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Dal 29 maggio al 4 ottobre 2026 il Museo dell’Ara Pacis ospita “Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza”, la grande retrospettiva curata da Denis Curti con oltre 200 opere tra ritratti, nudi, fiori e immagini iconiche del maestro della fotografia contemporanea.

Dal 29 maggio al 4 ottobre 2026 il Museo dell’Ara Pacis di Roma ospita Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza, una grande retrospettiva dedicata a uno dei protagonisti assoluti della fotografia del XX secolo. La mostra riunisce oltre 200 immagini del fotografo americano, costruendo un percorso che attraversa i nuclei più celebri e intensi della sua produzione artistica e che indaga il concetto di bellezza come perfezione formale, equilibrio compositivo e tensione verso l’assoluto.

L’esposizione rappresenta l’atto conclusivo della trilogia dedicata a Robert Mapplethorpe, iniziata a Venezia con Le forme del classico e proseguita a Milano con Le forme del desiderio. A Roma il progetto trova la sua sintesi definitiva, concentrandosi sul rapporto tra classicismo, corpo e costruzione estetica dell’immagine.

Robert Mapplethorpe: cronaca di uno sguardo radicale

Robert Mapplethorpe nasce il 4 novembre 1946 nel Queens, a New York, all’interno di una famiglia cattolica numerosa e rigidamente osservante. Cresciuto insieme ai suoi cinque fratelli secondo un’educazione severa, sviluppa fin da giovane un rapporto complesso con il simbolismo religioso, destinato a riaffiorare costantemente nella sua ricerca artistica.

Nel 1963 si diploma e si iscrive al Pratt Institute di Brooklyn con l’intenzione di laurearsi in progettazione pubblicitaria. Ben presto, tuttavia, abbandona l’idea di una formazione accademica tradizionale per orientarsi verso discipline più sperimentali come il disegno, la pittura e la scultura, iniziando a delineare una poetica personale nutrita di riferimenti visivi, spirituali e culturali.

L’incontro decisivo arriva nel 1967, quando conosce a New York Patti Smith, allora studentessa d’arte al Glassboro State College. Tra i due nasce un legame profondo, sentimentale e creativo, che accompagnerà entrambi negli anni della formazione artistica. La relazione con Smith si rivelerà centrale tanto nella vita privata di Mapplethorpe quanto nella costruzione dell’immaginario controculturale newyorkese che, di lì a poco, avrebbe definito la scena punk degli anni Settanta.

In quegli anni la produzione di Mapplethorpe si concentra soprattutto sui collage. Le tracce della sua educazione cattolica rimangono evidenti: iconografie sacre, riferimenti liturgici e tensioni spirituali attraversano i suoi lavori grafici e le sue composizioni visive.

Nel 1969 abbandona definitivamente gli studi e si trasferisce insieme a Patti Smith al Chelsea Hotel di Manhattan, luogo simbolo della bohème artistica americana. Qui entra in contatto con musicisti, performer, fotografi e artisti d’avanguardia, frequentando ambienti in cui sperimentazione estetica e libertà espressiva convivono senza confini. È in questo contesto che la sua curiosità verso le avanguardie contemporanee e le identità marginali si intensifica.

Nel 1970 realizza, insieme all’artista visiva Sandy Daley, la performance video Robert Having His Nipple Pierced, presentata l’anno successivo al Museum of Modern Art di New York. Sarà proprio Daley a regalargli una macchina fotografica Polaroid, gesto destinato a cambiare radicalmente il suo percorso creativo.

L’anno seguente incontra John McKendry, responsabile del dipartimento di stampe e fotografie del Metropolitan Museum of Art. Grazie a lui ha accesso agli archivi fotografici del museo e comprende definitivamente le potenzialità della fotografia come linguaggio artistico autonomo. Sempre nel 1971, in occasione del suo compleanno, il Chelsea Hotel ospita una delle sue prime esposizioni informali, dedicate ai collage e alle sue costruzioni artistiche.

