
Poster cubani, cinema italiano e rivoluzione grafica: la mostra al Museo di Roma in Trastevere.
A Cuba, negli anni Sessanta, il manifesto cinematografico non si limitava ad accompagnare il film, ma lo interpretava. In quella stagione, il cartel divenne una delle esperienze più radicali della grafica del Novecento, oggi riletta dalla mostra Cine de papel. Poster cubani di cinema italiano dalla collezione Bardellotto, prorogata fino al 15 marzo e allestita al Museo di Roma in Trastevere.
Qui l’immagine stampata si configura come una superficie critica, capace di tenere insieme cinema, politica e linguaggio visivo in un unico gesto progettuale.
Indice
Origine di un linguaggio: l’ICAIC e la necessità storica
La storia del cartel cubano prese forma all’inizio degli anni Sessanta, con la fondazione dell’Istituto Cubano dell’Arte e dell’Industria Cinematografica (ICAIC). In questo contesto istituzionale, artisti e designer erano chiamati a comunicare i film cubani e stranieri, ma anche a costruire un immaginario coerente con una trasformazione politica in atto.
Durante la Guerra Fredda e sotto l’embargo statunitense, Cuba non importava manifesti cinematografici dall’estero, così i grafici furono costretti a reinventare l’immagine dei film, riscrivendone visivamente il senso. Il manifesto non fu più un oggetto atto alla promozione, ma divenne un dispositivo interpretativo.
Da questa necessità nacque uno stile che rifiutava la mimesi, eliminava il volto dell’attore e dissolveva la narrazione lineare. Cine de papel definisce proprio questa la capacità: estrarre l’essenza di un film e ricomporla attraverso segni, colori e metafore visive.
Il manifesto cinematografico cubano si affermò come linguaggio autonomo, svincolato dalle convenzioni dell’industria e fondato su tecniche serigrafiche, cromatismi accesi e soluzioni formali spesso ironiche, talvolta spiazzanti.



Già dagli anni Quaranta, a Cuba si contavano oltre quattrocento cinema, un quarto dei quali concentrati all’Avana. I film europei, messicani e argentini che arrivavano sull’isola furono pubblicizzati con manifesti di chiara derivazione occidentale, fortemente influenzati dal modello statunitense. In questa fase il manifesto era ancora subordinato alla logica commerciale.
Con la rivoluzione, il sistema cambiò rapidamente. Il nuovo cinema cubano si costruì attorno a giovani registi, produzioni leggere, assenza di star e una marcata tensione sperimentale. Fidel Castro definì il cinema come «strumento di opinione e di formazione della coscienza individuale e collettiva», capace di sostenere lo slancio creativo dello spirito rivoluzionario.
L’ICAIC si allontanò dai modelli hollywoodiani e messicani, guardando al neorealismo italiano. Julio García Espinosa e Tomás Gutiérrez Alea (Titon), formatisi a Roma, portarono sull’isola un’idea di cinema come pratica critica. Accanto a loro operava anche Cesare Zavattini, figura decisiva nel dialogo tra cultura italiana e cubana. Alfredo Guevara diresse l’istituto garantendone autonomia creativa e gestionale, orientandolo verso la sperimentazione e la formazione.
In parallelo si sviluppò il Cartel de cine. Il manifesto serigrafico divenne a Cuba una vera corrente artistica, capace di definire nuovi canoni estetici e compositivi. Eduardo Muñoz Bachs, il più prolifico autore dell’ICAIC, sintetizzò lo spirito di quegli anni con una frase che è già un manifesto: «non sapevamo cosa fare, ma sapevamo che dovevamo farlo».
Con lui operavano Rafael Morante, Antonio Reboiro, René Azcuy, Ñiko (Antonio Pérez González): un gruppo che, pur senza una piena consapevolezza teorica, produsse opere di avanguardia destinate a un riconoscimento internazionale.
Negli anni Settanta e Ottanta la grafica cubana fu premiata per la capacità di sintetizzare messaggi complessi in immagini immediatamente leggibili. Oggi il Cartel de cine è incluso nel Registro Nazionale del Programma Memoria del Mondo dell’UNESCO, a testimonianza del valore culturale globale di questa esperienza.
La mostra al Museo di Roma in Trastevere: il Centro Studi Cartel Cubano e la collezione Bardellotto
Il percorso espositivo presenta 96 manifesti cubani, affiancati da layout, bozzetti e locandine italiane, per un totale di circa 140 opere. Tutti i lavori condividono una scelta radicale: l’assenza dell’attore.
I film italiani proiettati nelle sale cubane – Giulietta degli spiriti, C’eravamo tanto amati, Il medico della mutua, Sbatti il mostro in prima pagina, Deserto rosso, Rogopag – vengono restituiti attraverso segni, allusioni e costruzioni simboliche.
