
Lia Drei e Francesco Guerrieri. Punti di vista tra percezione e figura: la mostra ai Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi a Macerata
Dal 21 dicembre 2025 al 3 maggio 2026, i Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi a Macerata ospitano la mostra Lia Drei e Francesco Guerrieri. Punti di vista tra percezione e figura, a cura di Maria Dolores Picciau.
L’esposizione si pone come una lettura critica di un doppio percorso che ha attraversato il secondo Novecento italiano, mettendo in crisi la natura stessa dell’immagine. La pittura, sottratta a ogni residuo di naturalismo, si definisce diviene campo operativo: un luogo in cui conoscenza e visione coincidono e dove entrambi si istituiscono come linguaggio, cioè come pratica e come costruzione di senso.
Indice
Lo Sperimentale P.: oltre l’Informale, oltre l’Op Art
È il 1963, quando Lia Drei e Francesco Guerrieri fondano il binomio Sperimentale P., dopo la frattura con il Gruppo 63. Una presa di posizione per uscire tanto dall’Informale quanto da una Op Art ridotta a fenomeno ottico decorativo.
Nel loro progetto l’arte viene intesa come strumento conoscitivo, fondata su un’integrazione tra arte, scienza e tecnologia. La dichiarazione teorica, pubblicata su Marcatré, introduce un’indagine “metalogica” sulla percezione visiva, in cui l’opera diviene dispositivo di relazione e non come oggetto concluso. Pur condividendo un impianto teorico rigoroso, Drei e Guerrieri sviluppano modalità differenti.
Drei procede per costruzione analitica: scompone la visione in moduli geometrici, indaga il rapporto tra forma e colore, lavora su equilibri cromatici che producono effetti percettivi instabili. Le sue strutture – dai Cristalli trasgrediti alle opere gestaltiche – sono campi pittorici chiusi e insieme vibranti, dove l’occhio è continuamente sollecitato.
Guerrieri, invece, introduce una dimensione ritmica: le sue Continuità organizzano lo spazio come una partitura visiva, in cui il modulo si ripete e varia secondo logiche quasi musicali.
In entrambi i casi, l’obiettivo è comune: costruire un linguaggio universale fondato sull’esperienza percettiva condivisa.
Lia Drei: dalla struttura al pensiero visivo
Lia Drei nasce a Roma il 18 luglio 1922, all’interno di Villa Strohl-Fern, luogo emblematico della libertà artistica novecentesca. Figlia dello scultore e pittore Ercole Drei, cresce in un ambiente in cui l’arte è un insieme di studi e materiali.
Qui l’apprendimento avviene per osmosi. Il pittore Hinna riconosce precocemente la sua predisposizione e ne orienta i primi passi, mentre la giovane Drei costruisce parallelamente una solida formazione umanistica e un inatteso percorso sportivo che la porta a diventare campionessa nazionale di tuffi.
L’esperienza americana – cinque anni a New York, studi alla Columbia University – introduce un primo scarto: il confronto con un contesto culturale internazionale, più aperto e dinamico. Ma il ritorno a Roma segna il momento decisivo.
Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, Lia Drei attraversa una fase lirico-espressionista, ancora legata a una dimensione emotiva e gestuale. Ma nel 1961 compie una scelta radicale: abbandona la figurazione e approda all’astrazione. La prima mostra personale del 1962 sancisce questo passaggio.



Nel 1958 aveva conosciuto anche Francesco Guerrieri ed è questo incontro a sancire l’inizio di un sodalizio destinato a incidere profondamente sulla scena artistica italiana. Insieme a Lucia Di Luciano e Giovanni Pizzo fondano il Gruppo 63, orientato verso ricerche gestaltiche e strutturaliste.
Ma è proprio la divergenza metodologica a generare il passo successivo: nel 1963, durante il Convegno di Verucchio, Drei e Guerrieri danno vita allo Sperimentale P. (puro). Qui emerge una posizione teorica precisa: l’opera deve essere autonoma, regolata da leggi interne, costruita secondo principi verificabili. L’arte si avvicina alla scienza, senza perdere la propria dimensione sensibile.
La casa-studio dei due artisti diventa uno spazio di sperimentazione continua, in cui pittura, design, percezione visiva e società si intrecciano. Tra il 1963 e il 1968, la ricerca di Lia Drei si concentra sugli effetti cinetici e cromatici. Le opere indagano il rapporto tra colori fondamentali e complementari, ma soprattutto mettono in crisi la stabilità percettiva. Superfici piane generano illusioni di concavità e convessità. Particolarmente significativa è la scelta del tondo: una forma che trattiene lo sguardo, lo concentra, lo costringe a un’esperienza immediata e immersiva.
