
Andrea Pazienza al MAXXI di Roma: la mostra “Non sempre si muore” racconta il genio del fumetto italiano
Dal 24 aprile il MAXXI dedica ad Andrea Pazienza una grande retrospettiva tra Pentothal, Zanardi e Pompeo: oltre 500 tavole originali, materiali inediti e il murale monumentale restaurato della Fiera del Fumetto di Napoli.
Dopo La matematica del segno, la grande mostra ospitata al MAXXI L’Aquila e dedicata agli anni della formazione e ai primi, folgoranti esperimenti grafici di Andrea Pazienza, il museo romano presenta il secondo capitolo di un progetto espositivo che ne completa il racconto artistico e umano: Andrea Pazienza. Non sempre si muore, a cura di Giulia Ferracci e Oscar Glioti, nel settantesimo anniversario della nascita dell’artista. Un percorso in due atti con cui il MAXXI rinnova il proprio impegno nella valorizzazione di quegli autori che hanno ridefinito la cultura visiva del Novecento italiano, anticipando questioni e linguaggi ancora centrali nell’arte contemporanea.
Il titolo della mostra nasce da una frase pronunciata da Pazienza nel 1988, durante una lunga intervista concessa al conduttore britannico Clive Griffiths, pochi mesi prima della sua scomparsa: «non sempre si muore». Un’espressione che oggi assume il valore di una dichiarazione poetica e testamentaria insieme, perfettamente aderente alla parabola di un artista capace di vivere con intensità assoluta e di lasciare un’opera ancora vitale, inquieta e necessaria.
Indice
Chi era Andrea Pazienza: biografia e formazione del grande fumettista italiano
Andrea Pazienza nasce a San Benedetto del Tronto il 23 maggio 1956. A soli diciotto mesi disegna un orso con una precisione e una sicurezza del tratto che lasciano increduli i genitori. Da quel momento il disegno diventa per Andrea un linguaggio naturale, una necessità vitale prima ancora che artistica.
L’episodio viene raccontato da Tony Di Corcia nel volume La femmina è meravigliosa, libro che ripercorre la vita di Pazienza attraverso lo sguardo delle donne che lo hanno amato, accompagnato o semplicemente attraversato. Tra i ricordi familiari emerge anche un aneddoto rivelatore: alle scuole medie Andrea è allievo del padre, insegnante di disegno. Meriterebbe un otto pieno, ma la preside interviene per abbassargli il voto, temendo le proteste degli altri studenti. Una piccola ingiustizia che, col senno di poi, appare irrilevante: Pazienza non inseguirà mai approvazioni, classifiche o giudizi altrui. La sua ricerca sarà sempre altrove.
Nel 1973 presenta i propri lavori alla Sala d’Arte Guglielmi di San Benedetto del Tronto. Due anni dopo, alla Galleria Convergenze di Pescara, inaugura Storia di una Convergenza, mostra che mette in evidenza l’uso innovativo del pennarello e la capacità di fondere immaginario contemporaneo e riferimenti classici. Intorno a lui si muove il laboratorio artistico di Convergenze, luogo fondamentale della sperimentazione visiva abruzzese degli anni Settanta.
Dopo gli anni trascorsi dai Gesuiti a Pescara, nell’autunno del 1974 Andrea si iscrive al DAMS di Bologna, fondato appena tre anni prima. Bologna gli appare inizialmente soffocante, troppo affollata, incapace di offrirgli uno spazio intimo. Eppure quella città diventerà il centro gravitazionale della sua formazione umana e artistica. È una Bologna ancora attraversata dall’eco del Sessantotto, in cui la politica, la creatività e l’utopia sembrano fondersi in un’unica energia collettiva.
Il primo riconoscimento pubblico arriva il 9 maggio 1975, con una mostra personale a Pescara. Tra i visitatori c’è Isabella Damiani, l’amica più cara di Andrea. Tra le opere ne scopre una destinata a rimanere per sempre legata al suo nome: Isa d’estate; un ritratto tra immaginario rinascimentale e visione onirica. Già in questa fase iniziale Pazienza mostra un linguaggio pittorico sorprendentemente maturo, capace di anticipare sensibilità e soluzioni estetiche che diventeranno centrali anni dopo.
