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  >  In giro per l'Italia   >  Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma: il Codex Seraphinianus diventa un’opera d’arte abitabile nel cuore della Capitale
Grazie alle aperture straordinarie di Open House Roma è possibile visitare una delle case-studio più interessanti ed eclettiche di Roma, quella di Luigi Serafini. Ora si chiede che sia dichiarata bene culturale di interesse nazionale.

A pochi passi dal Pantheon, lungo la salita de’ Crescenzi – breve collegamento in pendenza tra il rione Pigna e il rione Sant’Eustachio – si trova un palazzo edificato sui resti delle antiche Terme di Nerone, che oggi ospita la casa-studio di Luigi Serafini.

Artista, architetto, designer e illustratore, Luigi Serafini è conosciuto in tutto il mondo come l’autore del Codex Seraphinianus, uno dei libri più enigmatici e influenti del secondo Novecento. Pubblicato per la prima volta nel 1981 da Franco Maria Ricci – editore visionario, collezionista e autentico arbiter elegantiae della cultura editoriale italiana – il volume apparve nei numeri 27 e 28 della collana I segni dell’uomo.

Il Codex si presenta come un’enciclopedia fantastica proveniente da un universo parallelo: un catalogo dell’impossibile scritto in una lingua inventata, attraversato da una grafia fittissima, elegante e inafferrabile. Italo Calvino, tra i primi e più autorevoli estimatori dell’opera, descrisse quella scrittura come “una grafia corsiva minuziosa e agile” che dà continuamente l’impressione di poter essere compresa, salvo poi sottrarsi a ogni tentativo di lettura, parola dopo parola, lettera dopo lettera.

Il fascino del Codex Seraphinianus conquistò fin da subito figure centrali della cultura europea come Roland Barthes, Giorgio Manganelli e Federico Fellini. Fu proprio Fellini, sedotto dall’immaginario di Serafini, a proporgli addirittura un ruolo da protagonista nel film Intervista. L’artista rifiutò l’offerta, preferendo restare dietro le quinte del proprio universo visionario. Tra i due, tuttavia, nacque un rapporto di stima reciproca che avrebbe trovato una sua forma simbolica qualche anno più tardi, quando Serafini realizzò una locandina speciale per La voce della Luna, l’ultimo film del regista riminese.

Chi è Luigi Serafini: artista, architetto e autore del Codex Seraphinianus

Nato a Roma nel 1949 da Luciana Vincenti e Aldo Serafini, ingegnere elettrotecnico di origini marchigiane, Luigi Serafini cresce tra i dintorni di Piazza di Spagna e le estati trascorse a Pedaso, nelle Marche, affacciato sull’Adriatico. Quel paesaggio costiero, insieme alla frequentazione della Villa Passari – abitata da parenti e colma di opere d’arte – segnerà profondamente il suo immaginario visivo e poetico. Si laurea in Architettura all’Università La Sapienza di Roma nel 1977. Durante gli anni universitari collabora con architetti come Maurizio Sacripanti e Luigi Pellegrin, mentre i suoi viaggi iniziano già a delineare una geografia mentale destinata a riflettersi nella sua opera: nel 1971 attraversa gli Stati Uniti con una Rolleiflex e un sacco a pelo, fermandosi a lavorare presso la comunità sperimentale di Arcosanti fondata da Paolo Soleri; nel 1972 raggiunge Babilonia lungo l’Eufrate e l’anno successivo esplora l’Africa equatoriale e il bacino del Congo.

