti domestici, ornamenti personali e testimonianze della vita quotidiana in età imperiale. Sono esposti anche materiali medievali – fibule, anelli e altri oggetti – databili tra XIII e XIV secolo.

Cosa vedere nel sito archeologico di Altilia-Saepinum

Come già detto, l’antica città romana di Saepinum sorgeva in una posizione strategica, all’incrocio tra due importanti vie di comunicazione: il tratturo Pescasseroli-Candela, grande arteria della transumanza, e il tratturo Castel di Sangro-Lucera che collegava il massiccio del Matese con la costa adriatica. 

Le mura romane di Saepinum

A racchiudere l’antica Saepinum è una cinta muraria imponente che ancora oggi definisce con chiarezza il perimetro della città romana. Il circuito difensivo misura circa 1.270 metri e delimita un’area urbana di dodici ettari.

La costruzione delle mura risale all’età augustea: fu l’imperatore Augusto a promuoverla, affidandone l’esecuzione ai figli adottivi Tiberio e Druso Maggiore. Più che per esigenze difensive, l’opera rispondeva a un intento monumentale e decorativo, destinato a conferire prestigio alla città, dopo la conquista della città ai danni dei Sanniti. Un’iscrizione, ancora visibile sulle quattro porte monumentali, ricorda che l’opera fu realizzata tra il 2 e il 4 d.C., in piena età augustea.

Dal punto di vista costruttivo la cinta rappresenta un notevole esempio di ingegneria romana. Le strutture sono realizzate con il calcare del Matese, tagliato in piccoli blocchi modellati a forma di piramide con base quadrata o rettangolare. Le cortine murarie, spesse circa 1,80 metri, sono costruite con la tecnica dell’opus reticulatum e legate da una malta cementizia compatta e omogenea. L’altezza originaria raggiungeva circa 4,80 metri e lungo la sommità correva un cammino di ronda. L’uniformità della tessitura suggerisce che l’intero sistema difensivo sia stato realizzato in un’unica fase costruttiva. 

A rafforzare la struttura si aggiungeva un articolato sistema di torri a pianta circolare. In origine erano trentacinque, collocate a distanza regolare di circa trenta metri – l’equivalente di cento piedi romani – l’una dall’altra. Negli anni Settanta l’archeologa Patrizia Ferrarato censì almeno ventinove torri, mentre ulteriori scavi condotti nel 2010 hanno permesso di esplorare quasi interamente la cortina muraria – a eccezione di un breve tratto nel settore sud-orientale – confermando il numero complessivo di trentacinque.

Oggi lo stato di conservazione varia da torre a torre: in alcuni casi rimangono soltanto le basi, ricoperte da terreno e materiali di crollo; in altri, soprattutto lungo il lato nord-occidentale della cinta, sono stati ricostruiti e consolidati alcuni tratti dell’alzato utilizzando i blocchi originali.

Quattro porte monumentali si aprivano lungo il perimetro della città in corrispondenza dei due principali assi viari romani: il cardo e il decumano. Gli accessi erano Porta Bojano, Porta Tammaro, Porta Benevento e Porta Terravecchia. Ciascuna porta riprendeva la forma dell’arco onorario romano, con un unico fornice a tutto sesto affiancato da due torri circolari. 

Il cardo rappresentava la strada principale della città e collegava Porta Terravecchia con Porta Tammaro, ripercorrendo l’antico tracciato che scendeva dai monti verso la pianura. Il decumano, invece, attraversava Saepinum da Porta Bojano a Porta Benevento lungo il percorso dell’antico tratturo.

Porta Tammaro: l’ingresso monumentale della città romana

Dopo aver lasciato l’auto nel parcheggio gratuito del sito, bastano pochi minuti di cammino per raggiungere uno degli accessi alla città antica: Porta Tammaro. È una delle quattro porte che scandivano la cinta muraria e si trova lungo l’asse del cardo, collegata sull’estremità opposta a Porta Terravecchia. Il nome deriva dal vicino fiume Tammaro, verso il quale è orientata.

L’aspetto originario doveva essere molto più monumentale di quello visibile oggi. Durante alcuni interventi edilizi dell’Ottocento furono infatti costruite due abitazioni addossate alla struttura, che ne ridussero notevolmente la scenografia. Nonostante ciò, restano ancora i robusti pilastri in blocchi squadrati di pietra che sostenevano l’arco. È visibile anche un frammento dell’antica epigrafe commemorativa.

La basilica del foro di Saepinum | © Serena Annese
Altilia-Saepinum | © Serena Annese
Una delle torri delle mura difensive | © Serena Annese

Delle due torri circolari che fiancheggiavano l’ingresso rimane soltanto una porzione della torre nord-occidentale, quella rivolta verso la campagna.