Sempre nel 1975 realizza la copertina e nove illustrazioni per Due dadi nel gioco. Il libro non lascerà tracce memorabili, ma rappresenta un passaggio decisivo: Andrea viene pagato per qualcosa che gli riesce spontaneo, che lo diverte e allo stesso tempo lo salva dai propri tormenti. È la scoperta che il proprio talento può diventare anche un mestiere.
Nel febbraio del 1977 si presenta nella redazione di Linus davanti alla direttrice Fulvia Serra. Mostra alcuni paesaggi ben eseguiti ma convenzionali, inadatti allo spirito della rivista. Poi estrae dalla cartella dieci tavole dedicate a un personaggio chiamato Pentothal. Fulvia Serra ne rimane folgorata. Ricorderà più tardi che quei disegni e quella scrittura la conquistarono immediatamente per la loro bellezza inquieta e contorta. La stampa di Alter Alter viene fermata per inserire le pagine del giovane autore. Nell’aprile del 1977 nasce così pubblicamente Andrea Pazienza.
Pentothal è il riflesso diretto del suo autore, un giovane in bilico tra ansia, alienazione e desiderio di capire il mondo. Le straordinarie avventure di Pentothal raccontano una Bologna attraversata dalle tensioni del Movimento del ’77, ma soprattutto l’incapacità di sentirsi davvero parte di quella rivoluzione.



Fondamentale, in quel periodo, è l’esperienza della Traumfabrik di via Clavature. Nel 1976 Filippo Scozzari dipinge di rosso il portone dell’edificio e vi scrive in grandi lettere “Traumfabrik”, “fabbrica dei sogni”. È uno spazio occupato, una comune artistica e politica aperta a chiunque. Era un laboratorio concreto di una controcultura che cercava di opporsi all’informazione ufficiale e ai codici della società borghese. In quell’ambiente prendono forma esperienze editoriali come Il Male, Cannibale (insieme a Stefano Tamburini, Massimo Mattioli, Filippo Scòzzari e Tanino Liberatore), Frigidaire e Corto Maltese, riviste destinate a cambiare il fumetto italiano.
L’11 marzo 1977, gli scontri tra studenti di sinistra e militanti di Comunione e Liberazione degenerano in guerriglia urbana. Durante le tensioni viene ucciso in via Mascarella Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua. Bologna precipita nel caos, tra barricate, molotov e l’intervento delle forze dell’ordine guidate dal ministro Francesco Cossiga. Andrea vive quei giorni con sgomento. Corre in redazione e decide di rifare completamente l’ultima tavola di Pentothal. Nasce così una delle immagini più potenti del fumetto italiano: Andrea-Pentothal, immobile e sconvolto, ascolta alla radio gli appelli degli studenti mentre nella sua mente si impone una frase destinata a diventare iconica: “Sono tagliato fuori. Sono completamente tagliato fuori”.
In quel momento Pazienza rompe definitivamente le convenzioni narrative. Abbatte la quarta parete, parla direttamente al lettore, confonde autobiografia e finzione senza alcun filtro. Non vuole spiegare il mondo né impartire lezioni politiche: vuole raccontare il proprio smarrimento. Ed è proprio questa sincerità radicale a rivoluzionare il linguaggio del fumetto italiano.
Dalla fine degli anni Settanta il suo nome circola ovunque. Disegna copertine per la PFM, per Claudio Lolli e Roberto Vecchioni. Nel 1980 realizza il manifesto del film La città delle donne di Federico Fellini, mentre nel 1983 firma quello di Novecento di Bernardo Bertolucci. Il suo talento appare inesauribile e trasversale: tutti vogliono lavorare con lui.
Dall’anestesia malinconica degli anni Settanta nasce allora Zanardi, apparso nel 1981 su Frigidaire con Giallo scolastico. Zanardi è crudele, nichilista, spietato, immerso nella droga e privo di qualsiasi morale. È il ritratto feroce dell’Italia che sta entrando negli anni Ottanta: il tramonto delle utopie collettive e l’avvento dell’individualismo assoluto.
