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A Villa Medici gli ultimi giorni della grande retrospettiva dedicata ad Agnès Varda: 130 opere tra fotografie, film, archivi e immagini inedite dell’Italia della regista simbolo della Nouvelle Vague.

Sono gli ultimi giorni per visitare a Villa Medici una delle più importanti esposizioni dedicate negli ultimi anni a Agnès Varda. La storica istituzione romana rende omaggio all’opera fotografica e cinematografica dell’artista con la prima grande retrospettiva italiana a lei consacrata, realizzata nell’ambito delle celebrazioni per il settantesimo anniversario del gemellaggio tra Parigi e Roma.

La mostra accompagna il visitatore nella Parigi del secondo dopoguerra e soprattutto nel celebre cortile-atelier di rue Daguerre, spazio di vita, lavoro e sperimentazione che Varda abitò per quasi settant’anni e che rimase il centro vitale della sua ricerca artistica.

L’esposizione romana mette in dialogo fotografia e cinema attraverso un corpus composto da 130 stampe originali, estratti filmici, pubblicazioni, documenti d’archivio, manifesti, fotografie di scena e oggetti appartenuti all’artista. Frutto di oltre due anni di ricerca, il progetto si fonda sul patrimonio fotografico di Agnès Varda e sugli archivi di Ciné-Tamaris, la casa di produzione da lei fondata e oggi diretta dai figli Rosalie Varda e Mathieu Demy.

Il percorso espositivo ricostruisce questo universo attraverso fotografie, documenti e riferimenti ai luoghi che alimentarono il suo immaginario, mettendo in relazione gli anni parigini con gli scatti realizzati durante i soggiorni italiani dell’artista. Da Venezia a Roma, passando per ville rinascimentali, giardini monumentali e set cinematografici, emerge il ritratto di una figura capace di approfondire linguaggi, territori e forme espressive con uno sguardo libero, ironico e profondamente personale.

Agnès Varda e la Nouvelle Vague: una pioniera del cinema moderno

Figura centrale del cinema del Novecento, Agnès Varda nacque nel 1928 a Ixelles, in Belgio, da madre francese e padre greco, con il nome di Arletta Varda. Nel 1940, la guerra costrinse la famiglia a lasciare il Belgio per rifugiarsi nel Sud della Francia. Fu a Sète, città portuale affacciata sul Mediterraneo, che Varda visse gli anni dell’adolescenza, sviluppando quello sguardo sensibile e profondamente umano che avrebbe attraversato tutta la sua opera artistica.

Terminata la guerra, si trasferì a Parigi, città destinata a diventare il centro della sua vita creativa. Qui frequentò i corsi di storia dell’arte all’École du Louvre e, parallelamente, quelli di fotografia all’École de Vaugirard, nome con cui era conosciuta l’École nationale supérieure Louis-Lumière. Prima ancora del cinema, fu infatti la fotografia il suo linguaggio d’elezione: lavorò come fotografa per Jean Vilar in occasione della nascita del Festival di Avignone nel 1948 e successivamente per il Théâtre National Populaire al Palais de Chaillot. Nel 1954 organizzò persino una prima mostra personale nel cortile della propria abitazione, segno di una vocazione artistica già pienamente definita.

Quello stesso anno segnò anche il suo ingresso nel cinema, senza alcuna formazione accademica specifica. Animata da uno spirito radicalmente indipendente, fondò la cooperativa Ciné-Tamaris per produrre e dirigere il suo primo lungometraggio, La Pointe courte. Realizzato con mezzi ridotti e una troupe composta in gran parte da amici, il film – interpretato anche da un giovane Philippe Noiret – anticipò molti dei tratti stilistici che sarebbero poi stati associati alla Nouvelle Vague, tanto da farle guadagnare l’appellativo di “nonna della Nouvelle Vague”. Varda contribuì infatti a crearne le premesse del nuovo movimento, sperimentando una forma cinematografica nuova, libera dalle convenzioni narrative tradizionali.

Autodidatta, venticinquenne, senza aver mai scritto né letto una sceneggiatura, Varda pensava inizialmente di realizzare un solo film. Invece, da quell’esordio nacque una delle carriere più originali e longeve della storia del cinema europeo. Cortometraggi, lungometraggi, documentari e opere ibride si susseguirono nel corso dei decenni, accomunati da una costante ricerca formale e da uno sguardo poetico capace di fondere intimità, osservazione sociale e sperimentazione visiva.