Un dettaglio curioso si nota sulla parte destra dell’arco: un simbolo fallico scolpito nella pietra. Nell’immaginario romano aveva funzione apotropaica, cioè serviva ad allontanare influenze negative e pericoli provenienti da persone, animali o oggetti che attraversavano l’ingresso della città.

Il teatro romano di Saepinum

Tra i monumenti più affascinanti dell’area archeologica di Saepinum spicca senza dubbio il teatro romano, uno degli edifici meglio conservati dell’intero sito. Lo si incontra sulla destra subito dopo aver oltrepassato Porta Tammaro, poco prima di raggiungere Porta Bojano.

In epoca romana poteva accogliere circa tremila spettatori. La struttura si componeva di due parti principali: la cavea – ovvero l’insieme delle gradinate per il pubblico – e l’edificio scenico.

Oggi sono ancora visibili diversi elementi dell’impianto originario: l’ima cavea e la media cavea, l’orchestra – lo spazio semicircolare destinato ai musicisti o, talvolta, agli spettacoli con gladiatori – e parte del fronte del palcoscenico. Rimane anche la pianta della scena, anche se gran parte dell’edificio scenico è andata perduta.

La cavea era organizzata secondo la rigida gerarchia sociale romana: l’ima cavea era riservata ai cittadini più abbienti, la media cavea accoglieva il resto della popolazione e la summa cavea – oggi scomparsa – era destinata ai ceti più poveri.

Gli accessi al teatro erano numerosi. Ai lati del semicerchio si aprivano due tetrapili monumentali, ingressi a quattro aperture con archi a tutto sesto che fungevano anche da sostegno strutturale alla muratura. Il tetrapilo destro costituiva l’ingresso principale al teatro, funzione che mantiene ancora oggi. Altri accessi conducevano direttamente all’orchestra e all’ambulacro posteriore, mentre le vomitoria – passaggi ricavati tra le gradinate – permettevano al pubblico di raggiungere rapidamente i posti a sedere.

Alle spalle della cavea esisteva inoltre un’uscita di sicurezza, una piccola apertura ricavata nella cinta muraria e nota come postierla del teatro. È l’unica apertura della città, oltre alle quattro porte principali. Era chiusa da un portale in legno e sopra di essa si trovava un piccolo tempietto. La struttura, protetta da due avancorpi rettangolari asimmetrici, permetteva di evacuare rapidamente il pubblico durante gli spettacoli, in particolare gli spettatori provenienti da fuori città.

Il decumano: la strada principale della città romana

Proseguendo si raggiunge il decumano, uno dei due assi principali della città romana. Questa grande strada attraversava Saepinum collegando Porta Bojano con Porta Benevento ed è proprio lungo il suo tracciato che si concentrano molti dei monumenti più importanti dell’antico insediamento. Al centro del percorso si apre il foro, la grande piazza pubblica attorno alla quale si organizzava la vita politica e commerciale della città.

Ancora oggi il decumano conserva il suo basolato originale in pietra, che restituisce con immediatezza l’aspetto delle strade romane. Gli scavi, avviati già nell’Ottocento, hanno riportato alla luce lungo questo tratto un intero quartiere popolare formato da abitazioni e botteghe private.

La basilica del foro di Saepinum

Sul lato nord-occidentale del foro, si erge uno degli edifici più importanti dell’intera città: la basilica forense. Nonostante il nome possa suggerire una funzione religiosa, nell’antica Roma la basilica era uno spazio pubblico polifunzionale dove si svolgevano attività giudiziarie, incontri commerciali e transazioni finanziarie.

La posizione dell’edificio, proprio accanto al foro e all’incrocio tra cardo e decumano, ne sottolinea il ruolo centrale nella vita urbana. Qui si incontravano magistrati, mercanti, cittadini e curiosi in cerca di notizie o affari.

La struttura presenta una pianta rettangolare ed è organizzata attorno a un ampio spazio interno delimitato da un peristilio di venti colonne a fusto liscio: quattro sui lati brevi e otto su quelli lunghi. I capitelli, realizzati in pietra calcarea locale, sono di ordine ionico, anche se mostrano alcune differenze nei dettagli decorativi. Una colonna, la quarta da sinistra, presenta un capitello ornato con un motivo a quadrifoglio. Le colonne poggiano su solidi plinti quadrati di un metro per lato e raggiungono un’altezza di circa 6,15 metri.

Il peristilio racchiudeva uno spazio centrale rettangolare, probabilmente illuminato dall’alto e attorno correva un corridoio che consentiva il passaggio dei visitatori e collegava i diversi ingressi. La basilica possedeva infatti tre accessi principali: uno centrale e due laterali, disposti simmetricamente. Oggi non resta traccia della pavimentazione originaria, probabilmente costituita da lastre simili a quelle del foro.