Attraverso Zanardi, Pazienza intercetta con lucidità brutale la trasformazione culturale del Paese. La sua influenza colpisce autori come Gipi, Guido Crepax e Milo Manara, ma anche intellettuali come Umberto Eco e Jacopo Fo, con cui collabora alla rivista Avaj. Insegna inoltre fumetto alla Libera Università di Alcatraz, fondata da Dario Fo.
Nel 1988 Roberto Benigni lo coinvolge nella sceneggiatura de Il piccolo diavolo, mentre Sergio Staino vorrebbe affidargli il ruolo principale in Cavalli si nasce. Il progetto però non si realizza: quello sarà l’ultimo anno di vita di Andrea.
Tra il 1984 e il 1987 lavora alla sua opera più dolorosa e definitiva: Pompeo, pubblicata dagli Editori del Glifo. Gli ultimi giorni di Pompeo rappresentano il suo testamento artistico e umano. Attraverso una continua metamorfosi stilistica, Andrea racconta il peso insostenibile della realtà, la dipendenza e il senso di dissoluzione. Pompeo è l’ultima evoluzione di Pentothal: dopo l’anestesia e il rancore resta soltanto l’accettazione del nulla. Il protagonista osserva un cappio appeso a un albero e saluta il lettore per l’ultima volta. L’opera è dedicata alla moglie, Marina Comandini, ritratta in una tavola finale di struggente delicatezza.
Molti progetti rimangono incompiuti. Tra questi Astarte, la storia del cane di Annibale durante la campagna culminata nella battaglia di Zama. Già con Mondo Acido, nel 1977, Pazienza si era scontrato con il timore degli editori nei confronti di temi come l’eroina. Gli fu chiesto di aggiungere una tavola finale che prendesse le distanze dalla droga. Lui rispose trasformando persino quella richiesta in un gesto artistico ironico e provocatorio.
Andrea Pazienza non si è mai definito un genio. Nell’ultima pagina di Pompeo scrive che i ragazzi del paese ormai lo chiamano “vecchio Paz”, anche se ha appena ventinove anni. Cita Vladimir Majakovskij – poeta amatissimo – e chiude il libro con un tono apparentemente casuale che invece contiene tutta la sua poetica: l’ironia, la disperazione, la lucidità e la fragilità.
Dopo la sua morte, avvenuta nel 1988, il peso della sua eredità artistica è diventato sempre più evidente. Nel 1992 Umberto Eco accostò la sua opera all’espressionismo di Louis-Ferdinand Céline. Da allora il nome di Pazienza continua a riemergere ovunque: nel fumetto contemporaneo, nel cinema, nella pittura, nella comunicazione visiva e in ogni forma artistica che tenti di fondere autobiografia, allucinazione e verità.
Le opere in mostra: oltre 500 tavole originali, disegni e materiali inediti
Nel settantesimo anniversario della nascita di Andrea Pazienza, il MAXXI dedica all’artista una grande retrospettiva incentrata sull’intera vicenda creativa, dagli anni della formazione alle opere finali. Pazienza sopravvive nelle tavole che hanno ridefinito il fumetto italiano, nei fogli rimasti inediti, nei frammenti dispersi che ancora riemergono, ma soprattutto nello sguardo lucidissimo con cui ha saputo leggere il suo tempo e anticipare molte delle tensioni contemporanee.
L’esposizione segue un percorso cronologico, articolandosi in stanze tematiche e cromatiche. Le tavole a fumetti convivono con bozzetti preparatori, studi anatomici, illustrazioni a colori, appunti, lettere private, poesie e prose. A completare il percorso interviene un vasto apparato d’archivio composto da fotografie, filmati in Super 8, registrazioni audio e riproduzioni di opere non esposte, perché disperse o troppo fragili per affrontare il trasferimento museale. Ne emerge il ritratto di un artista immerso in una dimensione collettiva, politica e sovversiva.