Nel 1962 arrivò la consacrazione internazionale con Cléo dalle 5 alle 7, opera considerata ancora oggi uno dei vertici della modernità cinematografica. Attraverso due ore vissute da una giovane cantante in attesa di un responso medico, il film trasformava il tempo reale in esperienza emotiva, intrecciando riflessione esistenziale e vitalità urbana. Seguirono lavori come Le Bonheure Les Créatures, in cui la regista esplorò i rapporti umani oscillando continuamente tra tenerezza e inquietudine.

Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma a Villa Medici-Accademia di Francia a Roma | © Riproduzione riservata 
Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma a Villa Medici-Accademia di Francia a Roma | © Riproduzione riservata 
Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma a Villa Medici-Accademia di Francia a Roma | © Riproduzione riservata 

Accanto al cinema di finzione, Varda sviluppò un’intensa attività documentaria, fedele a quella che sarebbe diventata la cifra distintiva della sua poetica: l’attenzione verso le persone comuni, gli spazi marginali e i dettagli quotidiani. Film come Daguerrotipi, dedicato alla rue Daguerre nel XIV arrondissement di Parigi dove abitava, o Mur, Murs, incentrato sui murales di Los Angeles, testimoniano la sua capacità di trasformare luoghi e volti ordinari in materia poetica e politica.

Nel 1985 ottenne il Leone d’Oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con Senza tetto né legge, intenso ritratto di una giovane vagabonda alla ricerca di libertà nel Sud della Francia. Negli anni successivi continuò a sperimentare linguaggi e forme, alternando autobiografia, documentario e omaggio personale. Tra le opere più significative di questo periodo figurano Jane B. par Agnès V. e Kung-fu Master, legati all’amicizia con Jane Birkin e Jacquot de Nantes – spesso ricordato anche come il suo personale omaggio cinematografico a Jacques Demy, marito della regista, scomparso nel 1990.

Nel 2003 alla Biennale di Venezia Varda inaugurò quella che lei stessa definì la sua “terza vita”, dedicandosi alle arti visive e alle installazioni. Pur ampliando i propri mezzi espressivi, non abbandonò mai il cinema né la fotografia, continuando fino agli ultimi anni a interrogare il reale con curiosità instancabile e straordinaria libertà creativa.

L’11 novembre 2017 ricevette l’Oscar alla carriera, tributo a oltre sei decenni di innovazione cinematografica. In quell’occasione, Angelina Jolie le dedicò un discorso che ne sottolineava il ruolo pionieristico non soltanto come artista, ma anche come donna capace di aprire nuove strade in un ambiente dominato dagli uomini. Jolie ricordò come Varda avesse realizzato film che nessuno aveva mai fatto prima, affrontando ostacoli, pregiudizi e scetticismo in un’epoca priva di modelli femminili di riferimento nel cinema.

Definire Agnès Varda semplicemente una “regista donna” sarebbe tuttavia riduttivo. Prima di tutto fu un’artista totale: fotografa, cineasta, autrice visiva, narratrice del quotidiano e instancabile sperimentatrice. Le sue opere hanno saputo unire rigore formale e sensibilità umana, impegno politico e leggerezza poetica, lasciando un’eredità che continua a influenzare il cinema contemporaneo.

Fino alla morte, avvenuta a Parigi nel 2019 all’età di novant’anni, Varda non smise mai di osservare il mondo con curiosità e meraviglia. Viaggiatrice appassionata, amava esplorare luoghi alla ricerca di immagini, storie e incontri. Anche l’Italia occupò un posto speciale nel suo immaginario: Venezia e Roma, in particolare, furono città capaci di affascinarla profondamente e di alimentare quella sensibilità visiva che rese unico il suo sguardo sul reale.

Agnès Varda a Villa Medici: la retrospettiva italiana dedicata alla regista

A Villa Medici, l’universo fotografico e cinematografico di Agnès Varda si sviluppa attraverso un articolato percorso espositivo che mette in relazione immagini, cinema, archivi e memoria personale. La mostra riunisce 130 stampe originali, estratti di film, pubblicazioni, documenti d’archivio, manifesti, fotografie di scena e oggetti appartenuti all’artista, costruendo un itinerario che restituisce la complessità di una delle figure più radicali e libere del Novecento europeo.

Il progetto nasce dalla mostra ideata dal Musée Carnavalet – Histoire de Paris e curata da Anne de Mondenard con Paris Musées, presentata a Parigi dal 9 aprile al 24 agosto 2025 dopo oltre due anni di ricerca.

