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  >  Lifestyle   >  Eventi   >  Statue di Buddha nella Terra di Yamato: a Roma il viaggio fotografico di Ogawa Kōzō nel cuore spirituale del Giappone
A Roma una mostra con 60 fotografie di Ogawa Kōzō dedicata alla statuaria buddhista del Giappone antico: un viaggio nella spiritualità della Terra di Yamato tra Buddha, Bodhisattva e Kannon dal VII al XIII secolo.

Sessanta immagini per raccontare non soltanto la straordinaria bellezza della statuaria buddhista giapponese, ma anche le radici culturali e spirituali di una delle aree più significative della storia del Paese. È questo il cuore della mostra Statue di Buddha nella Terra di Yamato, ospitata dall’Istituto Giapponese di Cultura di Romadal 25 maggio al 31 luglio 2026 -e curata da Shirai Sayuri e Maria Cristina Gasperini, che presenta una selezione di fotografie realizzate dal maestro Ogawa Kōzō.

Attraverso i sessanta scatti, il celebre fotografo giapponese conduce il visitatore alla scoperta dell’iconografia del pantheon buddhista della regione di Yamato, territorio che custodisce alcuni dei templi più importanti e frequentati del Giappone e che rappresenta una delle culle della sua civiltà. Le opere esposte raffigurano Buddha, Bodhisattva, Generali Celesti e Kannon, la divinità della compassione, in un percorso che attraversa oltre sei secoli di storia artistica, dal VII al XIII secolo.

Le fotografie rivelano la dimensione più profonda della cultura giapponese, restituendo al pubblico le radici spesso invisibili dell’identità spirituale del Paese. Attraverso l’obiettivo di Ogawa Kōzō, le statue diventano infatti testimonianze di una tradizione religiosa e artistica che ha contribuito a definire l’anima del Giappone.

Ogawa Kōzō, il fotografo che cercava l’anima delle statue buddhiste

Nato a Nara nel 1928 e scomparso nel 2016, Ogawa Kōzō rappresenta una delle figure più significative della fotografia dedicata al patrimonio artistico e religioso giapponese. Terzo figlio di Ogawa Seiyō, celebre fotografo specializzato nella documentazione della statuaria buddhista e fondatore del laboratorio fotografico Asukaen, crebbe in un ambiente in cui la fotografia costituiva uno strumento di ricerca e di conservazione della memoria culturale.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale prestò servizio nelle comunicazioni militari, decise di intraprendere un percorso artistico, studiando pittura giapponese e occidentale presso l’Istituto d’Arte annesso al Museo della Città di Osaka. Nel 1948 subentrò al padre nella gestione dell’Asukaen, assumendo la responsabilità delle attività fotografiche che avrebbero segnato la sua intera carriera.

Una svolta fondamentale arrivò nel 1950, quando, a seguito dell’entrata in vigore della Legge sulla Protezione dei Beni Culturali, ricevette dalla Commissione competente – l’attuale Agenzia per gli Affari Culturali – l’incarico di documentare fotograficamente la statuaria buddhista presente in tutto il Giappone. Per cinque anni percorse il Paese realizzando un’imponente campagna di catalogazione, destinata a diventare un punto di riferimento per gli studi sul patrimonio artistico nazionale.

Statue di Buddha nella terra di Yamato all’Istituto Giapponese di Cultura di Roma | © Riproduzione riservata 
Statue di Buddha nella terra di Yamato all’Istituto Giapponese di Cultura di Roma | © Riproduzione riservata 
Statue di Buddha nella terra di Yamato all’Istituto Giapponese di Cultura di Roma | © Riproduzione riservata 

Nel 1957 inaugurò la sua prima mostra personale presso i grandi magazzini Hankyū di Osaka, presentando una ricerca fotografica già caratterizzata da un linguaggio autonomo. A differenza delle immagini in bianco e nero realizzate dal padre Seiyō, Kōzō si dedicò infatti alla sperimentazione della fotografia a colori, ricercando una resa cromatica fedele e un’illuminazione capace di valorizzare la spiritualità delle opere. Dopo numerosi tentativi mise a punto una tecnica innovativa basata sull’utilizzo di specchi, attraverso i quali la luce naturale veniva fatta circolare all’interno degli ambienti, consentendo di fotografare le sculture con una profondità luministica inedita.

Questa metodologia raggiunge una delle sue espressioni più alte nella serie Il fascino della statuaria buddhista, articolata in ventotto volumi, ciascuno dedicato a una specifica tipologia scultorea. Attraverso variazioni di angolazione e di illuminazione, Ogawa riesce a far emergere le molteplici espressioni dei volti e la complessità psicologica delle statue. Emblematica è la fotografia dell’Ashura stante del Tempio Kōfuku-ji, nella quale l’artista restituisce una figura dall’espressione severa, quasi quella di una divinità guerriera, piuttosto che la dolcezza generalmente attribuita a un giovane. Una scelta interpretativa che riflette il suo particolare approccio: fotografare le opere considerando il contesto storico della loro realizzazione e la loro collocazione originaria.