Di ritorno a Roma, nel 1976, avvia il progetto che lo renderà celebre a livello internazionale: il Codex Seraphinianus. L’opera, completata nel 1978, è una monumentale enciclopedia illustrata di un universo immaginario, composta da oltre mille tavole accompagnate da una scrittura asemica ideata dallo stesso autore, volutamente indecifrabile. Per Serafini il Codex nasce come “alieno” da collocare in libreria: un libro capace di restituire al lettore adulto la sensazione infantile di trovarsi davanti a segni comprensibili solo agli altri. L’idea attira presto l’attenzione dell’editore Franco Maria Ricci, che pubblica nel 1981 la prima edizione in due volumi. Roland Barthes manifestò interesse per il progetto e avrebbe voluto scriverne il testo introduttivo, interrotto però dalla sua improvvisa scomparsa. Sarà invece Italo Calvino a consacrare l’opera con il celebre saggio L’Enciclopedia di un visionario, successivamente raccolto in Collezione di sabbia.

Nella Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma | © Serena Annese
Nella Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma | © Serena Annese
Nella Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma | © Serena Annese

La prima presentazione ufficiale del Codex avviene nel 1981 a Palazzo Grassi a Venezia, in una mostra curata da Vittorio Sgarbi. Critici come Federico Zeri riconoscono nell’opera una genealogia che attraversa Bosch, Arcimboldo, Gaudí, Raymond Roussel e Alberto Savinio, mentre il libro si trasforma rapidamente in un oggetto di culto internazionale, ristampato negli anni in diverse lingue e ripubblicato da Rizzoli nel 2006 con il Decodex, raccolta di interventi critici che accompagna l’opera senza mai svelarne il mistero. Nel 2021, in occasione del quarantennale, una nuova edizione ampliata arricchisce ulteriormente il progetto originario. Il Codex ha influenzato artisti, scrittori e coreografi, tra cui Philippe Decouflé, autore delle cerimonie olimpiche di Albertville 1992.

Parallelamente alla dimensione enciclopedica e visionaria del Codex, Serafini sviluppa negli anni Ottanta una riflessione sul mito di Pulcinella. Nel 1982 partecipa al Carnevale di Venezia con una gigantesca testa della maschera napoletana trasportata in gondola sul Canal Grande per volontà di Maurizio Scaparro. Due anni più tardi pubblica Pulcinellopedia (piccola) per Longanesi: una suite di disegni e testi brevi che trasforma Pulcinella in figura archetipica, sospesa tra comicità, morte e metamorfosi. Giorgio Manganelli ne coglie la natura ambigua e immortale, definendolo “l’unico eroe umanamente possibile”. Il volume è stato ripubblicato nel 2016 da Rizzoli con il titolo Pulcinellopaedia Seraphiniana.

Nel corso della sua carriera Serafini ha attraversato linguaggi e discipline senza mai stabilirsi definitivamente in una sola categoria. Pittore, scultore, ceramista, illustratore, designer, scenografo e grafico, entra negli anni Ottanta in contatto con Alessandro Mendini, Ettore Sottsass e le avanguardie del design radicale italiano, collaborando con Studio Alchimia e Memphis. Ha partecipato al progetto Il Mobile Infinito e firmato oggetti divenuti iconici, come lo specchio Sheraton, le sedie Santa e Suspiral, oltre a vetri e lampade per Artemide. Nel 1984-85 progetta integralmente la “Casa del dottor Fausto” a Civitanova Marche, dagli arredi agli oggetti domestici, concependo lo spazio abitativo come un’opera totale.

L’attività scenografica lo porta a collaborare con Federico Fellini per La voce della luna nel 1990, mentre al Teatro alla Scala realizza scene, costumi e luci per il balletto Jazz Calendar di Frederick Ashton. Ha lavorato inoltre con la Rai, progettando scenografie televisive e sigle, tra cui quelle per il documentario di Enzo Biagi sulla Lunga Marcia di Mao e per il programma Linea Verde.

Negli anni Novanta la pittura è diventata centrale nella sua ricerca: grandi tele dai colori accesi, ironiche e perturbanti, ai confini tra simbolismo e assurdo. Nel 1998 Achille Bonito Oliva cura alla Fondazione Mudima di Milano la mostra Il Teatro della Pittura, accompagnata da una colonna sonora originale di Danny Elfman. L’anno successivo Serafini partecipa alla XIII Quadriennale di Roma e ottiene una candidatura al Premio Ubu per le scenografie di Materiali per una tragedia tedesca di Antonio Tarantino, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano.

