
La Mefite di Rocca San Felice: il misterioso laghetto dell’Irpinia, la dea Mefite e la porta degli Inferi
Viaggio alla scoperta della Mefite nella Valle d’Ansanto: storia, archeologia, culto della dea italica, gli antichi Xoana e il fenomeno naturale delle celebri esalazioni sulfuree dell’Alta Irpinia.
La Mefite, nell’Alta Irpinia tra i corsi dei fiumi Ufita e Fredane e nei pressi dell’attuale Rocca San Felice, si raggiunge addentrandosi in un paesaggio rurale sempre più isolato e suggestivo, dove la vegetazione rigogliosa lascia progressivamente spazio a una superficie spoglia, dominata da tonalità grigie e da un’atmosfera quasi irreale.
È in questo contesto che si apre uno scenario definito spesso “lunare”: il silenzio della valle viene interrotto dal continuo ribollire di un piccolo bacino d’acqua di origine sulfurea, caratterizzato da emissioni di anidride carbonica e acido solfidrico che risultano, per intensità e natura, tra le più peculiari documentate a livello mondiale. Nonostante le dimensioni ridotte, si tratta di un ambiente dalle caratteristiche naturalistiche eccezionali e dal forte impatto paesaggistico.
Indice
La Valle d’Ansanto e il culto della dea Mefite nell’Italia preromana
Nel cuore dell’Alta Irpinia si estende la Valle d’Ansanto, anticamente conosciuta come Ampsanctus. Questo luogo, segnato da sorgenti sulfuree, vapori che emergono dal sottosuolo e un paesaggio di straordinaria suggestione, fu uno dei più importanti centri religiosi dell’Italia preromana. Qui si sviluppò il culto di Mefite, antica divinità italica legata alle acque e alla fertilità, venerata come una grande Dea Madre e considerata protettrice della terra e delle sue forze generatrici.
Mefite era una divinità italica invocata in particolare per la fertilità dei campi e la fecondità femminile. Il suo nome, di origine osca, è stato interpretato in modi differenti: “colei che fuma nel mezzo”, “colei che si inebria” oppure, secondo l’ipotesi oggi ritenuta più convincente, “colei che sta nel mezzo”. Tale definizione riflette perfettamente la sua natura di entità intermedia, capace di mettere in comunicazione cielo e terra, vita e morte.
Il culto era diffuso nell’intera area osco-sabellica e trovò particolare sviluppo in Irpinia, a Rocca San Felice, Frigento e nella Valle d’Ansanto, ma anche a Venafro e Sepino in Molise, nella valle del Miscano in Lucania, nel basso Lazio, nel Sannio pentro e persino a Roma, dove sull’Esquilino esistevano un tempio e un bosco sacro a lei dedicati già dal III secolo a.C.
I luoghi consacrati a Mefite sono quasi sempre caratterizzati dalla presenza di acque, laghi o sorgenti. Con la romanizzazione dell’Italia, la dea finì per essere sempre più associata alle mofete e alle acque sulfuree, cioè a quei fenomeni naturali che gli antichi interpretavano come manifestazioni del mondo sotterraneo.
Per questa ragione Mefite assunse anche una dimensione ctonia, legata agli Inferi. I vapori che emergevano dal sottosuolo erano infatti considerati espressione dell’aldilà governato da Plutone e Persefone e la dea veniva vista come mediatrice nel passaggio delle anime tra il mondo dei vivi e quello dei morti, una funzione assimilabile a quella svolta da Caronte nella tradizione greco-romana. Allo stesso tempo, numerose iscrizioni la collegano alla fertilità e alla forza rigeneratrice della natura, riunendo nella stessa figura il principio della vita e quello della morte.



A questa funzione di mediatrice si collegava il suo ruolo di custode della Valle d’Ansanto, ritenuta nell’antichità una delle porte d’accesso agli Inferi e luogo privilegiato per i riti di passaggio, come evocato anche da Virgilio nel VII libro dell’Eneide:
«Vi è un luogo in mezzo all’Italia, circondato da alte montagne, famoso e celebre in ogni posto: la valle d’Ansanto; oscuro di dense fronde lo serra da entrambe le parti il fianco d’un bosco e nel mezzo un fiume che tra i sassi strepita rumoroso e discende. Qui si mostrano un’orrenda spelonca e gli spiragli del crudele Dite e una voragine dove si apre l’ingresso ad Acheronte, apre le fauci pestifere.»
