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  >  In giro per l'Italia   >  Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma: storia e opere d’arte
La Basilica di Sant'Agostino in Campo Marzio custodisce opere di Caravaggio, Raffaello, Bernini e Sansovino: la storia della chiesa rinascimentale e i suoi tesori artistici nel cuore di Roma.

Nel fitto tessuto urbano del rione Sant’Eustachio, alle spalle di via della Scrofa e a breve distanza da piazza Navona, la Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio racconta gli esordi dell’architettura rinascimentale romana. Affacciata sull’omonima piazza, la chiesa documenta il passaggio tra la tradizione medievale e il nuovo linguaggio artistico del Rinascimento, conservando una storia strettamente legata all’Ordine degli Agostiniani.

Le sue origini risalgono al XIV secolo, quando gli agostiniani decisero di costruire una nuova chiesa destinata a ospitare il proprio convento, dedicandola a Sant’Agostino, fondatore e figura di riferimento dell’ordine. 

Le origini e la storia della Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio

La Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio risale al XIV secolo, quando gli eremitani agostiniani, già officianti presso l’antica Chiesa di San Trifone in Posterula, decisero di realizzare un nuovo complesso conventuale dedicato a Sant’Agostino, figura ispiratrice dell’ordine.

La prima edificazione prese forma tra la fine del Trecento e i primi anni del Quattrocento e fu completata intorno al 1420. Ben presto, tuttavia, la nuova chiesa si rivelò inadatta alle necessità della comunità religiosa: gli spazi risultavano insufficienti e la posizione – troppo vicina e troppo bassa rispetto al corso del Tevere – la esponeva frequentemente alle esondazioni del fiume.

La svolta arrivò grazie al sostegno del cardinale Guillaume d’Estouteville, che promosse la costruzione di un nuovo edificio tra il 1479 e il 1483. Il progetto, affidato a Giacomo da Pietrasanta e Sebastiano da Firenze, diede vita all’attuale basilica, edificata perpendicolarmente rispetto alla precedente e collocata a un livello più elevato rispetto al piano stradale mediante una scalinata monumentale, soluzione che consentì di proteggerla dalle piene del Tevere. Soltanto nel 1484 gli agostiniani si trasferirono definitivamente nella nuova sede, mentre la Chiesa di San Trifone fu affidata alla Confraternita del Santissimo Sacramento.

Interni della Chiesa di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma | © Serena Annese 
Caravaggio, Madonna dei Pellegrini, Chisa di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma | © Serena Annese 
Raffaello, Il profeta Isaia, Chisa di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma | © Serena Annese 

L’antica Chiesa di San Trifone in Posterula, conosciuta anche come San Trifone iuxta posterulas, risaliva probabilmente all’VIII secolo. Il suo nome derivava dalle posterule, i piccoli varchi aperti nelle vicine Mura Aureliane che permettevano l’accesso alle rive del Tevere. Situata nei pressi dell’attuale via della Scrofa, nel 1287 fu concessa da papa Onorio IV agli eremitani di Sant’Agostino, che aggiunsero al titolo originario il nome del loro santo patrono. L’edificio fu infine demolito nel 1746, quando Luigi Vanvitelli avviò l’ampliamento del convento di Sant’Agostino.

Proprio tra il 1746 e il 1750 Vanvitelli intervenne profondamente anche sull’aspetto della basilica. L’architetto modificò la cupola originaria, una struttura emisferica impostata su tamburo cilindrico e considerata il primo esempio di cupola rinascimentale realizzata a Roma, sostituendola con una volta a catino. Nello stesso intervento furono aggiunte le volute laterali della facciata e il campanile cuspidato quattrocentesco fu trasformato nell’attuale torre quadrangolare.

L’architettura della prima grande chiesa rinascimentale di Roma

La facciata, ispirata a quella di Santa Maria Novella a Firenze, è tradizionalmente attribuita da alcuni studiosi a Leon Battista Alberti, sebbene la sua realizzazione venga generalmente ricondotta a Jacopo da Pietrasanta, che la completò nel 1483 utilizzando blocchi di travertino provenienti dal Colosseo. La struttura, articolata su due ordini, è dominata dal timpano centrale, nel quale campeggia lo stemma del cardinale Guillaume d’Estouteville, promotore della ricostruzione della basilica. Le caratteristiche volute laterali furono invece aggiunte da Luigi Vanvitelli durante i lavori eseguiti tra il 1746 e il 1750.