Nel 1972 conosce Sam Wagstaff, influente collezionista ed esperto d’arte, con il quale instaura una lunga relazione sentimentale e professionale. Wagstaff diventerà una figura determinante nella sua carriera, sostenendone la crescita artistica e contribuendo alla sua affermazione nel panorama internazionale.

La prima vera consacrazione arriva nel 1973 con Polaroids, mostra personale allestita presso la Light Gallery di New York, prima esposizione dell’artista al di fuori dei circuiti amatoriali.

Nel 1976 Wagstaff gli regala una Hasselblad 500C, strumento che segna l’evoluzione tecnica della sua fotografia. Nello stesso periodo Mapplethorpe frequenta il Mineshaft, celebre club gay underground di New York, entrando in contatto con pratiche BDSM fino ad allora quasi sconosciute all’opinione pubblica americana. Lontano da ogni intento documentaristico, trasforma quell’universo in materia estetica: i protagonisti della sottocultura leather diventano soggetti di immagini rigorosamente costruite, immerse in una dimensione quasi scultorea.

L’anno successivo è protagonista di nuove mostre personali nelle gallerie newyorkesi, tra cui Pictures e Flowers. Nello stesso periodo viene invitato a partecipare a Documenta 6 a Kassel, in Germania, appuntamento fondamentale che contribuisce a consolidarne la reputazione internazionale.

Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza al Museo dell’Ara Pacis di Roma 2026 | © Riproduzione riservata 
Robert Mapplethorpe, Patti Smith, 1986, stampa in bianco e nero ai sali d’argento | © Riproduzione riservata 
Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza al Museo dell’Ara Pacis di Roma 2026 | © Riproduzione riservata 

Nel 1978 pubblica X Portfolio e Y Portfolio: il primo dedicato all’esplorazione dell’universo sadomaso, il secondo alle composizioni floreali. In occasione della mostra Mapplethorpe Photographs a San Francisco, alcune immagini considerate troppo esplicite vengono rimosse dall’esposizione. È il primo confronto diretto dell’artista con la censura. In risposta, le fotografie escluse confluiscono in una nuova personale dal titolo volutamente provocatorio: Censored.

Nel 1980 incontra Lisa Lyon, prima vincitrice del campionato femminile di bodybuilding. Affascinato dalla fusione tra forza muscolare e armonia formale, Mapplethorpe trova nel corpo della culturista una sintesi ideale tra classicismo e trasgressione, trasformandola nella sua nuova musa.

L’anno seguente pubblica Z Portfolio, serie dedicata ai corpi maschili afroamericani. La centralità della fisicità nera nella sua ricerca diventa sempre più evidente, tanto sul piano estetico quanto nella dimensione personale e relazionale dell’artista.

Nel 1983, in occasione della mostra ospitata dalla galleria di Leo Castelli, pubblica il volume Lady, Lisa Lyon, destinato successivamente a diventare anche un cortometraggio a colori. Nello stesso anno Venezia gli dedica una grande esposizione a Palazzo Fortuny, curata da Germano Celant. L’evento suscita un acceso dibattito pubblico, tanto da spingere gli organizzatori a vietare l’ingresso ai minori.

Nel 1986, nonostante il ricovero dovuto a complicazioni legate a una polmonite e la diagnosi di AIDS, Mapplethorpe continua a lavorare con intensità a nuovi progetti, mantenendo intatta la propria ambizione artistica.

Con il peggiorare delle sue condizioni di salute, nel 1988 fonda la Robert Mapplethorpe Foundation, istituzione destinata a sostenere sia la ricerca sull’AIDS sia la promozione della fotografia come disciplina culturale. Nello stesso anno il Whitney Museum of American Art di New York inaugura la sua prima grande retrospettiva museale negli Stati Uniti. A dicembre apre inoltre The Perfect Moment presso l’Institute of Contemporary Arts di Filadelfia, mostra destinata a diventare uno dei casi culturali più controversi della fine degli anni Ottanta.