Nel 2003 ha realizzato per la stazione Materdei della Metropolitana di Napoli la scultura policroma Carpe Diem e la pavimentazione Paradiso Pedestre, nell’ambito del progetto “Stazioni dell’Arte”. Nel 2007 il PAC di Milano gli dedica la grande retrospettiva Luna-Pac Serafini, Una mostra ontologica, accolta da quasi undicimila visitatori in poco più di un mese. Seguono installazioni come Balançoires sans Frontièresa Castasegna, al confine tra Italia e Svizzera, e numerose esposizioni internazionali tra Venezia, Istanbul, Londra, Ginevra e Parigi.

Nel 2016 il Collège de ’Pataphysique di Parigi gli ha conferito il titolo di Satrape Transcendant, onorificenza simbolica già attribuita – tra gli altri – a Umberto Eco, Dario Fo ed Edoardo Sanguineti. Nel 2021 firma scene e costumi per Ubu Re al Teatro Argentina di Roma, omaggio diretto ad Alfred Jarry e alla tradizione patafisica.

Tra il 2020 e il 2024 le sue opere sono state presentate al CRAC di Sète, al MAXXI di Roma, alla Colnaghi Gallery di Londra e al Museo di Roma in Trastevere. Nel 2024 il MACRO di Roma ha ospitato Una casa ontologica, mostra curata da Luca Lo Pinto che ha ricostruito gli interni della sua abitazione-atelier vicino al Pantheon: uno spazio trasformato nel corso dei decenni in una vera e propria opera d’arte immersiva, oggi minacciata da un procedimento di sfratto. Nello stesso anno il MART di Rovereto gli ha dedicato Il Sogno di Luigi Serafini, la più ampia retrospettiva mai realizzata sul suo lavoro, con una ricostruzione tridimensionale della casa-studio romana e un percorso che collegava la sua opera alla tradizione del Surrealismo italiano.

Nella Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma | © Serena Annese
Nella Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma | © Serena Annese
Nella Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma | © Serena Annese

Il Codex Seraphinianus: l’enciclopedia dell’impossibile e la scrittura asemica

Pubblicato per la prima volta nel 1981 dall’editore Franco Maria Ricci, il Codex Seraphinianus di Luigi Serafini è uno degli oggetti editoriali più enigmatici e influenti della cultura visiva contemporanea. Serafini iniziò a lavorare al Codex nel 1976, a ventisette anni, mentre viveva quasi da eremita in una mansarda di Sant’Andrea delle Fratte, dietro Piazza di Spagna. Laureato in architettura e impegnato in collaborazioni con diversi studi romani, raccontò di essersi ritrovato a disegnare senza sapere esattamente cosa stesse costruendo.

Scritto e illustrato tra il 1976 e il 1978, il volume raccoglie oltre mille disegni distribuiti in circa 360 pagine e si presenta come una sorta di enciclopedia proveniente da un altro mondo: una catalogazione fantastica dell’universo, redatta in un alfabeto indecifrabile e attraversata da continue metamorfosi visive. Nel corso di una conferenza tenuta alla Society of Bibliophiles dell’Università di Oxford, l’8 maggio 2009, Serafini chiarì definitivamente la natura della scrittura del Codex: non si tratta di una lingua segreta né di un codice da decifrare, ma di una grafia interamente asemica, priva cioè di qualunque corrispondenza con idiomi esistenti o immaginari.

Diventato nel tempo un autentico libro di culto, il Codex Seraphinianus ha affascinato figure come Italo Calvino, Federico Zeri, Giorgio Manganelli, Achille Bonito Oliva, Federico Fellini, Tim Burton, Douglas Hofstadter e Philippe Découflé. L’opera di Serafini è stata interpretata come una “fantaenciclopedia” capace di sovvertire l’idea stessa di sapere ordinato. Se l’enciclopedia tradizionale tende infatti a classificare il mondo, nel Codex nulla rimane definito: zoologia, botanica, mineralogia, architettura, tecnologia, fisica ed etnografia si trasformano continuamente in qualcosa d’altro.

