
Il Casino Giustiniani Massimo Lancellotti: il capolavoro nascosto dei Nazareni tra Dante, Ariosto e Tasso
Nel cuore del Laterano, il Casino Giustiniani Massimo Lancellotti custodisce uno dei cicli di affreschi più straordinari e meno conosciuti di Roma: un viaggio tra storia, letteratura italiana e pittura romantica firmata dai Nazareni.
Dietro la mole severa della Basilica Lateranense, si cela un luogo speciale di Roma: il Casino Giustiniani Massimo Lancellotti. A vederlo oggi, incastonato fra palazzi ottocenteschi, è difficile immaginare che un tempo fosse il cuore verde di una villa che si estendeva fino a via Merulana e piazza San Giovanni.
Fu voluto da Vincenzo Giustiniani, marchese e mecenate di Caravaggio, come dimora di delizie tra vigne e orti, lontana dai clamori della città. Elegante, tardo manierista, con la loggia affacciata sul giardino, il Casino nacque, quindi, come residenza di otium, un rifugio in cui l’arte dialogava con il tempo lento della campagna romana.
Indice
Cenni storici sul Casino Giustiniani Massimo Lancellotti
Tra il 1605 e il 1618, per volontà del marchese Vincenzo Giustiniani, principe di Bassano e depositario della Camera Apostolica, prese forma una residenza pensata non come un semplice palazzo urbano, ma come una villa di delizie: un luogo appartato dove sottrarsi ai rituali della vita aristocratica. Il progetto fu affidato a Carlo Lambardi, autore di un casino a due piani con loggia aperta su un vasto giardino che si estendeva tra le attuali via Merulana, via Tasso, viale Manzoni e piazza San Giovanni in Laterano.
L’impatto visivo, oggi come allora, era affidato soprattutto alle facciate: un vero mosaico lapideo dove lastre marmoree, bassorilievi e sarcofagi di epoca romana si incastrano assumendo le sembianze di reliquie murate. Tra aquile araldiche dei Giustiniani e colombe dei Pamphilj, la decorazione esterna documenta la passione collezionistica della famiglia, portata avanti dal figlio Andrea Giustiniani secondo una moda diffusissima nella Roma barocca.
All’inizio dell’Ottocento la proprietà passò al marchese Carlo Massimo enel 1848 subentrarono i Lancellotti. La stagione dell’Unità d’Italia segnò però la fine della villa come organismo unitario: nel 1871 il grande parco venne venduto come area edificabile nell’ambito della lottizzazione dell’Esquilino. Nel 1885 fu ceduto allo Stato anche il portale del muro di cinta. Ricollocato nel 1931, oggi introduce Villa Celimontana, sul Celio, dove si può ancora leggere il nome di Giustiniani.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, il Casino divenne un quartier generale nazista durante l’occupazione di Roma e le sale affrescate furono trasformate in mensa per gli ufficiali delle SS, data la vicinanza con il comando di via Tasso, oggi Museo Storico della Liberazione.



Nel 1948 il complesso fu acquistato dalla Custodia di Terra Santa, che costruì nuove ali per ospitare i frati. Nel giardino e sotto il portico furono ricollocati capitelli, altari funerari, frammenti antichi e la monumentale statua di Giustiniano.
Cosa vedere nel Casino Giustiniani Massimo Lancellotti: la letteratura italiana in pittura
Al suo interno ci sono tre stanze che racchiudono un tesoro unico nel panorama artistico di Roma: il ciclo di affreschi dei Nazareni. Arrivati a Roma dall’Europa centrale intorno al 1810, questi pittori visionari avevano scelto di vivere come in una confraternita medievale, abbandonando l’accademismo per guardare a Giotto, Beato Angelico e a Raffaello, con un’idea di arte come missione morale e religiosa. Riuniti nella Lukasbund (Lega di San Luca), fondata a Vienna nel 1809, capelli lunghi, barbe incolte e un fervore che li faceva somigliare a profeti: così si fecero chiamare “Nazareni”. Tra il 1817 e il 1829, chiamati dal nuovo proprietario Carlo Massimo, dipinsero qui tre racconti.
