Top
  >  Lifestyle   >  Eventi   >  Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026: la grande mostra del MAXXI sugli 80 anni della Repubblica
Dal dopoguerra alle nuove generazioni di architetti: il MAXXI racconta ottant’anni di architettura italiana, con focus su memoria, spazio pubblico, urbanistica e sperimentazione contemporanea.

Ottant’anni di storia italiana riletti attraverso edifici, città, musei, scuole e spazi pubblici. Con Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026, il MAXXI celebra l’anniversario della Repubblica Italiana con una grande mostra dedicata all’evoluzione dell’architettura nazionale dal dopoguerra a oggi. 

Curata da Pippo Ciorra ed Elena Tinacci, l’esposizione attraversa le principali trasformazioni culturali, sociali e urbanistiche del Paese, mettendo in dialogo i maestri del Novecento con le nuove generazioni di progettisti italiani. Tra materiali d’archivio, installazioni, fotografie, modelli e testimonianze, il percorso espositivo restituisce il ruolo centrale dell’architettura nella costruzione dell’identità democratica italiana.

Architettura italiana dal 1946 al 2000: memoria, ricostruzione e spazio pubblico

In occasione dell’ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana, il MAXXI dedica una grande mostra all’architettura nazionale, proponendo un articolato percorso espositivo che attraversa ottant’anni di storia civile, culturale e urbana del Paese. Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 è un’indagine ampia sulla capacità dell’architettura italiana di interpretare il proprio tempo, elaborando il lascito del Novecento e confrontandosi con le trasformazioni sociali, tecnologiche e ambientali del presente.

Il progetto espositivo si sviluppa lungo due direttrici complementari. Da una parte, la rilettura critica dell’eredità costruita che ha accompagnato le diverse stagioni dell’architettura italiana dalla nascita della Repubblica fino al passaggio del millennio; dall’altra, l’emergere di una nuova generazione di progettisti di respiro internazionale, caratterizzata da un approccio europeo, interdisciplinare e attento alle urgenze contemporanee. Accanto a queste figure si affermano gruppi più giovani, inclini alla collaborazione con le istituzioni e alla sperimentazione progettuale sui temi dell’ambiente, della tecnologia e della dimensione sociale dello spazio pubblico.

Nel corso di questi ottant’anni l’architettura e l’urbanistica italiane hanno conosciuto momenti di assoluta centralità culturale, alternati a fasi più complesse nel rapporto con il contesto politico, con la società e con il dibattito internazionale. A introdurre la mostra sono le riflessioni di Stefano Boeri, Massimiliano Fuksas, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, Renzo Piano, Franco Purini, Elisabetta Terragni, Paola Viganò e Cino Zucchi, intervistati per l’occasione in un dialogo che mette a confronto esperienze, memorie e prospettive sul futuro del progetto italiano.

Il percorso si apre con un’installazione dedicata al Monumento ai Caduti nei campi di sterminio nazisti dello Studio BBPR, omaggio simbolico alla memoria storica e alla ricostruzione morale del dopoguerra. Da qui prende avvio una ricca raccolta di materiali d’archivio che ripercorre i grandi temi affrontati da architetti e urbanisti nell’Italia democratica: dalla ricostruzione all’edilizia pubblica, dalla scuola ai musei, dalle infrastrutture agli spazi destinati alla collettività.

Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 al MAXXI di Roma | © Riproduzione riservata 
Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 al MAXXI di Roma | © Riproduzione riservata 
Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 al MAXXI di Roma | © Riproduzione riservata 

La sezione storica della mostra, significativamente intitolata Fotogrammi dalla storia, parte dal 2 giugno 1946, data di nascita della Repubblica Italiana. Nello stesso anno, conclusa la parentesi drammatica della guerra, l’architettura italiana torna idealmente “a riprendere il cammino”, per riprendere le parole con cui Adriano Olivetti invitava le “forze ancora disperse” del Paese a ricostruire città e società attraverso urbanistica e architettura. In realtà, la comunità professionale non aveva mai smesso di elaborare idee, progetti e visioni, neppure nei momenti più difficili del conflitto.

Una casa per tutti” era il motivo conduttore dell’VIII Triennale di Milano del 1947, manifestazione che mise al centro il tema urgente dell’abitazione accessibile e dell’edilizia economica nel contesto della Ricostruzione. In questo scenario l’intervento pubblico assume un ruolo decisivo, soprattutto attraverso il programma INA-Casa, che per oltre un decennio coinvolse architetti e urbanisti nella costruzione di nuovi quartieri residenziali.

Tra gli esempi emblematici compare il quartiere Harar di Milano, nato da un piano urbanistico firmato da Gio Ponti, Luigi Figini e Gino Pollini. Pensato per ospitare circa 5500 abitanti, il quartiere alternava due differenti tipologie edilizie: le “insulae”, abitazioni unifamiliari a bassa densità e i cosiddetti “grattacieli orizzontali”, edifici multipiano sviluppati in linea. Enti pubblici come INCIS e IACP continuarono per tutto il Novecento a svolgere un ruolo centrale nella costruzione dell’edilizia popolare italiana.