Nelle prime due sezioni – Prima di rue Daguerre e Il cortile di rue Daguerre – il percorso ricostruisce gli esordi di Varda fotografa e il suo arrivo, nei primi anni Cinquanta, nel celebre cortile-atelier di rue Daguerre, trasformato in studio fotografico, laboratorio creativo e sede della sua prima esposizione personale nel 1954. Quel luogo, condiviso successivamente con Jacques Demy, diventa il centro simbolico della sua esistenza artistica.

Fotografie e sequenze cinematografiche restituiscono uno sguardo ironico, anticonvenzionale e profondamente personale sulla città di Parigi e sui suoi abitanti. Film come Cléo de 5 à 7e Daguerréotypes testimoniano la capacità di Varda di osservare le donne, le esistenze marginali e le geografie quotidiane con una grande sensibilità tra documentario, autobiografia e invenzione poetica.

L’esposizione mette inoltre in dialogo il lavoro della regista con opere di artisti appartenenti a generazioni e linguaggi differenti: Giancarlo Botti, Michaële Buisson, Alexander Calder, Martine Franck, Dominique Genty, JR, Liliane de Kermadec, Michèle Laurent, Claude Nori, Laurent Sully-Jaulmes, Robert Picard, Valentine Schlegel e Collier Schorr.

Arrivata a Parigi nel 1943, Agnès Varda frequenta l’École du Louvre e sceglie la fotografia come territorio privilegiato in cui intrecciare pratica manuale e riflessione teorica. Durante gli anni della formazione divide un appartamento nei pressi di Pigalle con altre tre giovani donne, che diventano le protagoniste dei suoi primi ritratti, mentre le rive della Senna si trasformano nei suoi primi paesaggi urbani. Già in queste immagini emergono alcuni elementi fondamentali del suo linguaggio: una sottile componente enigmatica di matrice surrealista e una forte consapevolezza identitaria.

Nel 1951 Varda si stabilisce al numero 86 di rue Daguerre. Il luogo si trasforma rapidamente anche in una comunità condivisa con la scultrice Valentine Schlegel e con una famiglia di rifugiati spagnoli. È qui che organizza la sua prima mostra nel 1954 e realizza i suoi primi film, dando forma a un ambiente creativo destinato a diventare inseparabile dalla sua opera.

Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma a Villa Medici-Accademia di Francia a Roma | © Riproduzione riservata 
Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma a Villa Medici-Accademia di Francia a Roma | © Riproduzione riservata 
Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma a Villa Medici-Accademia di Francia a Roma | © Riproduzione riservata 

La quarta sezione – Foto-scrittura – evidenzia come nel reportage Varda sviluppò una grammatica visiva che anticipò chiaramente il suo linguaggio cinematografico. Le fotografie sono spesso concepite come vere e proprie scene: l’artista dirige i soggetti, orchestra posture e movimenti, trasforma una bambina vestita da angelo o un gruppo di giovani attori in frammenti narrativi.

Con Cléo de 5 à 7, realizzato nel 1961, Varda costruisce simultaneamente un ritratto femminile e un film-documento su Parigi, città che riflette gli stati interiori della protagonista, attraversata dall’angoscia della malattia. Nel 1967 torna a interrogare il rapporto tra spazio urbano e inquietudine privata raccontando l’angoscia di una giovane madre sullo sfondo della guerra del Vietnam. Vicina ai cineasti della Nouvelle Vague, la regista inscrive così il proprio sguardo in una tensione continua tra intimità e politica.

Nelle fotografie e nei film, Agnès Varda mette costantemente in discussione le modalità attraverso cui le donne vengono osservate e rappresentate. In L’une chante, l’autre pas prende apertamente posizione a favore dei diritti femminili e della contraccezione. Il suo femminismo, tuttavia, si inserisce in un’attenzione più ampia rivolta alle marginalità sociali e alle vite ordinarie. Già con L’Opéra-Mouffe raccontava la popolazione impoverita del mercato di rue Mouffetard; più tardi, in Daguerréotypes, si concentra sui commercianti di rue Daguerre, quella “maggioranza silenziosa” di cui registra volti, gesti e racconti quotidiani con una poetica e una sensibilità surrealista.