Per il poeta latino, era il luogo in cui le Erinni discendevano agli Inferi. Anche autori come Cicerone, Seneca e Plinio ricordarono il santuario e le sue inquietanti esalazioni, contribuendo alla fama di un paesaggio percepito come misterioso e sacro.
Le impressionanti esalazioni che ancora oggi caratterizzano il sito rendono evidente quanto il luogo dovesse apparire misterioso agli antichi. Le fonti, tra cui il commentatore latino Servio, riferiscono che le vittime offerte alla divinità non venivano sacrificate mediante sgozzamento, ma morivano soffocate avvicinandole ai vapori tossici che fuoriuscivano dal terreno.
Nella valle, infatti, intorno al VII secolo a.C. fu edificato un santuario dedicato alla dea, come suggerirebbero i ritrovamenti di statuette in bronzo e terracotta raffiguranti Marte stante, di matrice osca, oggi conservate presso il Museo Archeologico Irpino di Avellino. Le campagne archeologiche condotte negli anni Settanta del Novecento dagli archeologi Ivan Rainini e Angelo Bottini hanno restituito solo limitate testimonianze dell’antica struttura: un percorso pavimentato, un altare, i resti di un portico e quelli di una torre circolare, riferibili a una frequentazione compresa tra il I secolo a.C. e il IV secolo d.C.
Il sito fu progressivamente abbandonato tra la fine del III e l’inizio del II secolo a.C., probabilmente a seguito della perdita di autonomia del territorio, divenuto ager publicus populi Romani. Si ipotizza tuttavia una successiva ripresa delle attività cultuali in Età Repubblicana, nel I secolo a.C., con importanti interventi architettonici, seguita da una nuova fase in Età Augustea. Dopo circa due secoli di rarefazione della frequentazione, il culto conobbe una rinascita nel IV secolo d.C., quando tuttavia la tradizione pagana fu progressivamente sostituita dal culto di Santa Felicita, con il trasferimento del santuario più a sud, sull’omonima collina, dove rimase attivo fino al IX secolo. Già dal V secolo, comunque, l’area sacra della Mefite risultava sostanzialmente abbandonata.
Gli studiosi hanno inoltre ipotizzato che la dea Mefite, strettamente connessa ai concetti di passaggio e trasformazione, potesse essere legata anche alla pratica della transumanza, ovvero il tradizionale spostamento stagionale delle greggi. Tale interpretazione troverebbe conferma nella presenza di antiche aree sacre dedicate a Mefite lungo importanti percorsi tratturali, a testimonianza del ruolo protettivo attribuito alla dea nei momenti di attraversamento e cambiamento.
Nonostante la progressiva affermazione del Cristianesimo, il culto della dea continuò a sopravvivere per lungo tempo, fondendosi con tradizioni popolari e credenze locali. Ancora oggi Mefite rappresenta uno dei simboli più affascinanti della religiosità italica, incarnando la forza della natura e il continuo ciclo di morte e rinascita.
Gli scavi archeologici della Valle d’Ansanto e la storia del santuario
Le testimonianze archeologiche più affascinanti legate al culto della dea Mefite provengono proprio dal santuario della Valle d’Ansanto, dove sono stati rinvenuti gli Xoana, antichi simulacri lignei risalenti al VI secolo a.C. Si tratta di sculture arcaiche che potrebbero rappresentare le più antiche raffigurazioni conosciute di Mefite.
Nel corso del tempo, alcuni resti di strutture murarie ancora affioranti, insieme a documentazioni di scavo risalenti agli anni Cinquanta e agli scavi condotti da Ivan Rainini tra il 1971 e il 1972 sul versante nord del colle di Santa Felicita, hanno consentito una ricostruzione virtuale del santuario e del contesto ambientale originario. Tuttavia, sia l’area recintata con l’altare, mai oggetto di indagini sistematiche ma solo di ricognizioni topografiche, sia l’insediamento di età romana sulla sommità di Santa Felicita, restano oggetto di ipotesi ricostruttive non definitive.
