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Oltre cento opere raccontano il genio metamorfico di Mario Schifano tra Pop Art, immagine mediale e sperimentazione visiva nella grande mostra a Palazzo Esposizioni di Roma.

A Palazzo Esposizioni, dal 17 marzo al 12 luglio 2026, la mostra dedicata a Mario Schifano rifiuta ogni frammentazione disciplinare: pittura, fotografia e cinema vengono presentati come componenti di un unico dispositivo operativo.

Curato da Daniela Lancioni, il progetto si configura come un analisi antologica che non si limita a ordinare le opere, ma ne espone le fratture, le accelerazioni e le dinamiche proliferative. In questo senso, Schifano emerge sia come figura centrale dell’arte italiana del secondo Novecento, ma anche come nodo critico di una più ampia riflessione sulla natura dell’immagine.

Già nel 1963 Cesare Vivaldi individuava nel lavoro dell’artista un principio irriducibile: «Il nòcciolo tenero e sensibilissimo del suo animo è la passione per la pittura». È attorno a questo asse che si organizza la mostra, riunendo oltre cento opere provenienti da collezioni pubbliche e private, italiane e internazionali.

L’iniziativa si inserisce, inoltre, nel programma del Palazzo Esposizioni volto a rileggere i protagonisti della cultura visiva romana del dopoguerra, restituendoli nella loro complessità storica.

Mario Schifano e la Pop Art in Italia: assimilazione e scarto

Se la Pop Art nasce come fenomeno profondamente radicato nel contesto anglosassone, la sua circolazione internazionale ne altera la struttura. Negli Stati Uniti e in Inghilterra essa coincide con la civiltà dei consumi che la produce; altrove, Italia compresa, incontra una resistenza strutturale, legata alla non coincidenza dei presupposti culturali. Il potenziamento dei mezzi di comunicazione negli anni Sessanta ne favorisce la diffusione, ma non ne garantisce una piena integrazione.

Eppure, nel contesto italiano si determina una condizione peculiare: il boom economico, l’espansione dei consumi e il contatto diretto con gli artisti americani generano un terreno fertile. La Biennale di Venezia del 1964 rappresenta un passaggio decisivo: la vittoria di Robert Rauschenberg e la presenza di artisti italiani accanto ai New Dada segnano un punto di convergenza.

Roma diventa il centro di questa tensione, grazie a quella che viene definita Scuola di Piazza del Popolo – etichetta riduttiva per un fenomeno più complesso. In questo contesto, Mario Schifano si distingue per la capacità di non limitarsi all’assimilazione, ma di operare uno scarto concreto.

Il dialogo con Jasper Johns e Andy Warhol, sancito anche dalla partecipazione alla mostra The New Realistsnel 1962, dà vita ad una trasformazione. I materiali urbani – segni pubblicitari e immagini mediatiche – vengono rielaborati attraverso tecniche e supporti non convenzionali, come plexiglas e perspex, insieme a vernici industriali.

La mostra dedicata a Mario Schifano a Palazzo Esposizioni di Roma
Mario Schifano, Cemento ferro 6, 1960, cemento e ferro su tela applicata su tavola, Collezione privata europea | © MARIO SCHIFANO
Senza titolo (Beebe’s tree), 1963, smalto e grafite su carta applicata su tela, Collezione privata | © MARIO SCHIFANO

La formazione di Schifano, legata al Museo Etrusco di Villa Giulia e all’attività del padre archeologo a Leptis Magna, introduce fin dall’inizio una relazione con la stratificazione e la traccia. L’esordio alla Galleria La Salita nel 1960, nella mostra Cinque pittori romani presentata da Pierre Restany, segna l’ingresso sulla scena critica. Ma è con i monocromi che l’artista attira un’attenzione immediata. Queste superfici, apparentemente azzerate, funzionano in realtà come luoghi di registrazione e attesa, pronti ad accogliere segni, numeri e marchi.

Il riconoscimento istituzionale – dal Premio Lissone alla partecipazione alla Sidney Janis Gallery – accompagna un rapido processo di internazionalizzazione, che si consolida con il viaggio negli Stati Uniti nel 1963 e l’incontro con figure come Frank O’Hara. A partire dalla metà degli anni Sessanta, il lavoro di Schifano si espande oltre la pittura. I Paesaggi anemici presentati alla Biennale del 1964 segnano già una tensione verso l’immagine come flusso.