Lungo il decumano | © Serena Annese
Porta Boiano e tratto del decumano | © Serena Annese
Il teatro romano di Saepinum | © Serena Annese

L’edificio fu costruito negli ultimi anni del I secolo a.C. e si inserisce nel grande programma edilizio promosso durante l’età augustea. La sua fondazione è attribuita a Lucius Naevius Pansa, magistrato locale e patrono del municipio, ricordato da un’iscrizione ancora visibile sul prospetto nord-occidentale: «Lucius Naevius Pansa, figlio di Numerius, duoviro quinquennale».

Sul lato interno della basilica si trova una struttura sopraelevata che gli archeologi identificano come tribunal columnatum, cioè la tribuna dalla quale i magistrati amministravano la giustizia.

Tre gradini conducono a un piccolo pronao rettangolare. Da qui si accede a un’aula più grande, caratterizzata da un’abside semicircolare sul fondo. Queste modifiche hanno portato alcuni studiosi a ipotizzare che nel IV secolo d.C. l’edificio fosse stato adattato al culto cristiano, fenomeno non raro negli ultimi secoli dell’impero, quando molti edifici civili cambiarono destinazione.

Il macellum: il mercato coperto della città

Alle spalle della grande basilica del foro si sviluppa uno degli spazi più interessanti dell’intera area archeologica: il macellum, il mercato coperto di Saepinum, costruito nei primi decenni del I secolo d.C.

L’edificio occupa una posizione singolare: si affaccia direttamente sul decumano, ma rimane leggermente defilato rispetto alla piazza del foro e alla basilica. L’ingresso è rialzato rispetto al piano stradale e preceduto da una fascia lastricata, che fungeva per il passaggio dei pedoni. La struttura ha una pianta rettangolare e si apre su un atrio sostenuto da pilastrini quadrati.

Un breve corridoio conduce al cuore dell’edificio: uno spazio centrale a pianta esagonale, pavimentato con grandi tessere bianche di calcare locale dalla forma irregolare. Attorno a questo ambiente si aprivano le tabernae, le botteghe dei venditori, che conservano ancora le pavimentazioni originarie in mattoni cotti.

Al centro dell’esagono si trova un bacino della stessa forma che ospita una vecchia macina da frantoio, riutilizzata in epoca tarda come vasca. In origine il cortile doveva essere impreziosito da un colonnato decorato con elementi in bronzo e marmo, di cui però non rimane traccia.

L’acqua aveva un ruolo fondamentale nel funzionamento del mercato: sul lato rivolto verso il cardo era presente un lungo abbeveratoio, mentre sul lato opposto si trovavano i resti di una fontana coperta.

Il piccolo tempio lungo il decumano

Proseguendo lungo il decumano, sul lato destro della strada compare una sequenza di edifici che testimoniano la varietà di funzioni presenti nel cuore della città. Tra questi emerge anche un edificio che gli studiosi interpretano come luogo di culto.

Si tratta probabilmente di un piccolo tempio, forse dedicato alla triade capitolina – Giove, Giunone e Minerva – divinità fondamentali del pantheon romano. La sua struttura architettonica, diversa da quella delle abitazioni vicine, suggerisce chiaramente una destinazione religiosa.

L’edificio presenta una pianta quasi quadrata. Davanti all’ambiente principale si trova un pronao, anticipato da pilastrini in laterizio che sostenevano un portico. Attraverso un portale monumentale si accedeva alla sala interna, larga circa nove metri per lato.

Sul fondo dell’aula era collocato un podio con un bancone addossato alla parete, destinato probabilmente a sostenere i simulacri delle divinità. La divisione tra lo spazio porticato anteriore e la cella interna destinata al culto riflette uno schema tipico dell’architettura religiosa romana.

Porta Bojano: la porta meglio conservata di Saepinum

Lasciando il foro e proseguendo lungo il decumano si raggiunge Porta Bojano, probabilmente la meglio conservata dell’intero sistema difensivo. Un unico grande fornice centrale affiancato da due torri circolari e sulla chiave di volta compare il volto barbuto di un personaggio identificato generalmente con Ercole.

Al di sopra dell’arco corre un’iscrizione che ricorda Druso Maggiore e Tiberio, ai quali fu affidata la realizzazione della cinta muraria per volontà dell’imperatore Augusto. Ai lati dell’iscrizione si trovano due statue di prigionieri germanici, seminudi e incatenati, che celebravano le vittorie romane in Gallia e allo stesso tempo fungevano da monito per eventuali nemici della città.