Nel 1989 viene nuovamente ricoverato in ospedale. Il suo fisico, ormai compromesso dalla malattia, non resiste oltre. Robert Mapplethorpe muore a Boston il 9 marzo, all’età di quarantadue anni. Dopo la scomparsa furono celebrate due cerimonie funebri: una organizzata dalla famiglia, l’altra promossa dal Whitney Museum of American Art, a conferma della doppia natura della sua eredità, privata e pubblica, personale e profondamente culturale.

Robert Mapplethorpe, la perfezione della forma oltre lo scandalo

Robert Mapplethorpe trasformava i suoi soggetti in materia plastica, costruendo immagini in cui luce, simmetria e composizione assumono il rigore della scultura. Il fotografo americano ha attraversato la cultura visiva del secondo Novecento imponendo una ricerca estetica radicale, mescolando sensualità, formalismo e provocazione. La mostra Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza, articolata in otto sezioni, restituisce con precisione questa tensione costante verso la forma assoluta, mettendo in dialogo corpi, volti, nature morte e statue antiche attraverso un unico principio visivo: la ricerca dell’armonia.

Il progetto espositivo rappresenta l’ultima tappa di un percorso iniziato a Venezia – alle Stanze della Fotografia – e proseguito a Milano, a Palazzo Reale. A Roma confluiscono i principali capolavori dell’artista già presentati nelle precedenti sedi: i celebri ritratti di protagonisti della cultura contemporanea come Robert Rauschenberg, Donald Sutherland, David Byrne, Richard Gere e Yoko Ono; gli autoritratti; le fotografie dedicate a Patti Smith e Lisa Lyon; gli studi floreali e le immagini più sensuali dedicate ai corpi maschili e femminili. A completare il percorso, una sezione dedicata al rapporto tra Mapplethorpe e l’antico, impreziosita dalla presenza di due sculture provenienti dai Musei Capitolini: la Statua di Afrodite della seconda metà del I secolo a.C. – inizi I secolo d.C. e laStatua di atleta, copia romana del I secolo d.C. da un originale greco del V secolo a.C.

Il curatore della mostra, Denis Curti, hasottolineato inoltre come la mostra romana permetta di approfondire un aspetto meno esplorato del fotografo americano: il suo rapporto con l’Italia e con la libertà di espressione, tema centrale nella New York di fine anni Ottanta e oggi più che mai attuale in una società attraversata da tensioni linguistiche, polarizzazioni e nuove forme di censura.

Prima della fotografia, Mapplethorpe lavora sull’assemblaggio e sul collage. Le sue prime opere nascono dal desiderio di trasformare l’artificio in linguaggio emotivo: immagini d’archivio, ritagli erotici, simboli religiosi, disegni, indumenti e materiali differenti vengono combinati in composizioni tridimensionali che mettono in scena il desiderio, la spiritualità e l’ambiguità.

Si tratta di lavori apertamente provocatori ma mai aggressivi, pensati piuttosto per innescare una reazione emotiva nello spettatore. L’opera, infatti, rimane volutamente incompleta: l’osservatore è chiamato a colmare il significato attraverso la propria esperienza personale.

Patti Smith: amore, amicizia, complicità

Il rapporto con Patti Smith occupa un posto centrale nella biografia e nell’immaginario dell’artista. Per anni le loro vite scorrono parallele, intrecciate da una relazione che supera ogni definizione convenzionale. La Smith è per Mapplethorpe amante, amica, sorella, rifugio emotivo e interlocutrice creativa.

I ritratti realizzati fin dai tempi del Chelsea Hotel restituiscono un’intimità rara: non semplici fotografie, ma frammenti di un legame profondo. Nei versi di Wild Leavesdel 1988, Patti Smith continua a vedere l’uomo oltre l’artista. E Mapplethorpe, attraverso il suo obiettivo, costruisce un’ode visiva alla sua presenza, ritraendola con una delicatezza quasi sacrale.