Tra i reperti più significativi emerge il cosiddetto grande xoanon, rinvenuto negli anni Cinquanta del Novecento dall’archeologo Giovanni Oscar Onorato – con la collaborazione di don Nicola Gambino – nel greto del torrente della Valle d’Ansanto insieme ad altre quattordici figurine lignee di dimensioni inferiori. Tra le statue rinvenute figurano erme asessuate, figure divine stanti con gorgoneion o polos e dee sedute in funzione di kourotrofos, oltre a oggetti in oro. Di particolare rilievo anche due tavolette di maledizione.



Secondo alcune interpretazioni, il santuario potrebbe aver avuto anche una funzione oracolare, come ipotizzato da Rainini. V. M. Santoli ha inoltre suggerito l’esistenza di una grotta, probabilmente destinata ai responsi, oggi non più visibile.
Il grande xoanon, alto circa 135 centimetri e oggi conservato presso il Museo Irpino di Avellino, rappresenta una figura dalla difficile identificazione sessuale, caratterizzata da un volto fortemente stilizzato: il naso è triangolare, gli occhi sono ovali e la bocca è resa attraverso un semplice tratto orizzontale.
Sul petto compare una particolare incisione a forma di croce che sembra richiamare un motivo decorativo presente su numerose statuette in terracotta rinvenute nello stesso deposito votivo. Secondo gli studiosi essa rappresenterebbe un particolare corpetto indossato sopra la tunica, formato da due lembi uniti al centro da una fibula, assumendo l’aspetto di una croce di Sant’Andrea.
Il legno è normalmente un materiale estremamente fragile e soggetto a rapido degrado. Tuttavia, in particolari condizioni ambientali, può conservarsi attraverso processi di carbonizzazione o mineralizzazione. È proprio quanto avvenuto nella Valle d’Ansanto. L’area del santuario, situata nella valle del torrente Fredane tra una collina boscosa e un laghetto caratterizzato da fenomeni di vulcanismo secondario, è interessata da continue emissioni di anidride carbonica, idrogeno solforato e azoto. Queste particolari condizioni chimiche hanno favorito la mineralizzazione dei reperti lignei, permettendone la conservazione per oltre duemila anni.
Gli xoana, insieme ad altri oggetti votivi, sarebbero stati deposti o probabilmente gettati nel corso d’acqua oggi noto come Vado Mortale, affluente del Fredane, come offerte destinate a una divinità che fungeva da mediatrice tra il mondo dei vivi e quello dei morti. L’inquadramento cronologico degli xoana è stato a lungo oggetto di dibattito. In base ai materiali archeologici rinvenuti nello stesso contesto, prevalentemente ceramici, essi sono stati generalmente datati tra il VI e il IV secolo a.C.
Successivamente uno studio realizzato in collaborazione tra l’INNOVA-CIRCE di Caserta, la Seconda Università degli Studi di Napoli, la Dendrodata di Verona e la Soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta ha affrontato il problema mediante metodologie scientifiche, ricorrendo alla dendrocronologia, alle analisi al radiocarbonio e all’osservazione microscopica delle essenze lignee impiegate nella realizzazione delle sculture.
Le analisi microscopiche sul grande xoanon hanno stabilito che il materiale originario appartiene alla quercia (Quercus robur), specie largamente diffusa nel territorio sia in epoca moderna sia, con ogni probabilità, nell’antichità. L’analisi dendrocronologica ha consentito di contare circa quaranta anelli di accrescimento, indicando che la statua fu ricavata dal tronco di una quercia di circa cinquant’anni. Le analisi hanno inoltre dimostrato che la statua fu scolpita nel tronco di una grande quercia, un albero che doveva raggiungere circa venti metri di altezza.
Inoltre, dopo il loro rinvenimento negli anni Cinquanta, i reperti furono restaurati presso il laboratorio di chimica del Museo di Capodimonte dal dottor Selim Augusti. Se da una parte questo restauro ha garantito la conservazione delle opere, dall’altra sembra aver modificato alcuni aspetti della loro morfologia. In particolare il grande xoanon appare oggi leggermente più allungato rispetto alla documentazione originaria e presenta due accenni di braccia che probabilmente non facevano parte della scultura antica.
Dei quindici xoana rinvenuti, soltanto uno è generalmente identificato come femminile, tre come maschili e gli altri vengono classificati come asessuati. Anche il grande xoanon è stato tradizionalmente inserito in quest’ultima categoria.