L’incontro con il poeta Adriano Spatola nel 1968 apre un nuovo fronte: quello del linguaggio. Fondamentali sono i libri d’artista, tra cui Iperipotenusa del 1969, primo tassello della Quadrilogia del Triangolo Rettangolo, oggi conservata in istituzioni internazionali. In queste opere, le forme sembrano agire, dialogare, entrare in conflitto. Contemporaneamente si avvicina agli happening – “Un modo di farsi l’arte insieme all’artista” – che introducono una dimensione partecipativa: l’opera non è più oggetto concluso, ma diviene un processo aperto.
L’artista esplora anche l’azzeramento della forma: superfici bianche attraversate da spilli. L’estremo di questa ricerca si realizza nel 1978, con un’unica puntura su una parete bianca: gesto minimo, ma carico di implicazioni teoriche.
Negli anni Ottanta, con la Metapittura, Drei reintroduce la dimensione dell’immagine, trasformando il quadro in uno spazio mentale. Opere come Cielo e mare testimoniano questo passaggio: la pittura torna, ma come riflessione sulla propria memoria.
La successiva Quadrilogia – completata tra il 1980 e il 1991 – trasforma il libro in uno spazio dinamico, in cui le forme interagiscono come soggetti: si attraggono, si respingono, ma costruiscono anche relazioni. Negli anni Duemila, la sua ricerca approda a una sintesi: geometria, colore e spazio bianco convivono in equilibrio. L’ultimo ciclo, Il Tempo del Sogno, introduce una dimensione più lirica: la forma geometrica si apre a suggestioni naturali, quasi vegetali, senza perdere la propria struttura.
Francesco Guerrieri: luce, spazio e rappresentazione
Francesco Guerrieri sviluppò una ricerca altrettanto rigorosa, ma orientata verso la costruzione dello spazio attraverso la luce. Nato a Borgia (Catanzaro) il 26 settembre 1931, Guerrieri si trasferì a Roma nel 1939. Fin dall’adolescenza coltiva un’intensa attività letteraria, avvicinandosi progressivamente al disegno e alla pittura.
Dopo gli studi classici e universitari, frequenta l’Accademia dell’Associazione Artistica Internazionale e l’Académie de France a Roma. In questi anni si stabilisce a Villa Strohl-Fern insieme a Lia Drei, in un contesto animato da una vivace comunità artistica.
Fino al 1962 la sua produzione si muove nell’ambito dell’informale, con opere polimateriche caratterizzate da una forte carica sperimentale. Tuttavia, questa fase si rivela presto insufficiente: l’informale, ormai irrigidito in formule ripetitive, viene percepito dall’artista come un linguaggio esaurito.
Tra il 1962 e il 1963 Guerrieri compie una svolta decisiva. Superata la dimensione informale, approda a una pittura costruita su sistemi segnici rigorosi, influenzati dalla semiotica e dalla fenomenologia della percezione.
Nascono le opere della serie Continuità, caratterizzate dall’uso calibrato di bianco, rosso e nero. In questo contesto Guerrieri fonda il Gruppo 63 insieme a Lia Drei, Lucia Di Luciano e Giovanni Pizzo, assumendo un ruolo centrale nella ricerca gestaltica e strutturalista in Italia. Poi nel 1963 nasce il binomio Sperimentale P., orientato ad una radicalizzazione analitica del linguaggio visivo.
Dal 1963 al 1968 Guerrieri e Drei sviluppano una ricerca coerente e rigorosa, sostenuta da importanti critici come Giulio Carlo Argan e Filiberto Menna. In questi anni l’artista organizza mostre-dibattito itineranti e approfondisce la dimensione teorica della propria pratica. Parallelamente, continua a lavorare sulla materialità del segno: l’uso di fili di nylon introduce una dimensione concreta e fisica della linea.
A partire dal 1967 Guerrieri inaugura una fase cruciale: il ciclo del Quadro Luce. Riduce progressivamente la gamma cromatica fino a concentrarsi su due tonalità di giallo su fondo bianco. Il giallo, colore della luce, diventa strumento di irradiazione visiva. Progressivamente i segni si spostano verso i margini della tela, lasciando il centro dominato dal bianco. La pittura si espande fino a coinvolgere lo spazio reale.
Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, Guerrieri amplia il proprio raggio d’azione realizzando happening e installazioni ambientali. In opere come Immarginazione, elimina la tela e utilizza telai vuoti per incorniciare lo spazio reale: lo spettatore diventa parte integrante del processo.
A partire dal 1979, con il ciclo Interno d’Artista, l’artista affronta il problema della rappresentazione dell’arte stessa. I suoi lavori mettono in scena telai, quadri e spazi espositivi in una dimensione autoriflessiva.
Negli anni Ottanta aderisce alla Metapittura, partecipando alla stesura dei manifesti del movimento. Tuttavia, questa fase viene fraintesa da parte della critica, che la interpreta come un adeguamento alla Transavanguardia. Deluso, l’artista si ritira per circa un decennio sull’Appennino romagnolo, dove continua a lavorare lontano dai circuiti ufficiali.