L’universo creato da Serafini è popolato da pesci che sembrano occhi, rinoceronti che ne contengono altri al proprio interno, piante mutanti, macchine impossibili e organismi sospesi tra il biologico e il meccanico. Per questa continua instabilità delle forme, il Codex è stato spesso associato alla dimensione psichica e definito come una “catalogazione del mondo incoerente delle forme intermedie”.

Tra gli interpreti più importanti dell’immaginario serafiniano vi è il coreografo francese Philippe Découflé, che all’opera ha dedicato una vera trilogia performativa composta da Codex (1986), Decodex (1995) e Tricodex (2004). Nei suoi spettacoli, le figure ibride, le mutazioni e la scrittura indecifrabile del libro vengono tradotte in movimento attraverso danza, illusionismo scenico e teatro visivo. Anche la musica italiana recente ha raccolto l’eredità del Codex: il rapper Rancore gli ha dedicato nel 2026 il brano Codex Seraphinianus, incluso nell’album Tarek da colorare, ispirato alle atmosfere visionarie e perturbanti dell’opera.

La prima edizione del Codex, stampata in due volumi da Franco Maria Ricci, è diventata nel tempo rarissima e ricercatissima dai collezionisti. Il fascino dell’opera è legato tanto alla ricchezza delle immagini quanto al mistero che per lungo tempo ha avvolto il suo autore, almeno fino alla ripubblicazione del libro da parte di Rizzoli nel 2006. Infatti, per volontà dell’autore, la prima edizione uscì senza il suo nome in copertina: l’identità di Serafini compariva soltanto nel colophon, in latino.

Nella Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma | © Serena Annese
Nella Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma | © Serena Annese
Nella Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma | © Serena Annese

Fu proprio Franco Maria Ricci – raffinato editore e bibliofilo, poi creatore del Labirinto della Masone a Fontanellato – a intuire immediatamente l’unicità del progetto. Tra i primi estimatori del Codex ci furono Roland Barthes e Italo Calvino, che ne scrisse sulle pagine della rivista FMR.

Il Codex Seraphinianus è organizzato come una vera enciclopedia: le sue sezioni affrontano botanica, zoologia, mineralogia, moda, gastronomia, tecnologia e architettura. Ma in questo universo nulla obbedisce alle leggi della realtà ordinaria. Nel finale dell’opera, commentato da Calvino nel 1982, la scrittura stessa si dissolve in polvere e da quei frammenti nascono nuove creature colorate: una visione che per lo scrittore rappresentava il perpetuo rigenerarsi del linguaggio e dell’immaginazione.

Nelle edizioni più recenti pubblicate da Rizzoli compare anche il Decodex, un fascicolo separato in cui Serafini racconta la genesi dell’opera e aggiunge nuove illustrazioni. L’autore ha spiegato di aver concepito la scrittura del Codex pensando alla sensazione infantile di sfogliare un libro illustrato senza ancora sapere leggere: un’esperienza fatta di fascinazione pura, in cui il significato precede le parole.

A quasi cinquant’anni dalla sua nascita, il Codex Seraphinianus continua a esercitare il medesimo incantesimo originario. È un libro che destabilizza e seduce perché riesce a rendere familiare l’assurdo e misterioso l’ordinario. Nel suo universo, i soffioni diventano palloncini capaci di sollevare esseri umani, le scarpe sono allacciate da serpenti vivi, i lampioni sono illuminati da creature mutanti, i labirinti si estendono sulla terra e sull’acqua, i cimiteri non rappresentano la fine ma una trasformazione continua. E quando un uomo e una donna fanno l’amore, i loro corpi si fondono fino a diventare un coccodrillo: immagine emblematica di un’opera che reinventa incessantemente le possibilità del mondo.