Il cinema, praticato attraverso cortometraggi in 16 mm. e successivamente in 35 mm., rappresenta una prosecuzione del lavoro pittorico, ma con altri mezzi. Film come Umano non umano o Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani articolano una visione frammentaria e discontinua. Parallelamente, l’esperienza musicale con Le stelle di Mario Schifano e il live multimediale del Piper Club anticipano una concezione ambientale e immersiva dell’immagine.

Il coinvolgimento nelle proteste contro la guerra del Vietnam, con la sostituzione dei dipinti da proiezioni, segna una rottura: la pittura viene sospesa e messa in crisi. Ne segue una fase di isolamento, in cui l’artista rielabora la storia dell’arte nel ciclo Sintetico dall’Inventario, attraversando Magritte, de Chirico, Cézanne e Picabia. Con gli anni Settanta si apre una nuova fase. I Paesaggi TV introducono una modalità operativa in cui l’immagine televisiva viene trasferita su tela tramite emulsione fotografica. Non si tratta di rappresentare la realtà, ma di lavorare sulla sua mediazione. L’uso di smalti industriali accelera i tempi di produzione e accentua la serialità, trasformando il quadro in unità modulare di un sistema più ampio.

La partecipazione a mostre internazionali, come quelle al Centre Pompidou e alla Royal Academy, conferma il riconoscimento istituzionale. Parallelamente, opere pubbliche come la Chimera a Firenze testimoniano una dimensione performativa. Alla sua morte, nel 1998, resta un archivio non solo di opere, ma di procedure.

Il percorso espositivo: evoluzione cronologica e trasformazioni nell’opera di Mario Schifano

A Palazzo Esposizioni di Roma prende forma una raccolta di oltre cento opere che supera il modello tradizionale della retrospettiva, configurandosi piuttosto come un autentico dispositivo di analisi. Pittura, fotografia e cinema non sono qui presentati come ambiti distinti, ma come articolazioni di un unico organismo linguistico, attraversato da tensioni interne e slittamenti semantici. Ne emerge la natura intrinsecamente instabile e metamorfica della ricerca di Mario Schifano.

La mostra, aperta dal 17 marzo al 12 luglio, accompagnata da un catalogo Electa (con contributi critici di studiosi come Flavio Fergonzi, Andrea Cortellessa e Stefano Chiodi) e curata da Daniela Lancioni, si struttura come una traiettoria antologica che segue l’itinerario dell’artista: dagli esordi informali degli anni Cinquanta al monocromo come gesto di azzeramento; dalla stagione pop alla rilettura del Futurismo; dalle incursioni nel fotografico e nel cinematografico fino alla riflessione sulle immagini televisive; per approdare infine a una pittura espansa, materica e visionaria. Un ritorno solo apparente, che piuttosto riattiva circolarmente una delle indagini più radicali del secondo Novecento italiano: quella sulla realtà come costruzione mediata dall’immagine.

L’allestimento, articolato nella rotonda e nelle sette sale del piano nobile, adotta una scansione cronologica che fa emergere le ricorrenze e le variazioni dell’artista. Le opere si susseguono secondo un ritmo alternato: da una parte lavori di forte impatto segnico e cromatico, dall’altra episodi più rarefatti e silenziosi. Dai monocromi saturi alle tele diafane del 1963, fino alle tensioni degli anni Ottanta, il percorso restituisce una dinamica di continua trasformazione, dove ogni immagine sembra generare la successiva secondo una logica quasi biologica di proliferazione.

La prima sala introduce il momento germinale della ricerca, con i piccoli paesaggi della seconda metà degli anni Cinquanta e soprattutto con le opere tra il 1959 e il 1960 che intercettano l’attenzione di Emilio Villa. I Cementi e il Cemento ferro attestano un confronto diretto, quasi fisico, con la materia intesa come campo di resistenza e di iscrizione.

I monocromi del 1960, nella seconda sala, spesso interpretati come gesto di tabula rasa – secondo la celebre lettura di Maurizio Calvesi – si rivelano invece in continuità con questa fase. Le superfici smaltate non annullano la materia, ma la trasfigurano. In questa tensione si coglie tanto una risposta alla storia recente quanto un’affermazione vitale, quasi una dichiarazione di gioia.