Accanto a Patti Smith, un’altra figura fondamentale attraversa la ricerca di Mapplethorpe: Lisa Lyon, campionessa mondiale di bodybuilding e icona di una femminilità fuori dagli schemi. L’incontro tra i due genera una delle serie più significative della fotografia degli anni Ottanta.

Mapplethorpe osserva il corpo di Lyon come un territorio ambiguo e affascinante, in equilibrio tra grazia classica e forza muscolare. La culturista appare nelle immagini come una creatura quasi mitologica, lontana da qualsiasi rappresentazione convenzionale del femminile. Le sue fotografie trascendono il genere, trasformando il corpo in simbolo mutevole di identità, desiderio e potenza.

Negli autoritratti Mapplethorpe mette in scena sé stesso senza filtri né protezioni. La fotografia diventa uno strumento di autoanalisi, un mezzo attraverso cui esplorare identità, desiderio e vulnerabilità. Ogni immagine corrisponde a una trasformazione: il dandy sofisticato degli anni Settanta lascia spazio a figure ambigue, travestimenti teatrali, richiami a Marcel Duchamp e alla sua alter ego Rrose Sélavy, fino alle fotografie più dure degli ultimi anni, quando il volto dell’artista appare segnato dall’AIDS, come nel celebre Self-Portrait with a Skull Cane del 1988.

Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza al Museo dell’Ara Pacis di Roma 2026 | © Riproduzione riservata 
Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza al Museo dell’Ara Pacis di Roma 2026 | © Riproduzione riservata 
Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza al Museo dell’Ara Pacis di Roma 2026 | © Riproduzione riservata 

Mapplethorpe usa il proprio corpo come manifesto estetico e politico. Le sue fantasie, le ossessioni e le perversioni vengono esposte senza compiacimento, in una continua ricerca di verità interiore. Anche quando il risultato appare disturbante o grottesco, ciò che emerge è sempre la volontà di trasformare l’esperienza privata in linguaggio universale.

Nel suo studio controlla ogni dettaglio: luce, sfondo, postura ed equilibrio compositivo. In questo spazio rigorosamente costruito, il soggetto smette di appartenere alla dimensione quotidiana e assume una monumentalità quasi rinascimentale.

Che si tratti di Chuck Close, William Burroughs, Peter Gabriel, Yoko Ono, Andy Warhol, Susan Sontag o Isabella Rossellini, i suoi ritratti ruotano attorno allo sguardo. Alcuni soggetti evitano l’obiettivo; altri fissano frontalmente l’osservatore. In entrambi i casi, ciò che emerge è una tensione psicologica profonda, un continuo gioco tra dominio e abbandono. Per il fotografo, la macchina fotografica è uno strumento capace di rivelare l’anima e costruire relazioni intime, persino proibite.

Nudi e fiori: erotismo e classicismo

Nelle fotografie dedicate ai corpi maschili e femminili, Mapplethorpe porta all’estremo la propria ricerca estetica. I corpi degli afroamericani – immortalati in immagini come Bob Love del 1979 o Dennis Speight del 1983 – vengono trattati come sculture viventi, modellati dalla luce con una raffinatezza che richiama la statuaria classica.

Mapplethorpe affronta apertamente il tema dell’erotismo, eliminando qualsiasi filtro narrativo. Opere come Man in Polyester Suit del 1980 o Mark Stevens (Mr. 10½)del 1976 mettono in crisi le convenzioni morali e dimostrano come il significato di un’immagine dipenda inevitabilmente dal contesto culturale in cui viene osservata.

Accanto ai nudi compaiono i celebri studi floreali. Calle, orchidee, papaveri e bocche di leone diventano metafore sensuali, allusioni discrete al desiderio e alla corporeità. Illuminati con precisione quasi teatrale, i fiori assumono una presenza carnale, trasformandosi in apparizioni vibranti e pulsanti.

Nelle fotografie dedicate alle statue classiche, Mapplethorpe compie un’operazione inversa rispetto alla scultura: restituisce fragilità e sensualità al marmo. Grazie alla luce e al bianco e nero, le superfici scolpite sembrano acquisire morbidezza epidermica, come se il fotografo riuscisse a liberare la carne nascosta nella materia.