Presso Porta Bojano si svolgevano anche controlli e operazioni fiscali. Nell’atrio interno, chiuso da un portone ligneo, venivano verificati i traffici commerciali e riscossa una tassa sul bestiame che attraversava la porta. Il sistema di chiusura prevedeva anche una saracinesca azionata da una camera di manovra posta nella parte superiore della struttura, raggiungibile tramite una scala laterale.

Tratto del decumano | © Serena Annese
La Fontana del Grifo | © Serena Annese
Il mausoleo di Publio Numisio Ligure | © Serena Annese

Le necropoli e i monumenti funerari fuori dalle mura: il mausoleo di Publio Numisio Ligure

Come accadeva nella maggior parte delle città romane, anche a Saepinum le tombe più importanti si trovavano fuori dalle mura urbiche, lungo le principali vie di accesso. Era una consuetudine diffusa soprattutto tra la fine della Repubblica e i primi secoli dell’età imperiale: le famiglie più influenti della nobiltà municipale e dell’aristocrazia mercantile erigevano monumenti funerari monumentali in posizione ben visibile, quasi a segnare l’ingresso alla città.

A testimoniare questa tradizione, lungo il tracciato del decumano – l’asse viario principale – sono stati individuati i resti di due edifici funerari. Sono gli unici giunti fino a noi in condizioni relativamente integre, mentre di altri monumenti, probabilmente presenti in quest’area, rimangono solo tracce segnalate già dall’archeologo Valerio Cianfarani ma non più chiaramente localizzabili.

I due mausolei superstiti appartenevano a importanti personalità della vita pubblica di Saepinum e raccontano, attraverso architettura e iscrizioni, il prestigio sociale raggiunto dalle élite locali. Subito all’esterno delle mura, lungo il margine del tratturo, si estendeva la necropoli della città. Gli scavi hanno restituito numerosi frammenti di cippi e iscrizioni funerarie, testimonianze preziose della comunità che abitava Saepinum.

Poco oltre Porta Bojano, lungo il margine della città antica, si può osservare uno dei monumenti funerari più significativi dell’area: il mausoleo di Publio Numisio Ligure.

L’edificio, costruito interamente con il calcare bianco locale, appare oggi nelle sue forme originarie grazie a una ricostruzione quasi completa effettuata riutilizzando la maggior parte dei blocchi antichi, integrati solo in minima parte con elementi moderni.

Il monumento appartiene al tipo cosiddetto “ad ara”, un modello architettonico ispirato alle tradizioni ellenistiche dell’Asia Minore e diffusosi ampiamente nel mondo romano tra la tarda età repubblicana e l’inizio dell’età imperiale. In molti casi queste strutture erano riccamente decorate con fregi dorici o fasci littori; quello di Saepinum, invece, colpisce per la sua sobria essenzialità.

La struttura si sviluppa su due livelli sovrapposti. Il basamento, alto circa 2,40 metri, ha la forma di un parallelepipedo e poggia su una crepidine di fondazione. È formato da due filari di grandi blocchi di pietra con la superficie accuratamente levigata.

Sopra il podio si innalza il corpo principale del monumento, anch’esso parallelepipedo e costruito con sei filari di blocchi calcarei perfettamente lavorati. Il coronamento superiore è segnato da una cornice modanata che agli angoli sostiene quattro acroteri, elementi decorativi scolpiti con motivi vegetali.

L’accesso alla camera interna avviene tramite una piccola porta aperta sul lato posteriore del monumento. Sulla facciata anteriore è invece collocata l’epigrafe funeraria, che ricorda i membri della famiglia sepolti nel mausoleo: Publio Numisio Ligure, la moglie Vannia Quarta e il figlio omonimo morto prematuramente. Dal testo emerge il profilo di un personaggio di grande rilievo nella vita municipale di Saepinum.

Publio Numisio Ligure era figlio di Publio e apparteneva alla tribù Voltinia. La sua carriera fu straordinariamente ricca di incarichi sia militari sia civili. La municipalità di Saepinum riconobbe pubblicamente il suo prestigio decretando che il monumento funerario fosse costruito a spese pubbliche e su suolo pubblico, con il contributo economico dei cittadini. Tuttavia Numisio rifiutò questo onore e preferì finanziare personalmente la costruzione della tomba.

Proprio grazie ai dati contenuti nell’iscrizione è possibile collocare cronologicamente il monumento tra la fine del principato di Tiberio e l’inizio della dinastia Claudia, quindi nella prima metà del I secolo d.C.

Le terme romane di Saepinum

Varcata Porta Bojano e rientrati all’interno delle mura di Saepinum, basta fare pochi passi lungo il decumano per imbattersi, sulla sinistra, nei resti di un complesso termale della città. Si tratta delle terme di Porta Bojano, il terzo impianto di questo tipo individuato all’interno dell’antico centro urbano.