L’edificio presenta una pianta a croce latina con tre navate scandite da robusti pilastri, cinque cappelle per lato, un ampio transetto e un’abside affiancata da ulteriori cappelle. Appena varcato l’ingresso, sulla destra, si incontra una delle immagini devozionali più amate della città: la Madonna del Parto, scolpita nel 1516 da Jacopo Tatti, detto il Sansovino. Da secoli la statua è meta di pellegrinaggi e preghiere, soprattutto da parte delle donne in attesa di un figlio, che la venerano come protettrice delle partorienti. La tradizione vuole che l’opera sia stata ricavata adattando un’antica statua romana raffigurante Agrippina con il piccolo Nerone tra le braccia. Ancora oggi la scultura è circondata da numerosi ex voto.

L’aspetto odierno della navata centrale è il risultato dell’importante intervento decorativo affidato a Pietro Gagliardi tra il 1858 e il 1868. L’artista realizzò un vasto ciclo pittorico che riveste pareti e volta con dodici episodi della Vita della Vergine, affiancati dalle figure delle eroine del Vecchio Testamento, Rebecca, Rut, Giaele, Giuditta, Abigail ed Ester. Completano il programma iconografico angeli con cartigli, motivi ornamentali, scene monocrome dell’Antico Testamento e i grandi tondi raffiguranti Davide e Abramo, che dialogano con lo stemma quattrocentesco del cardinale d’Estouteville posto al centro della volta.

Proseguendo lungo la navata centrale si incontra uno dei più raffinati gruppi marmorei del Rinascimento romano: Sant’Anna con la Vergine e il Bambino, realizzato da Andrea Sansovino tra il 1511 e il 1516. L’opera faceva parte di un più ampio ciclo dedicato alle Storie della Vergine, sviluppato lungo i pilastri della basilica. Intorno a questa scultura sopravvisse per lungo tempo una curiosa tradizione: nel giorno dedicato a Sant’Anna i poeti romani erano soliti appendere ai suoi piedi i propri componimenti, trasformando la chiesa anche in un luogo d’incontro della vita letteraria cittadina.

Al di sopra del gruppo marmoreo si trova uno dei grandi capolavori di Raffaello: il Profeta Isaia, affresco eseguito tra il 1511 e il 1512 su commissione del banchiere e umanista lussemburghese Johan Goritz.

Tra le opere più celebri custodite nella basilica c’è poi la Madonna dei Pellegrini, nota anche come Madonna di Loreto, realizzata da Caravaggio per la Cappella Cavalletti all’inizio del Seicento. Il dipinto raffigura la Vergine che accoglie due pellegrini dai piedi sporchi e consumati dal lungo cammino, una scelta di straordinario realismo che all’epoca suscitò accese polemiche. Secondo alcune fonti la Madonna avrebbe il volto di Maddalena Antognetti, detta Lena, identificata da alcuni studiosi come amante del pittore. La vicenda si intreccia con uno dei numerosi episodi turbolenti della vita di Caravaggio: dopo aver aggredito in piazza Navona il notaio Mariano Pasqualone, rivale in amore, l’artista trovò rifugio proprio nella Basilica di Sant’Agostino prima della fuga da Roma. La tela fu successivamente donata agli agostiniani come segno di riconoscenza per l’asilo ricevuto.

Il percorso artistico della basilica prosegue verso il presbiterio, dove si trova il monumentale altare maggiore, progettato da Gian Lorenzo Bernini nel 1627 e realizzato da Orazio Torriani, che custodisce al centro una preziosa icona bizantina raffigurante la Vergine con il Bambino, proveniente dalla Chiesa di Santa Sofia di Costantinopoli.

La Cappella di Santa Monica della Chiesa di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma | © Serena Annese 
Navata centrale della Chiesa di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma | © Serena Annese 
Cupola della Chiesa di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma | © Serena Annese 

La Cappella di Sant’Agostino, sul lato destro del transetto, ospita la pala d’altare realizzata dal Guercino nel 1636 con Sant’Agostino tra San Giovanni Battista e San Paolo Eremita, affiancata da due grandi tele di Giovanni Lanfranco dedicate al santo: Sant’Agostino lava i piedi al Redentore e Sant’Agostino sconfigge le eresie. Sul lato opposto si apre invece la Cappella di San Tommaso da Villanova, progettata da Giovanni Baratta e impreziosita dalla scultura di San Tommaso da Villanova e la Carità, opera di Melchiorre Caffà, completata dopo la morte dello scultore da Ercole Ferrata.