Tra le principali pubblicazioni figurano I cento migliori scatti di statue buddhiste dello Asukaen, Yamato Shiurubashi, Il fascino della statuaria buddhista, Il volto del Buddha, Aoniyoshi, Kōfukuji, Nara: Passeggiata tra i patrimoni dell’umanità e Sankei Color Guide: Statue buddhiste.

Pur avendo dedicato l’intera esistenza alla fotografia dei paesaggi e delle statue buddhiste di Nara, Ogawa affiancò fin da giovane un intenso interesse per la storia antica, ritenuta indispensabile per comprendere il contesto culturale delle opere. Da questa attività di ricerca nacquero volumi come L’immagine originaria di Yamato e Il mistero dei rituali antichi di Yamato.

Nel saggio L’immagine originaria di Yamato elaborò inoltre la teoria della “Via del Sole”, secondo la quale i siti rituali, i templi e i santuari dell’antica Yamato sarebbero disposti lungo una medesima linea di latitudine avente come punto di riferimento il Santuario di Hibara, a Nara.

Alla produzione artistica affiancò un’importante attività accademica e istituzionale. Fu consigliere della Società Giapponese per lo Studio del Pacifico e insegnò presso l’Università delle Arti di Aichi e l’Università Femminile Hakuho. Nel 2010 organizzò la mostra fotografica Ogawa Seiyō e il percorso dello Asukaen – Ogawa Kōzō, Kanai Tomomichi, Wakamatsu Yasuhiro presso il Nara Prefecture Complex of Man’yō Culture. L’anno successivo promosse, nella sede centrale del quotidiano Asahi Shinbun di Osaka, la mostra benefica Statue buddhiste di Nara per le vittime del Grande Terremoto del Tōhoku. Numerose furono anche le sue esposizioni personali all’estero, che contribuirono alla diffusione internazionale della cultura artistica giapponese.

La sua riflessione teorica accompagnò costantemente il lavoro fotografico: «Studiando l’arte giapponese e quella occidentale – affermava – ho rilevato la difformità dei punti di vista. Gli europei guardano all’oggetto reale, mentre i giapponesi lo vedono astratto e simbolico».

Secondo Ogawa, anche l’evoluzione della statuaria buddhista testimonia questa trasformazione dello sguardo: «Le statue buddhiste di Gandhāra, in India, lì dove l’arte buddhista è nata, erano influenzate dalla scultura greca. Più il Buddhismo si diffondeva a Oriente lungo la Via della Seta, più le statue evolvevano da una forma realistica verso una sempre più astratta. Nara si trova al termine della tratta e la sua statuaria buddhista mette in evidenza l’arte della linea. Voglio trasmettere al pubblico queste differenze culturali, enfatizzando la bellezza della linea».

Una visione che trova la sua sintesi più efficace nelle sue stesse parole: «Il punto non è fotografare una statua buddhista, ma captarne l’anima. L’opera è sempre uguale a se stessa in origine; va dunque compiuta un’operazione al contrario per raggiungerne la vera natura».

Nara, la Terra di Yamato: culla della civiltà giapponese e capitale dell’arte buddhista

Per secoli il nome “Terra di Yamato” ha identificato il territorio corrispondente all’attuale città di Nara, denominazione con la quale essa fu conosciuta fino al XIX secolo e che ancora oggi richiama il ruolo centrale ricoperto nella formazione della civiltà giapponese. Proprio qui, durante il periodo Nara (710-794 d.C.), il Giappone visse una delle stagioni più significative della propria storia, segnata dall’istituzione della prima capitale permanente del Paese, Heijō-kyō, l’odierna Nara. La nuova organizzazione politica, ispirata al modello amministrativo cinese, favorì la nascita di un forte governo centralizzato e accompagnò uno straordinario sviluppo dell’arte, della cultura e della letteratura buddhista, oltre alla costruzione di grandi complessi religiosi destinati a definire il volto della città.

Nara riuniva infatti il palazzo imperiale, centro delle attività politiche e amministrative dello Stato, e un vasto numero di templi fatti edificare direttamente dal governo. Questa concentrazione di istituzioni civili e religiose trasformò l’antica capitale nel principale laboratorio dell’arte buddhista giapponese, dove numerosi artisti realizzarono alcune delle più importanti opere della statuaria del Paese, destinate a diventare modelli di riferimento per le generazioni successive.