Per osservare al meglio la struttura è sufficiente salire nel piccolo giardino che corre accanto all’area archeologica: da questa posizione sopraelevata si riconosce chiaramente la tipica organizzazione degli ambienti termali romani. Le vasche si susseguono secondo la tradizionale progressione di temperature, destinata ai bagni freddi, tiepidi e caldi.

Tra i resti murari sono ancora visibili anche le tracce del sistema di riscaldamento: piccoli pilastrini in laterizio sostenevano il pavimento degli ambienti, creando un’intercapedine dove circolava l’aria calda proveniente dal forno. Da qui il calore si diffondeva attraverso condotti inseriti nelle pareti, alimentando il sofisticato impianto dell’hypocaustum sostenuto da colonnine di mattoni,che garantiva acqua calda e ambienti riscaldati.

Oltre a queste terme, sono state riconosciute altre due strutture. La prima si trova lungo il tratto di mura compreso tra Porta Terravecchia e Porta Benevento; purtroppo è stata inglobata in un casale rurale, ma conserva ancora visibili le suspensurae. La seconda, databile al II secolo d.C., è situata lungo il decumano, addossata al lato interno della cinta muraria e affacciata sul foro attraverso un porticato; anche in questo caso gli ambienti presentano pareti curvilinee.

Di quest’ultimo complesso è stata individuata una serie di ambienti con funzioni differenti: vani absidati, un praefurnium e vasche disposte in successione ravvicinata, destinate a bagni in acque a temperature diverse.

Probabilmente connesso al funzionamento di questo impianto è anche un castellum aquae di piccole dimensioni, individuato in prossimità dei bracci che chiudono la corte di Porta Boiano.

Tratto del decumano | © Serena Annese
Il teatro romano di Saepinum | © Serena Annese
La basilica del foro di Saepinum | © Serena Annese

Porta Terravecchia e il collegamento con l’antica rocca sannita

Torniamo indietro e raggiungiamo Porta Terravecchia, la terza apertura monumentale della cinta muraria di Saepinum. Oggi è anche l’ingresso meno conservato dell’intero sistema difensivo.

La porta si trova quasi al centro del lato sud-occidentale delle mura, lungo il tracciato del cardo, e guardava verso i monti del Matese. Attraverso il passo della Crocella questa via permetteva di raggiungere la Campania, collegando la città alle rotte che attraversavano l’Appennino.

Il nome deriva dalla mulattiera che partiva proprio da qui e conduceva all’antico insediamento sannita di Terravecchia. Oggi però della struttura originaria restano solo frammenti. Della torre orientale non sopravvive alcuna traccia, mentre di quella occidentale si conservano soltanto brevi spezzoni di muratura.

Un indizio della decorazione originaria potrebbe essere un concio scolpito con il rilievo di una divinità femminile, forse Venere, rinvenuto nei pressi della porta e oggi conservato nel Museo documentario di Altilia.

Il foro romano di Saepinum: cuore politico e commerciale della città

Nei pressi della Porta, dove si incrociano il cardo e il decumano, si apre lo spazio che per secoli rappresentò il vero centro della vita pubblica di Saepinum: il foro romano. Qui si incontravano mercanti, magistrati, cittadini e viaggiatori, in una piazza che nel corso del tempo passò da semplice luogo di scambi commerciali a fulcro della vita politica e amministrativa del municipium.

La piazza, oggi ampia e quasi spoglia, occupa una superficie di circa 1.412 metri quadrati e presenta una forma trapezoidale. Il suo assetto urbanistico è fortemente influenzato dall’incrocio delle due principali arterie stradali della città, che ne determinano orientamento e proporzioni. In origine la piazza era probabilmente in terra battuta; solo in un secondo momento fu pavimentata con grandi lastre di calcare. Oggi il basolato appare composto da 82 filari paralleli di pietre accuratamente disposte.

La pavimentazione segue una lieve pendenza naturale del terreno. Questo accorgimento permetteva all’acqua piovana di defluire verso un canale di drenaggio – l’euripus che corre lungo i lati orientale e meridionale della piazza. Da qui l’acqua veniva convogliata in un tombino posto lungo il cardo e quindi immessa nella rete fognaria della città.

Al centro della piazza è visibile un’iscrizione incisa direttamente sul pavimento e orientata verso il cardo. Il testo ricorda i magistrati che finanziarono la pavimentazione del foro a proprie spese; tra questi compare il nome di Caio Papio Faber, personaggio di origine sannitica. Un’altra iscrizione, dedicata post mortem all’imperatore Augusto divinizzato, suggerisce che la lastricatura del foro sia stata realizzata dopo il 14 d.C., all’interno di un più ampio programma di rilancio urbanistico ed economico della città.