La Casa-Studio come Wunderkammer: un’opera d’arte abitabile a Roma

Lo stesso immaginario visionario che anima il Codex Seraphinianus Luigi Serafini lo ha trasferito, nel corso di decenni, all’interno della propria abitazione romana, trasformando la casa-studio in un’opera d’arte ambientale e un’autobiografia fantastica. Pittura, design, scultura, decorazione e invenzione spaziale convivono in un ambiente immersivo che sembra materializzare fisicamente l’universo parallelo evocato nei suoi libri: un luogo abitato da forme fitomorfe e zoomorfe, bassorilievi, stucchi, pannelli dipinti, mobili progettati su misura, ceramiche policrome e iscrizioni che richiamano la grafia indecifrabile del Codex.

La formazione architettonica di Serafini risale agli inizi degli anni Settanta, quando il giovane artista si reca negli Stati Uniti prima di rientrare a Roma e lavorare con Maurizio Sacripanti, collaborando successivamente con Luigi Pellegrin fino alla laurea, conseguita nel 1977 sotto la guida di Giuseppe Perugini. A questa matrice si aggiunge poi l’esperienza nel gruppo Memphis, il collettivo fondato da Ettore Sottsass che, tra il 1981 e il 1987, rivoluzionò il design internazionale attraverso un linguaggio radicale, ironico e antirazionalista. Da quell’intreccio di architettura sperimentale, arte applicata e immaginazione narrativa nasce la casa-studio che oggi occupa il terzo piano di una palazzina tra il Pantheon e Sant’Eustachio, nel cuore di Roma.

Superato il portone, si entra in un cortile silenzioso, dove uno scalone quattrocentesco conduce al terzo piano della palazzina. La visita alla casa-studio – aperta per la prima volta al pubblico durante il weekend di Open House Roma, il grande evento dedicato all’architettura – si trasforma rapidamente in un’esperienza di spaesamento percettivo. Per l’occasione è lo stesso Serafini ad accogliere personalmente oltre mille visitatrici e visitatori, guidandoli all’interno della sua personale wunderkammer.

«La casa-studio si è evoluta nel tempo in modo naturale, nutrita dai miei interessi eclettici e dando vita a delle visite ogni volta diverse», racconta Serafini mentre accompagna gli ospiti tra le stanze dell’abitazione.

Entrare nella casa equivale a entrare nel Codex. L’esperienza è straniante, immersiva, continuamente sospesa tra gioco e inquietudine. Il pavimento a scacchiera accompagna il visitatore attraverso archi dipinti a strisce rosse e bianche – i colori della segnaletica stradale – come se l’intero percorso invitasse a prestare attenzione a ciò che accade attorno. Non a caso una delle iscrizioni disseminate negli ambienti recita “Cave ne cadas”: attento a non cadere.

Procedendo negli ambienti si incontrano una Persefone-carota, un coccodrillo composto da uova al tegamino, figure ibride come il Minotango appassionato di Carlos Gardel, giganteschi scarabei dipinti sulle porte e versi tratti da Il giorno ad urlapicchio di Fosco Maraini.

A dominare simbolicamente gli ambienti dall’alto compare anche King Botto, una piccola figura rossa a forma di “o”, dotata di minuscole braccia, piedi minuscoli e una corona. Il suo nome contiene il numero 18, cifra che Serafini considera emblematica: simbolo dell’infinito e del karma, ponte tra il mondo materiale e quello spirituale, ma anche numero associato alla fortuna nella cultura cinese.

Open House Roma e l’apertura al pubblico e la petizione per salvare la casa

Nel corso di quasi quarant’anni la casa-studio di Luigi Serafini si è trasformata lentamente in una dimensione autonoma, un labirinto di stanze, epigrafi, sculture, pitture murali, arredi progettati dall’artista e apparizioni visive che sembrano emerse direttamente dalle pagine del Codex

Eppure, da alcuni anni, questo spazio rischia concretamente di scomparire. Serafini è infatti coinvolto in una lunga vicenda giudiziaria legata all’immobile di proprietà del Sovrano Militare Ordine di Malta, titolare dell’intera palazzina. Secondo quanto emerso nel corso della controversia, l’Ordine avrebbe applicato consistenti aumenti del canone d’affitto nel periodo successivo alla pandemia, con l’obiettivo di rientrare nella disponibilità dell’appartamento e procedere probabilmente a una ristrutturazione complessiva dello stabile.