Un’osservazione più attenta, tuttavia, suggerisce una diversa interpretazione. La figura presenta infatti una vita stretta, glutei pronunciati e un profilo sinuoso, caratteristiche che sembrano richiamare una rappresentazione femminile. Sul petto compaiono due incisioni a forma di croce di Sant’Andrea, mentre il volto mostra una fronte arretrata da cui emerge il caratteristico naso triangolare; gli occhi ovali presentano la pupilla incisa e la bocca è ridotta a un semplice segmento orizzontale posto immediatamente sotto il naso. La capigliatura scende sopra le orecchie e si raccoglie posteriormente formando una punta sulla nuca.
Il motivo della croce di Sant’Andrea trova, poi, un significativo confronto con numerose statuette fittili femminili provenienti dallo stesso deposito votivo e databili tra il V e il IV secolo a.C. In particolare una delle più antiche raffigurazioni mostra una figura avvolta in una lunga tunica e in un mantello che si apre sul petto lasciando visibile un particolare corpetto formato da due lembi uniti da una fibula, creando proprio la caratteristica forma a croce.
Tra i reperti recuperati nell’area del santuario figurano anche numerose monete appartenenti a epoche e zecche differenti. Il loro ritrovamento conferma una pratica rituale diffusa: i pellegrini gettavano una moneta nelle acque o nei pressi delle esalazioni come gesto propiziatorio, richiesta di protezione o ringraziamento per una grazia ricevuta. Mefite era infatti considerata custode di tutto ciò che apparteneva all’ignoto, compresi i viaggi e gli affari economici e il dono monetale assumeva il valore di un messaggio affidato alla divinità.
I reperti sono oggi conservati presso il Museo Irpino di Avellino e nei depositi della Soprintendenza Archeologica di Salerno, Avellino e Benevento.
Il fenomeno naturale della Mefite: origine geologica e caratteristiche scientifiche
L’area del laghetto della Mefite si colloca nella valle del torrente Fredane, affluente in destra orografica del fiume Calore. Il bacino, di origine solfurea, presenta un perimetro di circa 50 metri e una profondità non superiore ai due metri. L’aspetto complessivo è quello di una distesa arida e desolata, segnata da chiazze giallastre di zolfo e completamente priva di vegetazione, accompagnata da un odore intenso e da un costante fenomeno di ebollizione provocato da esalazioni di anidride carbonica e acido solforico. Dal terreno emergono numerosi soffioni sulfurei disposti attorno a un piccolo lago centrale, accanto al quale scorre un torrente ancora oggi conosciuto con il nome di Vado Mortale.



È importante sottolineare che l’area non ha origine vulcanica. Nel 1969 furono gli studi del professor Renato Sinni a dimostrare come l’area fosse ricca di minerali “freddi”, tra cui gesso e alluminio, escludendo un’origine vulcanica in senso stretto.
Successive ricerche, condotte dal 1981 dall’Istituto Geotecnico di Pisa e dai settori di ricerca ENEL e AGIP, hanno chiarito la natura del fenomeno: i gas che alimentano i soffioni e il caratteristico fango ribollente derivano da un giacimento di combustibile naturale, probabilmente metano, situato a circa cinquemila metri di profondità. Le emissioni risalgono attraverso fratture della crosta terrestre, attraversando antichi sedimenti marini e un vasto banco di gesso collocato intorno ai mille metri di profondità.
Proprio il gesso è responsabile della colorazione del fango e contribuisce al trasporto dell’anidride solforosa che conferisce alle acque le loro proprietà terapeutiche: la fanghiglia del laghetto, infatti, è stata talvolta utilizzata come impacco per patologie articolari.
Le condizioni del suolo, fortemente acide e rese instabili dalle esalazioni gassose, impediscono lo sviluppo della maggior parte delle forme di vita. Sopravvivono soltanto alcune alghe estremofile e una rara specie di ginestra, la Genista anxantica, che deve il proprio nome proprio a questo luogo e cresce lungo i margini del cratere.
È importante ricordare che il bacino presenta fenomeni di turbolenza interna in grado di generare vortici potenzialmente pericolosi. L’avvicinamento è fortemente sconsigliato, sia per il rischio di caduta sia per le emissioni di anidride carbonica e acido solforico che, in passato, hanno causato la morte della fauna locale. L’area resta pertanto da osservare esclusivamente dalle zone di sicurezza predisposte.
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