Intorno alla piazza si disponevano numerosi edifici pubblici, oggi in gran parte scomparsi. La limitata documentazione degli scavi ottocenteschi, insieme alla sistematica rimozione dei resti archeologici effettuata in passato, rende oggi difficile identificare con precisione gli edifici che occupavano il lato lungo settentrionale del Foro. È tuttavia verosimile che qui si trovassero il Comitium, destinato alle assemblee popolari, la Curia, sede del senato cittadino, il Capitolium, principale tempio della città, oltre ad altri edifici di culto e a un complesso termale pubblico noto attraverso testimonianze epigrafiche come Thermae Silvani.

Restano tuttavia i basamenti di statue e alcuni resti architettonici che permettono di intuire la monumentalità dell’area. Tra le costruzioni più importanti vi era un grande edificio largo oltre venti metri, sopraelevato rispetto al piano del foro e preceduto da un arco onorario dedicato al cittadino L. Neratius Priscus, funzionario della cancelleria imperiale durante il regno di Traiano.

Tra gli edifici che si affacciavano sulla piazza spiccano anche il Tempio di Giove, situato in posizione centrale e un tempio costruito nel IV secolo d.C. e dedicato all’imperatore Costantino, identificato grazie al ritrovamento di un busto raffigurante sua madre Elena. Sul lato più corto del foro si trovava invece una serie di ambienti destinati alle corporazioni municipali, caratterizzati da pavimentazioni a mosaico.

La Fontana del Grifo

Proseguendo la visita, basta percorrere pochi passi lungo il decumano per imbattersi nella Fontana del Grifo. Si trova a circa dieci metri dal foro, lungo il lato nord-orientale della strada principale, in una posizione di passaggio tra la zona pubblica e quella residenziale della città. Da un lato si estende l’edificio termale, dall’altro una domus privata.

Il monumento deve il suo nome alla figura mitologica scolpita sul prospetto: un grifo, creatura fantastica con corpo felino e testa d’aquila. L’animale è rappresentato rivolto verso sinistra, ritto sulle zampe anteriori e raccolto su quelle posteriori. Le ali sono ripiegate all’indietro, mentre la testa aquilina è caratterizzata da un grande becco ricurvo, orecchie appuntite e una folta criniera che scende sul dorso.

Il bassorilievo è scolpito con un’interessante impostazione prospettica: osservato di scorcio, il grifo acquista profondità e movimento. Tra il torace e le zampe anteriori si trova il foro da cui sgorgava l’acqua della fontana, che cadeva nella vasca sottostante.

Il bacino, di forma rettangolare, presenta un parapetto alto quasi novanta centimetri. Quando l’acqua superava il livello massimo, veniva convogliata verso piccoli canaletti posti sui lati brevi della vasca e quindi scaricata nel sistema fognario attraverso una grata ancora visibile sul lato destro della struttura.

La fontana fu restaurata nel 1973, quando le parti mancanti vennero integrate con nuovi blocchi in pietra calcarea proveniente da Guardialfiera. L’intervento fu volutamente realizzato in modo da distinguere chiaramente gli elementi moderni da quelli antichi.

Come molte fontane dell’epoca romana – esempi celebri sono quelli di Pompei, Ercolano e soprattutto Roma – anche questa era un’opera di pubblica utilità, la cui manutenzione era affidata agli aquarii, i tecnici incaricati della gestione delle acque. Nel caso di Saepinum, tuttavia, la cura dei dettagli architettonici dimostra che la fontana aveva anche una funzione ornamentale e celebrativa. Un’iscrizione incisa sul prospetto ricorda infatti i benefattori che finanziarono la costruzione.

Per il suo valore storico e artistico la Fontana del Grifo è stata successivamente dichiarata Monumento Nazionale.

Le domus e gli edifici artigianali lungo il decumano

Proseguendo lungo il decumano verso Porta Benevento, sul lato sinistro emergono i resti di una domus e di diversi edifici artigianali. Tra le abitazioni più significative spicca la Casa dell’Impluvium Sannitico, una delle residenze più importanti dell’area, con impianto di tipo pompeiano. Al centro dell’atrio si trova una grande vasca per la raccolta dell’acqua piovana, sovrapposta a un impluvium più antico in terracotta decorato con mattonelle romboidali e iscrizioni in lingua osca, databile al II secolo a.C., segno che sotto l’abitazione romana esisteva una precedente casa sannitica.

Ai lati del corridoio di ingresso si aprono due botteghe rettangolari affacciate direttamente sul decumano, probabilmente protette da un portico. La casa, di pianta romboidale, è orientata con i lati lunghi verso il cardo. Attorno al cortile si distribuiscono vari cubicula, stanze di dimensioni diverse destinate alla vita domestica. Della pavimentazione restano pochi frammenti in pietra o terracotta, e non è escluso che l’edificio avesse anche un piano superiore.