Fino alla metà degli anni Sessanta, il cortile di rue Daguerre diventa il set di ritratti dedicati a giovani interpreti come Delphine Seyrig e Gérard Depardieu. Dopo aver immortalato i commercianti del quartiere in Daguerréotypes, Varda arriva progressivamente a identificarsi con quella strada, definendosi lei stessa una “daguerréotipista”. Col tempo il cortile-atelier si trasforma in una vera e propria corte-giardino che, nei lavori autobiografici più tardi come Les Plages d’Agnès, sembra estendersi fino all’intera rue Daguerre.

Nella sua visione di Parigi, Agnès Varda evita ogni immagine monumentale o stereotipata della capitale. La sua attenzione si concentra invece sugli spazi marginali, sui dettagli trascurati, sulle strade percorse quotidianamente e sui paesaggi urbani più ordinari. Gli estratti filmici presentati in mostra restituiscono la libertà con cui la sua macchina da presa attraversa la città, passando dalla finzione al documentario.

In continuità con il percorso principale, la sezione L’Italia di Agnès Varda approfondisce il rapporto dell’artista con il territorio italiano attraverso fotografie inedite realizzate durante due soggiorni, nel 1959 e nel 1963. In quegli anni Varda era già una fotografa affermata e collaborava con numerose testate francesi ed europee, sviluppando una pratica del reportage capace di fondere osservazione documentaria e costruzione visiva.

Nel 1959 attraversa Venezia e il Veneto alla ricerca di ambientazioni per La Mélangite, film mai realizzato. Le immagini nate da quel viaggio raccontano la scoperta dell’Italia attraverso dettagli urbani, giochi di luce, passaggi in ombra e scene di vita quotidiana. Venezia appare lontana da ogni stereotipo turistico: bucati stesi alle finestre, figure anonime e scorci architettonici diventano frammenti di una narrazione visiva spontanea e grafica.

Alla Villa della Torre, nei pressi di Verona, così come ai Giardini di Bomarzo, Varda resta affascinata dalla materia delle architetture e dalla dimensione visionaria delle sculture, elementi che dialogano naturalmente con la sua sensibilità surrealista. Durante quel soggiorno realizza anche uno dei suoi autoritratti più celebri, davanti a una tela di Gentile Bellini, ironizzando sulla propria iconica acconciatura bicolore.

Nel maggio del 1963 la rivista francese Réalités le commissiona un ritratto di Luchino Visconti, reduce dalla Palma d’Oro ottenuta con Il Gattopardo. Varda raggiunge Roma portando con sé tre macchine fotografiche; provini a contatto e fotografie a colori documentano l’incontro con quello che la stampa definiva il “principe taciturno del cinema italiano”.

Negli stessi giorni Jean-Luc Godard sta girando Il disprezzo negli studi Titanus. Varda visita il set e fotografa il regista accanto a Brigitte Bardot, Jack Palance e Michel Piccoli, consegnando alla storia del cinema uno sguardo laterale e profondamente personale sul grande cinema europeo del Novecento.

Una cinquantina di stampe originali provenienti dalla collezione di Rosalie Varda, insieme a documenti d’archivio e materiali conservati presso l’Institut pour la photographie des Hauts-de-France, ricostruiscono per la prima volta in maniera organica il legame tra Agnès Varda e l’Italia. La sezione è curata da Carole Sandrin ed è coprodotta con l’Institut pour la photographie des Hauts-de-France a partire dalla collezione fotografica e dagli archivi della Succession Agnès Varda.

La retrospettiva di Villa Medici – curata da Anne de Mondenard per il Musée Carnavalet – Histoire de Paris, con la collaborazione di Paris Musées e di Rosalie Varda – si inserisce inoltre in un più ampio omaggio internazionale dedicato all’artista. L’omaggio all’artista proseguirà infatti con Viva Varda, in programma dal 5 marzo 2026 al 10 gennaio 2027 presso la Galleria Modernissimo della Cineteca di Bologna, realizzata in collaborazione con la Cinémathèque française.

Avete già visto la mostra Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma a Villa Medici-Accademia di Francia a Roma o lo farete presto? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

Informazioni utili per la visita

Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma
A cura di Anne de Mondenard e Carole Sandrin
Dal 25 febbraio al 25 maggio 2026
Villa Medici-Accademia di Francia
Viale della Trinità dei Monti, 1, 00187 Roma (RM)
Orari: da mercoledì a lunedì dalle 10:00 alle 19:00 (la biglietteria chiude alle 18:30). Chiuso il martedì.
Biglietti: biglietto intero 12€ / biglietto ridotto 10€.
Sito Web

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