In questa prospettiva si inserisce anche il quartiere INCIS a Decima, a Roma, nato in seguito alla trasformazione dell’E42 in quartiere residenziale e direzionale. Luigi Moretti, autore anche del piano generale, insieme ad Adalberto Libera, Vittorio Cafiero e Ignazio Guidi progettò un complesso di edifici di quattro o cinque piani su pilotis, immersi nel verde e caratterizzati da un linguaggio architettonico unitario nei materiali e nelle soluzioni costruttive.

L’iniziativa pubblica, in particolare, viene riconosciuta come motore decisivo della trasformazione urbana e della produzione progettuale, capace di generare opere che raccontano l’identità del Paese: monumenti dedicati alla memoria collettiva, quartieri di edilizia residenziale pubblica, musei, scuole, reti infrastrutturali e nuovi spazi civici. Pur nella selezione necessariamente sintetica dei materiali esposti – organizzati secondo criteri geografici e cronologici – emerge il ritratto di una nazione che ha espresso nella costruzione dello spazio pubblico una parte essenziale della propria cultura democratica.

Un altro capitolo fondamentale affrontato dalla mostra riguarda la museografia italiana del dopoguerra, stagione straordinaria che vide collaborare architetti, soprintendenti e direttori museali in un processo di rinnovamento definito da molti “rivoluzionario”. Figure come Carlo Scarpa, Franco Albini, Franca Helg e lo Studio BBPR trasformarono il museo in uno spazio di educazione civile e conoscenza estetica, superando l’idea del museo come semplice luogo di conservazione.

Il concetto di “museo come scuola, elaborato teoricamente da Giulio Carlo Argan nel 1949, trovò applicazione concreta in alcuni capolavori dell’allestimento museale italiano. Tra questi il restauro e l’allestimento del Museo di Castelvecchio a Verona di Carlo Scarpa, progetto che instaura un dialogo raffinato tra architettura storica e opere esposte, privilegiando la chiarezza e la comprensibilità del percorso museale. Coeva è anche la realizzazione del Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo a Genova di Franco Albini e Franca Helg, concepito come un’architettura ipogea in cui spazio espositivo e opere d’arte formano un corpo unitario.

Ampio spazio viene dedicato anche al rapporto tra architettura e istruzione. A partire dagli anni Cinquanta, l’edilizia scolastica diventa infatti uno dei principali terreni di sperimentazione architettonica, intrecciando questioni pedagogiche, sociali e culturali.

Ne è esempio la scuola media di Santarcangelo di Romagna progettata da Maurizio Sacripanti, pensata a partire dall’esperienza educativa e relazionale degli studenti. All’esterno il complesso si distingue per la plasticità volumetrica; all’interno, la struttura essenziale e l’uso della luce generano spazi flessibili e dinamici.

Ma è soprattutto Urbino a rappresentare uno dei laboratori più avanzati nel dialogo tra architettura e formazione. A partire dagli anni Sessanta, grazie all’incontro tra il rettore Carlo Bo e Giancarlo De Carlo, la città marchigiana diventa il centro di una vasta sperimentazione urbanistica e culturale. Alle architetture universitarie disseminate nel centro storico – dalla celebre Facoltà di Magistero agli interventi diffusi nel tessuto urbano – si affiancano i collegi universitari costruiti fuori città, un sistema integrato di residenze, spazi collettivi e luoghi di socialità integrati nel paesaggio.

La mostra riflette inoltre sul tema degli spazi pubblici e dei cosiddetti “terzi luoghi”, espressione introdotta dal sociologo Ray Oldenburg nel 1989 per definire quegli spazi intermedi tra casa e lavoro nei quali si costruiscono relazioni, socialità e vita democratica. Tra i progetti esposti compare il Centro comunale di Nocera Inferiore di Vittorio De Feo, concepito come presidio civico in un contesto difficile. L’intervento si sviluppa attorno a un albero di magnolia, centro simbolico della composizione circolare e si articola in una gradonata sopraelevata che conduce agli spazi ipogei della biblioteca.

Di diversa natura è invece il progetto di Aldo Rossi per il centro direzionale di Fontivegge, a Perugia, dove l’architetto immagina una piazza digradante delimitata da due quinte architettoniche, con edifici pubblici e privati integrati in un’unica scena urbana.

Il fulcro della mostra è dedicato invece alle Cronache del presente, sezione che analizza la trasformazione della cultura architettonica italiana tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo. Nel panorama culturale del secolo scorso, gli architetti italiani si distinguevano per una forte vocazione intellettuale e civile, che andava oltre la sola dimensione professionale. Il crollo dei paradigmi ideologici e delle grandi appartenenze culturali alla fine del Novecento ha però prodotto una fase di disorientamento, in bilico tra la continuità con i maestri del dopoguerra e l’apertura verso nuove dinamiche geopolitiche e professionali.