Il ciclo pittorico del Casino è una delle pochissime testimonianze nazarene ancora integralmente visibili a Roma e colpisce per lo stato di conservazione e la chiarezza narrativa. Ogni stanza è dedicata a un caposaldo della letteratura italiana: la stanza centrale all’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, la stanza di sinistra alla Divina Commedia di Dante Alighieri e la terza alla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Una quarta stanza, pensata per Petrarca, non vide mai la luce.
La Stanza di Dante: un atlante dell’aldilà
La prima stanza – a sinistra rispetto l’ingresso – è un viaggio nella Divina Commedia. Dante appare insieme narratore e personaggio: minacciato dalle tre fiere nella selva oscura, guidato da Virgilio e poi da Beatrice. Le pareti diventano un racconto continuo: Caronte, Minosse, Cerbero, Gerione, i ladri morsi dai serpenti, il Conte Ugolino che rode il cranio dell’arcivescovo Ruggieri. Il pathos dei dannati riecheggia il Giudizio michelangiolesco e la potenza plastica di Luca Signorelli.
Il racconto si apre con Dante nella selva oscura: due scene affiancate mostrano il poeta addormentato e poi braccato dalle tre fiere – lonza, leone e lupa – fino all’apparizione salvifica di Virgilio, che lo invita al viaggio ultraterreno.
Le pareti si accendono di fuochi infernali, con Dante e Virgilio che avanzano tra dannati, diavoli e mostri. L’Inferno è narrato per episodi successivi: gli Ignavi che inseguono una bandiera senza insegna; Caronte che traghetta le anime verso Minosse, collocato al centro come giudice supremo, con la coda serpentiforme che avvolge i dannati. Più in basso, i diavoli sospingono le anime nei gironi fiammeggianti; Cerbero presidia il cerchio dei golosi; Dante e Virgilio cavalcano Gerione per scendere dall’ottavo al settimo cerchio. Tra i ladri, morsi da serpenti e lucertole, emerge la scena feroce del Conte Ugolino della Gherardesca che rode il cranio dell’arcivescovo Ruggieri, epilogo del nono cerchio.
Il Purgatorio occupa due pareti. Nella prima compare la Nave del Purgatorio: un angelo guida la barca degli spiriti penitenti, tra cui Casella con la cetra. A destra si svolge la vicenda di Buonconte da Montefeltro, conteso tra angelo e demonio; a sinistra la Valletta dei Principi, dove due angeli scacciano il serpente del peccato originale. Al centro, Dante e Virgilio si inginocchiano davanti all’angelo custode della porta del Purgatorio, con le chiavi simboliche.
La parete successiva raffigura il Purgatorio vero e proprio, articolato nei sette gradoni: i superbi schiacciati dai macigni, gli invidiosi dagli occhi cuciti, gli iracondi immersi nella nebbia, gli accidiosi, gli avari e prodighi – tra cui papa Adriano V e il re Ugo Capeto – fino ai golosi emaciati e ai lussuriosi avvolti dal fuoco purificatore.



Sulla volta, Philipp Veit affresca il Paradiso: I Cieli dei Beati e l’Empireo. I cieli ruotano in senso antiorario attorno al centro, occupato dall’Empireo. Beatrice sostituisce Virgilio come guida. Nel cielo della Luna compaiono Piccarda Donati e Costanza d’Altavilla; in Mercurio gli spiriti attivi per la gloria terrena, tra cui l’imperatore Giustiniano; in Venere gli spiriti amanti, come Raab. Nel cielo del Sole si raccolgono gli spiriti sapienti, con San Tommaso d’Aquino; in Marte la croce degli spiriti combattenti e l’incontro con Cacciaguida; in Giove Traiano e re David; in Saturno gli spiriti contemplanti, tra cui San Benedetto. Nel cielo delle Stelle Fisse, Dante è inginocchiato davanti a San Pietro, San Giovanni Evangelista e Adamo. Il nono cielo, il Primo Mobile, non è raffigurato.
Al centro della volta, l’Empireo: Dante e San Bernardo di Chiaravalle ai piedi di Maria e della Santissima Trinità, conclusione luminosa del viaggio: un equilibrio raffinato tra eleganze raffaellesche e dorature tardogotiche.