Dagli anni Novanta Guerrieri torna sulla scena artistica con rinnovata energia. Riprende e sintetizza le esperienze precedenti, sviluppando una pittura che integra segno, luce e scrittura. Le opere più mature tendono a una dimensione spazio-temporale complessa.
Nel 2012 il MACA di Acri gli dedica una grande retrospettiva, mentre numerose mostre in Italia e all’estero confermano la rilevanza della sua ricerca.
Drei e Guerrieri a Macerata: percezione, metapittura e Sperimentale P. ai Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi
Il tracciato espositivo dei Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi non si limita a documentare: organizza una presa di coscienza. Qui la ricerca di Lia Drei e Francesco Guerrieri appare come un campo operativo, scandito da momenti decisivi.
Per Lia Drei affiorano il metodo e i processi: Cristallo trasgredito, insieme ai libri d’artista e ai materiali inediti, chiarisce un procedimento: l’immagine non è data, ma costruita attraverso riduzioni successive, controlli e scarti minimi. Francesco Guerrieri si muove su un altro piano. Le due versioni di Interno d’artista non descrivono uno spazio, lo mettono in dubbio. La Metapittura, in questo senso, diviene campo operativo.
Il legame con Macerata va letto in termini di contesto critico. La rassegna Verifica tra due decenni del 1979 e le mostre curate da Elverio Maurizi nei primi anni Ottanta segnano un passaggio: è lì che il loro lavoro viene sottoposto a una prima sistemazione storica. L’attuale mostra riprende quella riflessione, usandola come punto di riattivazione sul percorso artistico e mentale dei due artisti.



Ne deriva un’idea di pittura che esclude ogni immediatezza. Non è superficie né immagine da consumare, ma una costruzione che coinvolge chi guarda. Lo spettatore è parte del processo. L’opera funziona solo nella misura in cui attiva una risposta percettiva consapevole, mettendo in gioco tempo, attenzione e capacità di lettura.
A distanza di oltre quarant’anni, il lavoro di Drei e Guerrieri continua a produrre attrito con il presente. La pittura, quando assume su di sé una funzione riflessiva, eccede la forma e si configura come esperienza e atto di conoscenza. L’opera si configura come dispositivo fenomenologico, uno spazio in cui l’immagine si compie solo nell’interazione. La distanza tra chi produce e chi guarda si contrae: entrambi partecipano alla formazione del visibile.
È proprio in questo quadro che emerge la differenza, non oppositiva, tra i due artisti. Drei lavora per scomposizione: analizza, riduce e struttura. La realtà viene filtrata in elementi essenziali, organizzati secondo rapporti rigorosi, ma sempre esposti a una deviazione percettiva. Cristallo trasgredito ne è un esempio: ordine e scarto convivono, la stabilità è continuamente messa in crisi. I disegni rivelano una pratica lenta, quasi meditativa, in cui ogni elemento è necessario.
Guerrieri, al contrario, procede per successioni: introduce nella pittura una dimensione temporale. Le sue sequenze modulano lo spazio, lo percorrono e gli danno ritmo. Una struttura che si espande e si trasforma, avvicinandosi a una logica musicale.
Macerata, in questo contesto, si pone come un laboratorio critico e l’attuale mostra evita ogni retorica commemorativa: propone una rilettura e una nuova messa in prospettiva. Il percorso evidenzia una trasformazione che non è lineare ma fatta di scarti, ritorni e ridefinizioni. Dal rigore strutturale degli anni Sessanta alla riapertura dell’immagine, emerge una coerenza che non coincide con la stabilità, ma con una continua capacità di riformulazione. Le opere resistono alla fruizione rapida: chiedono tempo, attenzione e disponibilità.
La lezione che ne deriva è precisa: i linguaggi storicizzati non sono esauriti, ma ancora operativi. Possono fornire strumenti per orientarsi nella complessità del presente. La pittura torna così a essere ciò che, forse, non ha mai cessato di essere: un ambiente in cui vedere dà vita inevitabilmente ad un pensiero.
Andrete a vedere la mostra Lia Drei e Francesco Guerrieri. Punti di vista tra percezione e figura presso i Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi di Macerata? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!
Informazioni utili per la visita
Lia Drei e Francesco Guerrieri. Punti di vista tra percezione e figura
A cura di Maria Dolores Picciau
Dal 21 dicembre 2025 al 3 maggio 2026
Musei Civici di Palazzo Buonaccorsi di Macerata
Via Don Giovanni Minzoni 24, 62100 Macerata (MC)
Orari: dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 17.30. Chiusa il lunedì.
Biglietto: 9,50€ / ridotto 7€ / per verificare le condizioni di riduzione o gratuità, consultare il sito ufficiale.
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