Tra i progetti emblematici compare la nuova Stazione di Napoli Centrale, risultato della fusione delle proposte dei tre gruppi vincitori del concorso internazionale: la grande copertura dell’atrio progettata da Pier Luigi Nervi con Giuseppe Vaccaro; la sistemazione urbanistica della piazza firmata da Carlo Cocchia, Bruno Zevi e Luigi Piccinato; la pensilina indipendente ideata da Massimo Battaglini.

Il tema della mobilità viene reinterpretato anche da Gae Aulenti con il ridisegno della Stazione Cadorna a Milano alla fine del Novecento. L’intervento riqualifica la piazza antistante attraverso pensiline in acciaio e vetro in dialogo con la nuova facciata della stazione, completate dalla celebre scultura Ago, filo e nodo di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen, evocazione monumentale dei percorsi e delle connessioni che attraversano la città contemporanea.

Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 al MAXXI di Roma | © Riproduzione riservata 
Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 al MAXXI di Roma | © Riproduzione riservata 
Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 al MAXXI di Roma | © Riproduzione riservata 

La mostra individua nelle due generazioni successive le protagoniste della transizione verso una nuova stagione progettuale. Agli architetti over 65 viene affidato il racconto dell’eredità culturale del dopoguerra e delle trasformazioni attraversate dalla disciplina. Alla cosiddetta “generazione Erasmus”, nata tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, viene invece dedicato un doppio dispositivo espositivo: da una parte un progetto fotografico realizzato da Allegra Martin, che ritrae per ogni studio un’opera-manifesto; dall’altra un grande tavolo collettivo sul quale ciascun autore sintetizza il proprio metodo di lavoro e la propria ricerca.

Tra gli studi presenti figurano Barozzi Veiga, Giulia de Appolonia, DEMOGO, ELASTICOFarm, Kuehn Malvezzi, Labics, MoDusArchitects e Francesca Torzo. Pur nella diversità degli approcci, ciò che accomuna queste esperienze è una sensibilità condivisa fatta di attenzione ai materiali e ai contesti, cautela tecnologica, consapevolezza ambientale e una persistente riflessione sul ruolo pubblico dell’architettura.

A chiudere il percorso è la sezione NeXT Generation, dedicata alle energie emergenti dell’architettura italiana. Da quindici anni il MAXXI sostiene infatti le nuove generazioni attraverso programmi dedicati alla sperimentazione progettuale. Prima con YAP – Young Architects Program, sviluppato dal 2011 al 2020 in collaborazione con il MoMA di New York, poi dal 2022 con NXT, il museo invita giovani progettisti a ideare installazioni temporanee per lo spazio esterno del MAXXI durante la stagione estiva.

Il programma nasce con un duplice obiettivo: offrire ai visitatori di Piazza Boetti uno spazio di relax, ombra e socialità e allo stesso tempo, dotare il museo di una struttura capace di ospitare spettacoli e performance all’aperto nei mesi estivi. In occasione della mostra Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026, il MAXXI ripercorre la storia di questa esperienza attraverso una sequenza di video dedicati alle otto edizioni di YAP e alle due più recenti di NXT.

All’interno del Centro Archivi trovano invece spazio i materiali del progetto vincitore di NXT 2026, Rubato del collettivo HPO, insieme ai lavori finalisti presentati da Associates Architecture, Atelier Vago, Facchinelli Daboit Saviane e m²ft architects. Il progetto Rubato, destinato a entrare nelle collezioni permanenti del museo, si distingue per l’equilibrio tra forza espressiva e funzione pubblica: una struttura pensata come platea per gli eventi estivi che integra anche un paesaggio sonoro ideato dalla sound artist Agnese Menguzzato.

La mostra è stata inaugurata ieri al MAXXI alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Ministro della Cultura Alessandro Giuli.

«Questa mostra sottolinea la vocazione e la missione fondativa del MAXXI», ha dichiarato Maria Emanuela Bruni, presidente della Fondazione MAXXI. «Accanto al museo d’arte, il MAXXI ha voluto il primo e unico museo nazionale di architettura con l’obiettivo di valorizzare e archiviare il patrimonio del Paese. Oggi rendiamo omaggio a una straordinaria stagione di creatività e impegno civile, valorizzando il contributo di architetti, urbanisti, studiosi e istituzioni che hanno dato forma concreta ai principi della Repubblica: apertura, partecipazione, progresso e tutela del bene comune».

Andrete a vedere la mostra Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026 al MAXXI di Roma? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

Informazioni utili per la visita

Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026
A cura di Pippo Ciorra ed Elena Tinacci 
Dal 29 maggio al 15 novembre ottobre 2026
MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo
Via Guido Reni 4 A, Roma
Orari: da martedì a domenica dalle 11:00 alle 19:00 (la biglietteria chiude un’ora prima). Chiuso il lunedì.
Biglietti: solo mostra 14€ / mostra + biglietto intero del Museo 20€ / mostra + biglietto ridotto del Museo 17€
Sito Web

post a comment