Lungo le navate si susseguono poi le altre cappelle. La Cappella di Santa Chiara conserva la pala d’altare dipinta da Sebastiano Conca e gli affreschi attribuiti a Girolamo Nanni, mentre la Cappella di Sant’Apollonia accoglie un dipinto di Girolamo Muziano e le decorazioni di Francesco Rosa. La cappella dedicata a Santa Rita da Cascia, progettata da Giovanni Contini, allievo del Bernini, custodisce invece l’Estasi di Santa Rita, eseguita da Giacinto Brandi intorno al 1660. Nella Cappella di San Pietro si distingue il gruppo marmoreo scolpito nel 1569 da Giovanni Battista Cassignola, mentre la Cappella del Crocifisso conserva un pregevole Crocifisso ligneo del XVI secolo davanti al quale, secondo la tradizione, era solito raccogliersi in preghiera San Filippo Neri.

Tra gli ambienti più significativi figura inoltre la Cappella Bongiovanni, dedicata ai Santi Agostino e Guglielmo, autentico capolavoro di Giovanni Lanfranco. Tra il 1613 e il 1616 il pittore vi realizzò un articolato ciclo decorativo comprendente San Guglielmo curato dalla Vergine, Sant’Agostino in meditazione sul mistero della Trinità e l’Incoronazione della Vergine tra i santi Agostino e Guglielmo, affiancati dagli affreschi della lunetta e della volta dedicati all’Assunzione della Vergine e agli Apostoli raccolti intorno al sepolcro vuoto di Maria.

Degno di nota è poi il grande organo collocato sulla cantoria lignea della controfacciata. Le sue origini risalgono al 1431, quando fu trasferito dall’antica Chiesa di Sant’Agostino. Nel corso dei secoli lo strumento fu più volte sostituito e ampliato: dopo gli interventi di Giuseppe Catarinozzi e Giuseppe Testa nel Seicento e quello di Giacomo Alari nel 1682, nel 1838 il cardinale Cesare Brancadoro commissionò un nuovo organo ad Angelo Morettini. L’attuale strumento è stato costruito da Carlo Vegezzi-Bossi nel 1905 e dispone di tre tastiere da cinquantotto note.

Altra aspetto da analizzare sono le sepolture che la basilica accoglie. Tra le sue mura riposano Santa Monica, madre di Sant’Agostino, il poeta umanista Maffeo Vegio, Contessina de’ Medici, figlia di Lorenzo il Magnifico, il cardinale Girolamo Verallo, il cardinale Egidio da Viterbo e altri illustri personaggi della storia ecclesiastica e culturale romana.

Accanto a queste sepolture illustri, la chiesa custodisce una delle pagine più singolari della storia sociale della Roma Rinascimentale. Per lungo tempo, infatti, Sant’Agostino fu l’unica basilica della città ad accogliere regolarmente anche le cortigiane, alle quali erano riservati i primi banchi durante le celebrazioni liturgiche, così da sottrarle agli sguardi del popolino ed evitare distrazioni tra i fedeli. Alcune di loro trovarono persino sepoltura all’interno della chiesa, tra cui Fiammetta Michaelis, celebre amante di Cesare Borgia, Giulia Campana, Penelope e la poetessa Tullia d’Aragona. Le loro tombe sono oggi scomparse, probabilmente eliminate durante la stagione della Controriforma, ma la loro presenza continua a raccontare un aspetto poco noto e sorprendente della storia religiosa e civile della Roma del Cinquecento.

Conoscevate già la Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio? L’avete già visitata o lo farete presto? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

Informazioni utili per la visita

Indirizzo: Piazza di S. Agostino, 00186 Roma (RM)
Orari: aperta da lunedì a sabato dalle 7:30 alle 12:30 e dalle 16:00 alle 19:30, domenica dalle 8:00 alle 12:45 e dalle 16:00 alle 19:30.

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