Sezione delle mura di Altilia-Saepinum | © Serena Annese
Altilia-Saepinum | © Serena Annese
Altilia-Saepinum | © Serena Annese

Accanto alla casa si trova un edificio che Cianfarani interpretò come un mulino ad acqua. All’ingresso, lungo il marciapiede, si apre infatti una fossa rettangolare rivestita in cocciopesto dove doveva essere collocata una ruota idraulica azionata dalla pressione dell’acqua regolata tramite piccole chiuse. L’acqua proveniva da una cisterna situata fuori dalla cinta muraria e, convogliata verso la ruota, ne metteva in movimento il meccanismo. Da qui il movimento veniva trasmesso a un asse verticale che faceva girare le macine poste nella parte superiore della struttura. Il grano veniva versato dall’alto e macinato tra le due pietre, mentre la farina scivolava lungo i bordi raccogliendosi alla base.

Accanto al mulino sono stati ritrovati quattro grandi recipienti interrati in cocciopesto, collegati tra loro da una canaletta: probabilmente servivano per la conservazione dell’olio, testimonianza della presenza di attività produttive e artigianali all’interno della città.

La sequenza degli edifici si conclude con un grande complesso a carattere industriale. All’interno sono state trovate cinque grandi vasche circolari in terracotta incassate nel pavimento e collegate tra loro da canalette. Inizialmente l’edificio fu interpretato come un frantoio oleario, ma le caratteristiche delle vasche fanno pensare piuttosto a una conceria, simile a quelle note a Pompei.

Porta Benevento

Proseguendo lungo il decumano si raggiunge Porta Benevento, la quarta e ultima porta. L’ingresso monumentale è formato da un arco sostenuto da due possenti torri circolari.

Sulla chiave di volta dell’arco è scolpita una piccola figura dedicata a Marte, mentre all’esterno restano frammenti di sculture che raffiguravano barbari prigionieri, elementi decorativi che dovevano sottolineare la potenza di Roma.

Una delle due torri fu successivamente riutilizzata come cisterna per l’acquedotto. Accanto alla porta sorge inoltre una casa colonica che oggi ospita l’Antiquarium, piccolo spazio espositivo dove sono conservati reperti provenienti dagli scavi dell’antica Saepinum.

Il mausoleo di Caio Ennio Marso

Proseguendo oltre Porta Benevento e camminando per pochi minuti lungo il tratturo si incontra un secondo monumento funerario, il mausoleo di Caio Ennio Marso. Anche questo edificio si trova fuori dalla cinta muraria, a circa settantacinque metri dalla porta, in posizione ben visibile lungo l’antico percorso.

A differenza del mausoleo di Numisio Ligure, questo monumento appartiene al tipo a tumulo, una forma funeraria di origine etrusca molto diffusa in età romana. L’edificio è composto da un grande tamburo cilindrico che poggia su una base quadrata.

Il basamento è formato da blocchi di pietra sovrapposti e al suo interno, interrate, si trovano le fondazioni della cella sepolcrale, che aveva una pianta ottagonale. Sopra la base si eleva il tamburo cilindrico, costruito con quattro filari sovrapposti di blocchi leggermente curvilinei. Alla base e alla sommità corre una cornice modanata, mentre il coronamento superiore è caratterizzato da una merlatura ottenuta alternando blocchi più bassi e cippi rettangolari.

Agli angoli del basamento erano collocate quattro sculture di leoni in pietra, rappresentati nell’atto di schiacciare con una zampa la testa di un guerriero nemico con l’elmo. Oggi ne sopravvivono soltanto due, molto deteriorate, mentre una terza è conservata nel museo vicino al teatro. L’omogeneità stilistica tra questi leoni e le sculture delle porte cittadine suggerisce che possano essere opera della stessa bottega di artigiani attiva a Saepinum.

Sulla parte frontale del monumento è incisa l’epigrafe che ricorda Caio Ennio Marso, cittadino appartenente all’ordine equestre e figura di grande rilievo nell’amministrazione municipale. L’iscrizione elenca le principali cariche ricoperte e sotto sono raffigurati in rilievo alcuni simboli del potere magistratuale: la sella curulis, il seggio pieghevole riservato ai magistrati, la capsa – un contenitore cilindrico per conservare documenti e papiri – e il suppedaneum, lo sgabello poggiapiedi.