Al centro della mostra si impone un nucleo di oltre cinquecento tavole originali, animate dai personaggi che hanno reso Pazienza una figura irripetibile della cultura italiana. Pentothal, primo grande alter ego dell’autore, attraverso cui il suo talento si rivela pubblicamente; Zanardi, incarnazione feroce del cinismo degli anni Ottanta; il Presidente Pertini, trasformato in icona morale e satirica; Pompeo, estremo testamento esistenziale in cui autore e personaggio finiscono per coincidere. Intorno a loro ruota una moltitudine di figure minori, maschere grottesche e profondamente umane.



Nato sulle pagine di Frigidaire all’inizio degli anni Ottanta, Massimo Zanardi rappresenta l’ingresso definitivo dell’Italia nell’epoca del cinismo e dell’individualismo. Studente liceale amorale, crudele, tossico e manipolatore, Zanardi incarna il riflesso di un Paese dominato dal culto del profitto e dalla legge del più forte. Pazienza costruisce attorno a lui una figura che, racconto dopo racconto, perde qualsiasi giustificazione morale fino a trasformarsi in una presenza quasi mitologica.
Il cuore simbolico dell’esposizione è rappresentato dal monumentale murale realizzato dal vivo da Pazienza nel 1987 alla Fiera del Fumetto di Napoli, ospitata presso la Mostra d’Oltremare. Otto metri di lunghezza per due metri e mezzo d’altezza, eseguiti in appena tre ore davanti al pubblico. L’opera, nota come Battaglia tra uomini e animali, viene esposta per la prima volta in un contesto museale grazie a un intervento di restauro promosso dal MAXXI. La scena raffigura una venatio immersa in un immaginario classico: guerrieri, cavalli, leoni, corpi in lotta e simboli di morte convivono in una composizione apparentemente caotica ma sorretta da un controllo assoluto dello spazio. Pazienza affronta il muro con la stessa naturalezza con cui disegnerebbe un foglio di carta, senza bozzetti preparatori, lasciando emergere figure che sembrano già complete nella sua mente prima ancora di trasformarsi in segno. Non è un caso che proprio in quegli anni l’autore stesse lavorando a Astarte, la storia incompiuta del cane di Annibale, rimasta interrotta dalla morte prematura.
Il percorso si conclude con Pompeo, pubblicato in volume nel 1987 dagli Editori del Grifo. Bologna riappare come città spettrale, mentre il protagonista attraversa la dipendenza, l’autodistruzione e il desiderio di annullamento. In Pompeo cadono quasi del tutto ironia e distacco: resta soltanto uno sguardo disperato rivolto verso la propria fragilità.
Eppure la mostra insiste su un punto decisivo: la morte di Pompeo non coincide con quella di Andrea Pazienza. Negli ultimi anni l’autore immagina ancora nuove storie, nuovi linguaggi e nuove possibilità. Sogna un figlio, progetta Astarte, cerca una via diversa dalla strada e dall’autobiografia. Quelle intuizioni rimaste incompiute diventano oggi, per chi osserva le sue opere, la misura più struggente di ciò che avrebbe ancora potuto essere.
Non sempre si muore suggerisce proprio questo: Andrea Pazienza continua a esistere nel modo in cui ha trasformato il fumetto in letteratura visiva, autobiografia politica e materia poetica. La sua opera non è rimasta circoscritta solo alla memoria culturale del Novecento italiano, ma continua a interrogare il presente con una grande lucidità che il trascorrere del tempo e degli eventi non ha scalfito.
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Informazioni utili per la visita
Andrea Pazienza. Non sempre si muore
A cura di Giulia Ferracci e Oscar Glioti
Dal 24 aprile al 27 settembre 2026
MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo
Via Guido Reni 4 A, Roma
Orari: da martedì a domenica dalle 11:00 alle 19:00 (la biglietteria chiude un’ora prima). Chiuso il lunedì.
Biglietti: solo mostra 14€ / mostra + biglietto intero del Museo 20€ / mostra + biglietto ridotto del Museo 17€
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