Statue di Buddha nella terra di Yamato all’Istituto Giapponese di Cultura di Roma | © Riproduzione riservata 
Statue di Buddha nella terra di Yamato all’Istituto Giapponese di Cultura di Roma | © Riproduzione riservata 
Statue di Buddha nella terra di Yamato all’Istituto Giapponese di Cultura di Roma | © Riproduzione riservata 

Nel corso dell’VIII secolo, la scultura buddhista attraversò tre fasi ben distinte, ciascuna caratterizzata da un proprio linguaggio stilistico: gli anni della genesi, che corrispondono all’inizio del secolo; l’età classica o aurea, sviluppatasi intorno alla metà dell’Ottocento giapponese e infine la nuova era, collocabile nella seconda metà del secolo. Il primo periodo coincise con il completamento delle sculture del tempio Hōryūji, mentre il secondo trovò la sua massima espressione nella realizzazione della monumentale statua del Grande Buddha del Tōdaiji, la più imponente del Giappone con i suoi 14,98 metri di altezza. La fusione dell’opera ebbe inizio nel 747 per volontà dell’imperatore Shōmu (701-756), che ne fece il simbolo della propria politica religiosa e culturale.

L’ultima fase della stagione artistica di Nara fu invece segnata dall’arrivo dalla Cina, nel 753, del monaco Ganjin, figura destinata a esercitare una profonda influenza sul buddhismo giapponese. Sei anni più tardi, nel 759, egli fondò il tempio Tōshōdaiji, introducendo nuove concezioni filosofiche e un diverso linguaggio nella produzione statuaria. La decorazione interna del complesso rappresentò una svolta decisiva per l’arte giapponese, pur costituendo una delle ultime grandi testimonianze della tecnica della lacca secca, destinata progressivamente a cadere in disuso per gli elevati costi economici e tecnici della sua realizzazione e ormai riservata soltanto a opere di altissimo livello. Da quel momento il legno si impose come materiale privilegiato per la raffigurazione delle immagini del pantheon buddhista, inaugurando una nuova stagione della scultura religiosa.

Quando la capitale fu successivamente trasferita da Nara a Kyoto, gran parte del territorio di Nara fu destinata alla coltivazione del riso. I templi, tuttavia, continuarono a essere preservati e la città intraprese una nuova fase della propria storia, trasformandosi nella celebre “città dei templi”. Il Kōfukuji e il Tōdaiji acquisirono progressivamente un enorme potere economico e religioso, impiegando un numero crescente di lavoratori e rendendo necessario l’ampliamento dell’antico centro abitato. Sebbene entrambi i complessi siano stati più volte distrutti dagli incendi nel corso dei secoli, ogni volta furono ricostruiti, contribuendo a fare di Nara una meta imprescindibile del turismo sacro e la più antica città del Giappone ad aver conservato la propria configurazione originaria.

L’antica Nara rappresenta ancora oggi la città simbolo dell’arte buddhista giapponese. Qui numerosi artisti hanno realizzato alcuni dei più grandi capolavori della statuaria religiosa.

In questo straordinario patrimonio artistico si inserisce il lavoro di Ogawa Kōzō, nato proprio a Nara e terzo figlio di Ogawa Seiyō, fotografo specializzato nella documentazione delle statue buddhiste e fondatore del laboratorio Asukaen nella stessa città. 

La mostra dedicata al suo lavoro presenta sessanta fotografie che immortalano alcune delle più affascinanti statue buddhiste custodite nei templi della regione di Yamato. Attraverso queste immagini prende forma un racconto dell’iconografia del pantheon buddhista, nel quale trovano spazio rappresentazioni del Buddha, dei Bodhisattva, di Kannon, divinità della compassione, e dei Generali Celesti protettori. Le opere documentate appartengono a un arco cronologico compreso tra il VII e il XIII secolo e testimoniano l’evoluzione artistica e spirituale del Giappone medievale.

Negli scatti di Ogawa Kōzō emergono la spiritualità, la devozione religiosa e l’identità culturale di un intero popolo, mentre le fotografie consentono di osservare da vicino dettagli spesso difficilmente accessibili, offrendo una prospettiva privilegiata su capolavori conservati nei più importanti luoghi sacri del Giappone.

Avete già visto la mostra Statue di Buddha nella terra di Yamato all’Istituto Giapponese di Cultura di Roma o lo farete presto? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

Informazioni utili per la visita

Statue di Buddha nella terra di Yamato
A cura di Shirai Sayuri e Maria Cristina Gasperini
Dal 25 Maggio al 31 Luglio 2026
Istituto Giapponese di Cultura
Via Gramsci 74, Roma (RM)
Orari: aperta da lunedì a venerdì dalle 9:00 alle 12:30 e dalle 13:30 alle 17:00.
Biglietti: ingresso libero / visite guidate gratuite su prenotazione (il calendario delle date disponibili su Eventbrite)

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