Il Centro Studi Cartel Cubano raccoglie, conserva e diffonde la conoscenza della grafica cubana. La collezione Bardellotto, frutto di oltre venticinque anni di ricerca, comprende più di quattromila manifesti cinematografici e di propaganda politico-sociale realizzati a Cuba dal 1959. Il Centro opera a livello nazionale e internazionale, collabora con istituzioni italiane e cubane, promuove eventi, scambi e progetti editoriali, sostenendo anche la nuova generazione di grafici cubani.
All’interno dell’esperienza del manifesto cinematografico cubano non esiste uno stile dominante, ma una costellazione di pratiche. Gli autori presenti in mostra formano un campo operativo in cui pittura, grafica, architettura, scenografia e politica visiva si intersecano. Ognuno occupa una posizione specifica, contribuendo a costruire l’identità plurale del Cartel de cine. Figure diverse per formazione e stile, accomunate da una stessa urgenza: fare del manifesto un luogo di sperimentazione linguistica, un campo di tensione tra immagine, politica e progetto.
Tra questi, Aldo Amador, la cui formazione pittorica si rifletteva in una grafica priva di stile codificato ma pienamente integrata nel corpus dell’ICAIC. René Azcuy introdusse nel manifesto una forte tensione psicologica, evolvendo dall’uso del colore a soluzioni fotografiche in bianco e nero, concentrate sull’espressività umana. Eduardo Muñoz Bachs, rappresentò il polo più riconoscibile e prolifico del cartel cubano: autodidatta, rompe deliberatamente le regole tradizionali della grafica attraverso cromatismi accesi e figure ironiche, trasformando il manifesto in una forma di narrazione visiva obliqua e anti-retorica.



Jorge Dimas González, fondatore del dipartimento pubblicitario dell’ICAIC, affiancò alla progettazione grafica l’intervento sugli spazi delle sale cinematografiche; i fondali neri ricorrenti nei suoi manifesti intensificavano il contrasto cromatico e la forza comunicativa dell’immagine. Luis Vega de Castro costruiva manifesti in cui l’elemento visivo era sovradimensionato e gerarchicamente ordinato, pensato per garantire una lettura immediata. Rafael Morante Boyerizo, figura chiave della grafica cubana, fu attivo sin dagli anni Cinquanta e collaborò con ICAIC e OSPAAAL fin dalla fondazione, muovendosi tra grafica, direzione artistica, scrittura e insegnamento.
Antonio Pérez González (Ñiko) oscillava tra minimalismo e pop art. Dopo l’esperienza al COR, approdò all’ICAIC nel 1968. I suoi oltre trecento manifesti, diffusi nei circuiti internazionali, gli sono valsi importanti riconoscimenti. Raúl Gregorio Oliva affiancava alla grafica il restauro monumentale, la scenografia teatrale e l’insegnamento, trattando l’immagine come parte di un progetto spaziale più ampio. Julio Eloy Mesa si distinse per un linguaggio basato sul contrasto cromatico e sull’impatto immediato. Antonio Fernández Reboiro introdusse nel cartel cubano suggestioni psichedeliche e metafore complesse; le sue opere sono oggi presenti nelle collezioni del MoMA e del Centre Pompidou.
Alfredo González Rostgaard creò una figurazione ibrida, vicina alla pop art, spesso ironica, maturata anche attraverso la caricatura. Chiude idealmente il percorso Raúl Martínez: pittore, fotografo e grafico, autore di una personale interpretazione della pop art dedicata agli eroi nazionali e alla società cubana, oggi riconosciuta come una delle voci più originali dell’arte dell’isola.
L’esposizione è accompagnata da un catalogo curato da Alessandra Anselmi e Rienzo Pellegrini, edito dal Centro Studi Cartel Cubano di San Donà di Piave (Venezia).
Cine de papel restituisce al manifesto la sua funzione più alta. È qui che il manifesto cubano smette di essere un oggetto e diventa un atto critico: una delle scritture visive più lucide e necessarie del Novecento.
La mostra è promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina, organizzata dal Centro Studi Cartel Cubano e curata da Luigino Bardellotto e Patrizio De Mattio. I servizi museali sono affidati a Zètema Progetto Cultura.
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Informazioni utili sulla mostra
Cine de papel. Poster cubani di cinema italiano dalla collezione Bardellotto
A cura di Luigino Bardellotto e Patrizio De Mattio
Dal 29 ottobre 2025 al 15 marzo 2026
Museo di Roma in Trastevere
Piazza Sant'Egidio 1/b, 00153 Roma (RM)
Orari: dal martedì alla domenica dalle 10:00 alle 20:00. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Chiuso il lunedì.
Biglietto: intero 12€ / biglietto ridotto 7,50€. Per verificare le condizioni di riduzione o gratuità, consultare il sito ufficiale.
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