Nel 2024 la Corte d’Appello di Roma, pur riconoscendo il diritto della proprietà a riottenere l’immobile, ha disposto la sospensione dell’esecuzione dello sfratto per “la particolare unicità” del bene, sottolineando come la casa-studio, nelle sue caratteristiche estetiche e culturali, meriti una forma di tutela specifica.

Nella Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma | © Serena Annese
Nella Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma | © Serena Annese
Nella Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma | © Serena Annese

Nel frattempo, la casa continua a essere considerata una meta di pellegrinaggio culturale. Fotografata nel corso degli anni da riviste internazionali di arte e design e documentata anche dalla Rai, la Casa-Studio di Serafini ha accolto visitatori illustri come Tim Burton e Orhan Pamuk, entrambi attratti dall’idea di esplorare dal vivo il mondo fantastico concepito dall’artista romano.

La percezione pubblica del suo valore si è rafforzata ulteriormente durante Open House Roma, l’evento organizzato dalla no-profit Open City Roma dedicato all’architettura e agli spazi eccezionalmente accessibili della capitale. Per la prima volta nel 2025 la casa ha aperto le proprie porte al pubblico, ricevendo oltre mille visitatori in pochi giorni. L’entusiasmo e la partecipazione registrati in quell’occasione hanno però riacceso anche il timore che questo patrimonio possa essere smantellato, disperso o trasformato in un anonimo appartamento privato, cancellando quarant’anni di produzione artistica.

Il modello evocato da molti osservatori è quello di Casa Balla, anch’essa a Roma: l’abitazione di Giacomo Balla, vincolata come bene culturale nel 2004 e acquisita dallo Stato Italiano alla fine del 2024 per garantirne la conservazione e la futura apertura permanente al pubblico. È su questa prospettiva che si fonda la petizione promossa da Open City Roma, rivolta al Ministero della Cultura affinché venga riconosciuto il valore nazionale della Casa-Studio di Luigi Serafini.

L’appello, diffuso lo scorso anno attraverso Change.org, ha raccolto oltre settemila firme e il sostegno di numerose personalità del panorama culturale italiano e internazionale, tra cui Carlo Piano – presidente della Fondazione Renzo PianoDonatien Grau, consigliere del Louvre per i programmi contemporanei ed Edoardo Pepino, vicepresidente della Fondazione Franco Maria Ricci.

Il percorso per mettere definitivamente in sicurezza questa straordinaria wunderkammer romana è – ahimè – tutt’altro che concluso. Per molti, la posta in gioco non riguarda soltanto il futuro di Luigi Serafini o della sua abitazione, ma la possibilità stessa di riconoscere e proteggere quelle forme di patrimonio contemporaneo che sfuggono alle categorie tradizionali del museo e dell’archivio.

Conoscevate già la Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma? L’avete già visitata? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

Informazioni utili per visitare la Casa-Studio di Luigi Serafini a Roma

Indirizzo: Salita de' Crescenzi 26, 00186 Roma (RM)
Orari: le visite guidate sono curate dagli architetti e dai volontari del progetto “Open House Roma”. Per conoscere il calendario delle prossime aperture e procedere con la prenotazione è necessario fare riferimento esclusivamente al sito ufficiale.
Biglietto: l’ingresso, nell’ambito di Open House Roma, è gratuito ma contingentato e disponibile solo in specifiche date e con un numero limitato di partecipanti. È possibile sostenere il progetto attraverso le diverse modalità indicate sul sito ufficiale, così da avere più possibilità di prenotare la visita.

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