Il modello architettonico del mausoleo rotondo con tamburo cilindrico conobbe una straordinaria fortuna durante l’età augustea. L’esempio più celebre fu il grande mausoleo fatto costruire dallo stesso Augusto nel Campo Marzio a Roma nel 28 a.C., probabilmente ispirato al monumento funerario di Alessandro Magno ad Alessandria. Questa scelta non era solo architettonica, ma anche politica: Augusto intendeva presentarsi come erede ideale dei sovrani ellenistici. Il successo del modello fu tale che molti esponenti delle élite romane e municipali iniziarono a imitarlo, adattandolo a scala locale.

Il mausoleo fu con ogni probabilità costruito quando il magistrato era ancora in vita, nel momento di massimo prestigio della sua carriera politica. La datazione può essere collocata tra la fine del I secolo a.C. e i primi anni del I secolo d.C., proprio nel periodo in cui Saepinum stava vivendo un’importante fase di riorganizzazione urbana con la costruzione delle mura e la ridefinizione del tessuto cittadino.

I musei e l’Antiquarium del sito archeologico di Altilia-Saepinum

La visita al sito archeologico non termina tra le rovine della città romana. All’interno di alcuni edifici rurali del Settecento, restaurati e adattati a spazi espositivi, sono stati allestiti piccoli musei che raccolgono i reperti rinvenuti durante gli scavi di Altilia e della vicina area di San Pietro.

Qui sono conservati frammenti architettonici, iscrizioni, statue, oggetti di uso quotidiano e materiali provenienti dalle necropoli e dagli edifici pubblici della città. Questi spazi completano l’esperienza di visita, permettendo di comprendere meglio la storia e la vita quotidiana dell’antica Saepinum.

Altilia-Saepinum | © Serena Annese
Resti di edifici nel foro di Altilia-Saepinum | © Serena Annese
Altilia-Saepinum | © Serena Annese

Come arrivare al sito archeologico di Altilia – Saepinum

Il sito archeologico si trova in Molise nel territorio di Sepino e può essere raggiunto:

In treno: la stazione ferroviaria più vicina servita dalla rete nazionale è quella di Campobasso. Una volta arrivati qui, basta attraversare la strada per raggiungere il terminal degli autobus situato in Piazza Padre Pio da Pietralcina, proprio di fronte alla stazione. Da questo terminal parte l’autobus n. 30 in direzione Sepino, che collega direttamente il capoluogo molisano con l’area archeologica. Il bus non effettua fermate intermedie e termina la corsa al Bivio Altilia, a circa 400 metri dall’ingresso del sito archeologico, facilmente raggiungibile a piedi con una breve passeggiata.

In auto: arrivare in automobile è probabilmente il modo più comodo per raggiungere il sito, soprattutto per chi proviene da altre regioni. Da Napoli, basta imboccare l’autostrada A16 in direzione Benevento e uscire in prossimità di Campobasso. Da qui proseguire lungo la SP87 fino allo svincolo per Sepino, seguendo le indicazioni per Altilia. Da Roma, occorre prendere l’autostrada A24 e proseguire fino al raccordo con l’A1/E35 in direzione Napoli. Uscire a San Vittore, quindi proseguire fino al bivio per Roccaraso – Campobasso – Isernia, imboccando la SS85. Da qui continuare lungo la SS17 e successivamente sulla SP82, che conduce verso Sepino e l’area archeologica.

Conoscevate già il sito archeologico di Altilia – Saepinum in Molise? L’avete già visitato o lo farete presto? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

Informazioni utili per visitare il sito archeologico di Altilia – Saepinum

Indirizzo: Contrada Altilia 1, 86017 Sepino (CB)
Orari: è aperto tutti i giorni della settimana dalle 8:15 alle 19:15. La visita dell’intero sito archeologico ha una durata di circa un paio d’ore.
Biglietti: intero 10€ / ridotto 2€ (per i ragazzi tra i 18 e 25 anni e gratuito per i più giovani) / gratis  (0-18 anni e aventi diritto). Esiste anche la possibilità di acquistare la Fidelity Card, che consente l’ingresso al sito per un anno ed ha un costo di 20€, acquistabile in sede presso il box informazioni.
AGGIORNAMENTO: a partire marzo 2026 l’ingresso al Parco archeologico di Sepino sarà gratuito. La gratuità è prevista, in via temporanea, a fronte della chiusura di alcune aree per i lavori PNRR volti a migliorare l’accessibilità del sito.
Dettagli: il percorso di visita dell’antica Saepinum è accompagnato da pannelli informativi distribuiti lungo l’area, utili per orientarsi tra i resti della città romana, anche se non sempre sufficienti a spiegare nel dettaglio tutto ciò che si incontra. Per approfondire la storia del luogo vale la pena fermarsi nel piccolo museo allestito all’interno dell’area archeologica, dove sono esposti reperti rinvenuti durante gli scavi e dove si trovano ulteriori informazioni sul sito.
Sito web

post a comment