Part. Mario Schifano, Fantasia del paziente naturale, 1970, smalto su tela emulsionata, Collezione D’Ercole, Roma | © MARIO SCHIFANO
Mario Schifano, Futurismo rivisitato a colori, 1965, spray e perspex su tela, trittico, Collezione privata | © MARIO SCHIFANO
Mario Schifano, Aut Aut, 1960, smalto su carta applicata su tela, Collezione Galassi Ferrari | © MARIO SCHIFANO

Con la mostra Tutto del 1963 si assiste a una mutazione iconografica: le superfici si fanno più leggere, il segno più prossimo al disegno che alla pittura. Parallelamente compaiono numeri, lettere, segnali e loghi industriali – un lessico che attinge al paesaggio visivo contemporaneo. Già nel 1963 opere come Grande angolo e Splendido e astratto con anima dichiarano un rapporto esplicito con il dispositivo fotografico.

Tra il 1965 e il 1967 il ciclo Futurismo rivisitato introduce una pratica di citazione. A partire da una fotografia del 1912 di Filippo Tommaso Marinetti e dei futuristi, Schifano costruisce una griglia psichedelica in cui le sagome diventano moduli reiterati. Non si tratta di omaggio, ma di una riattivazione critica, che inserisce la memoria dell’avanguardia in un circuito percettivo alterato. Le citazioni si estendono ad altri protagonisti della modernità – da Giorgio de Chirico a Paul Cézanne, da Costantin Brâncuși a Francis Picabia – delineando un orizzonte di riferimenti che radica l’opera nella storia dell’arte più che nella sola cultura di massa.

Tra il 1964 e il 1969 Schifano realizza numerosi cortometraggi e successivamente film in 35 mm come Satellite, Umano non umano, Trapianto, Consunzione e morte di Franco Brocani. Il cinema si configura come una nervatura che attraversa l’intero lavoro.

Negli anni Settanta, con i Paesaggi TV, l’artista trasferisce immagini televisive sulla tela mediante emulsione fotografica, intervenendo poi pittoricamente. Dalle immagini scientifiche ai programmi televisivi, la realtà si presenta come flusso continuo, già mediato e quindi disponibile alla riarticolazione. Rientrato in Italia, Schifano intensifica la produzione secondo logiche seriali, lavorando per cicli – Ossigeno ossigeno, Compagni compagni. Parallelamente, la collaborazione con il gruppo rock Le stelle di Mario Schifano anticipa forme di performance multimediale.

Negli anni Ottanta si assiste a un ritorno a una pittura più densa, quasi debordante, nei cicli Architetture e Orti botanici; opere chemostrano una materia che tende all’espansione e al limite della saturazione.

L’ultimo decennio vede l’integrazione delle tecnologie digitali. La mostra Divulgare del1990 segna l’ingresso di immagini satellitari e tematiche legate all’ambiente e al conflitto. Le collaborazioni con organizzazioni come Greenpeace e ACNUR testimoniano un’attenzione crescente alla dimensione etico-politica.

La televisione viene impiegata anche come dispositivo produttivo, moltiplicando la serialità. In questo contesto, Schifano intuisce precocemente le potenzialità del web e delle fibre ottiche, prefigurando un regime dell’immagine caratterizzato da espansione illimitata e circolazione incessante.

La parabola artistica di Mario Schifano non si esaurisce nella storia della pittura, né può essere contenuta nella definizione di artista pop. La sua opera agisce come un campo di forze in cui l’immagine si ridefinisce continuamente, attraversando media, tecnologie e contesti in continua evoluzione. La mostra al Palazzo delle Esposizioni restituisce questa complessità come propagazione.

La mostra è prodotta e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Intesa Sanpaolo – Gallerie d’Italia, con main partner Eni e il supporto della Fondazione Silvano Toti.

Avete già visto la mostra Mario Schifano a Palazzo Esposizioni a Roma o lo farete presto? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

Informazioni utili sulla mostra

Mario Schifano
A cura di Daniela Lancioni
Dal 17 marzo al 12 luglio 2026
Palazzo Esposizioni Roma
Via Nazionale 194, 00184 Roma
Orari: da martedì a domenica dalle 10:00 alle 20:00. Ultimo ingresso un'ora prima della chiusura. Chiuso il lunedì.
Biglietto: intero 15€ / ridotto 12€.
Sito web

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