La presenza delle due sculture dei Musei Capitolini all’interno del percorso romano rafforza questo dialogo tra antico e contemporaneo, mostrando come nella poetica di Mapplethorpe il corpo possa continuamente oscillare tra fotografia e scultura.

L’Italia e la scoperta del classicismo contemporaneo

Il rapporto tra Mapplethorpe e l’Italia passa attraverso l’amicizia con il gallerista napoletano Lucio Amelio, che negli anni Ottanta invita il fotografo a lavorare tra Napoli e Capri. Qui l’artista entra in contatto diretto con il patrimonio storico e artistico italiano, sviluppando un confronto continuo con il classicismo, il barocco e l’archeologia.

Le fotografie realizzate durante questi soggiorni – presentate in mostra per la prima volta in una selezione così ampia – raccontano un legame intimo e poco esplorato con il nostro Paese. Dopo il terremoto del 1980, Amelio coinvolge Mapplethorpe nel progetto Terrae Motus, insieme a oltre sessanta artisti internazionali tra cui Andy Warhol, Anselm Kiefer, Robert Rauschenberg, Cy Twombly, Michelangelo Pistoletto e Julian Schnabel. L’obiettivo era trasformare la tragedia del sisma in energia creativa, affidando all’arte il compito di reagire alle macerie.

Le immagini italiane di Mapplethorpe restituiscono città in cui l’arte non appartiene soltanto ai musei ma vive nelle strade, nelle piazze, nella materia stessa dello spazio urbano.

Secondo il curatore Denis Curti, il più grande equivoco intorno a Robert Mapplethorpe è quello di considerarlo esclusivamente un artista della provocazione. «Se si sottrae alle sue immagini il loro contenuto più esplicito», osserva Curti, «ciò che rimane è puro classicismo».

Ed è proprio qui che risiede la forza della sua opera: nell’aver applicato l’ordine compositivo della tradizione rinascimentale a soggetti che, negli anni Settanta e Ottanta, venivano percepiti come scandalosi. Che fotografasse un fiore, una statua o il corpo di Lisa Lyon, Mapplethorpe seguiva sempre le stesse regole: simmetria, equilibrio e controllo assoluto della luce.

Più che scioccare, il fotografo americano voleva elevare il corpo umano a una dimensione monumentale e sacra. È questa tensione verso la perfezione formale ad aver reso le sue immagini capaci di attraversare il tempo senza perdere intensità.

La mostra è accompagnata da strumenti pensati per ampliare l’accessibilità del percorso: audioguide curate da Denis Curti, il podcast Mapplethorpe Unframed scritto e condotto da Nicolas Ballario, un catalogo pubblicato da Marsilio Arte dedicato all’evoluzione del linguaggio fotografico dell’artista attraverso 257 opere, oltre a visite tattili, traduzioni in LIS, percorsi audio-tattili e video sottotitolati realizzati con il supporto di Rai Pubblica Utilità, Museo Tattile Statale Omero di Ancona, Dipartimento Politiche Sociali e Salute di Roma Capitale e Cooperativa Segni d’Integrazione Lazio.

Curata da Denis Curti, l’esposizione è promossa da Roma Capitale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Marsilio Arte, organizzata da Zètema Progetto Cultura e Marsilio Arte in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York.

Andrete a vedere la mostra Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza presso il Museo dell’Ara Pacis di Roma? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

Informazioni utili per la visita

Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza
A cura di Denis Curti
Dal 29 maggio al 4 ottobre 2026
Museo dell'Ara Pacis, Spazio espositivo
Via di Ripetta 180, Roma
Orari: aperta tutti i giorni dalle 9:30 alle 19:30 (ultimo ingresso un'ora prima della chiusura).
Biglietto: intero “solo mostra” 15€ / ridotto “solo mostra” 13€.
Sito web

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