In questa prima stanza convivono stili diversi perché diversi furono gli autori: se Philipp Veit affrescò la volta con il Paradiso, Joseph Anton Koch realizzò Inferno e Purgatorio sulle pareti, mentre Franz Horny completò le decorazioni vegetali. Il progetto iniziale era stato affidato a Peter von Cornelius, ma il suo trasferimento a Monaco nel 1818 ne interruppe il coinvolgimento.
Una curiosità: quando il Casino passò a Massimiliano Massimo, la moglie Cristina di Sassonia fece ritoccare alcune nudità giudicate sconvenienti. Celebre il caso di Paolo e Francesca: era impossibile “correggere” l’abbraccio, così Paolo fu cancellato, lasciando Francesca sospesa in un gesto monco e malinconico.
L’epica cavalleresca nella stanza di Ariosto
La seconda stanza – quella centrale – ci trasporta nel mondo cavalleresco dell’Orlando Furioso. A darle forma, a partire dal 1818, fu Julius Schnorr von Carolsfeld, chiamato a tradurre in immagini uno dei poemi fondativi dell’immaginario cavalleresco europeo.
Julius Schnorr von Carolsfeld narrò qui le follie dell’amore e le furie della guerra: paladini e saraceni in lotta, Angelica e Medoro uniti dall’amore e Orlando folle di gelosia. È un vortice epico e insieme tenero, tra battaglie e idilli affrescati sulle pareti.
Il racconto si apre sulle vicende sentimentali di Bradamante e Ruggiero, antenati mitici della dinastia estense, nucleo lirico da cui si irradia l’intera narrazione. I lati lunghi della sala sono invece dominati dall’epos.
Sulla volta si dispiega una sequenza di battaglie: i paladini cristiani avanzano vittoriosi contro gli infedeli, mentre sulle pareti scorrono, come in un fregio animato, l’esercito saraceno di Agramante, le schiere franche di Carlo Magno e una galleria di guerrieri memorabili. La narrazione procede per quadri successivi: la scoperta dell’amore segreto tra Angelica e Medoro, la follia di Orlando, la sua perdita del senno e il viaggio sulla Luna per ritrovarlo.
Uno scudo, ben visibile, reca la firma dell’artista e la data 1827. Anche qui il linguaggio figurativo guarda consapevolmente ai grandi modelli del Rinascimento: Raffaello, in particolare l’Incendio di Borgo delle Stanze Vaticane e Michelangelo, evocato nelle anatomie possenti e nei personaggi, che tanto ricordano la Cappella Sistina.



La Stanza del Tasso: lirismo e tensione spirituale
Infine, la terza stanza – a destra rispetto all’ingresso – apre il sipario sulla Gerusalemme Liberata, dove il tono si fa più intimista e sentimentale. Qui Johann Friedrich Overbeck privilegia gli episodi più lirici della Gerusalemme Liberata, riservando la volta e un grande riquadro della parete occidentale ai momenti di maggiore intensità emotiva. Le altre superfici raccontano invece l’ideale epico-cristiano: la città occupata dagli infedeli, la sua riconquista, il sacrificio e la redenzione.
Sfilano così le storie intrecciate di Tancredi e Clorinda, Armida e Rinaldo, Olindo e Sofronia, immerse in un racconto che alterna pathos amoroso e tensione morale. Nel 1827 Overbeck abbandonò il cantiere, dichiarando che l’impresa si era allontanata dalla purezza della sua ispirazione, divenendo troppo mondana. Prima di lasciare, volle però fissare la propria presenza dipingendo il suo autoritratto accanto a quello del committente e a Torquato Tasso.
Il ciclo fu concluso due anni più tardi da Joseph von Führich, che aggiunse anche i ritratti dei nuovi proprietari: Massimiliano Massimo con Cristina di Sassonia e i loro figli, Barbara e Vittorio. Colori vibranti, pennellate dense e citazioni colte: un viaggio concentrato, intimo e sorprendente.
Informazioni utili per visitare il Casino Giustiniani Massimo Lancellotti
Indirizzo: Via Matteo Boiardo, 16, 00185 Roma (RM)
Orari: aperto martedì e giovedì dalle 9:00 alle 12:00 e dalle 16:00 alle 18:00, domenica dalle 10:00 alle 12:00. Chiuso lunedì, mercoledì, venerdì e sabato. Citofonare e chiedere per visitare le stanze aperte al pubblico.
Biglietti: ingresso gratuito.
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