
Casa dei Crescenzi, uno degli edifici medievali più antichi di Roma
Nel cuore del Foro Boario, la Casa dei Crescenzi racconta la Roma medievale attraverso la sua storia, l'architettura, le iscrizioni, i restauri e le curiosità che la rendono un monumento unico.
Affacciata su via Luigi Petroselli, nel rione Ripa, di fronte al Tempio di Portuno e nell’antica area del Foro Boario, la Casa dei Crescenzi rappresenta una delle testimonianze più preziose dell’architettura civile medievale romana. Costruita tra l’XI e il XII secolo, costituisce un raro esempio di residenza aristocratica medievale giunta fino ai giorni nostri.
Indice
La storia della Casa dei Crescenzi: dalle origini nell’XI secolo alla famiglia Crescenzi
Tra i tesori meno noti di Roma c’è la Casa dei Crescenzi, un edificio straordinario situato tra il Tempio di Portuno e l’attuale Palazzo dell’Anagrafe. Costruita tra il 1040 e il 1065, questa antica casa-torre medievale rappresenta una delle più importanti testimonianze dell’architettura civile dell’XI secolo.
L’edificio fu realizzato da Niccolò, figlio di Crescenzio e Teodora, con una funzione tanto residenziale quanto strategica. La sua posizione consentiva infatti di controllare gli antichi mulini lungo il Tevere e soprattutto il Ponte Emilio, l’odierno Ponte Rotto, sul cui attraversamento la potente famiglia dei Crescenzi esercitava il diritto di riscuotere un pedaggio. La posizione dell’edificio, strategicamente affacciata sul fiume, consentiva infatti di sorvegliare uno dei principali punti di accesso alla città.
Originariamente articolata su due livelli, la costruzione conserva oggi il piano terreno e parte del piano superiore. La sua caratteristica più affascinante è però l’impiego sistematico di materiali provenienti da edifici dell’antica Roma. Come accadeva frequentemente nell’edilizia medievale, colonne, capitelli, cornici, frammenti marmorei e numerosi elementi decorativi furono recuperati da monumenti ormai in rovina e inseriti nella nuova costruzione. Alcune murature sembrano appartenere ai resti di un edificio termale di età bizantina, mentre altri elementi risultano ancora oggi di difficile attribuzione.
Volute, capitelli in terracotta collocati sopra semicolonne, mensole decorate con putti, cornici sorrette da beccatelli e resti di strutture aggettanti convivono in una composizione estremamente eterogenea che riflette il gusto costruttivo dell’epoca.
Nel 1844 il reverendo Jeremiah Donovan descrisse efficacemente questo singolare insieme architettonico nella sua opera Rome Ancient and Modern:
«La casa è costruita di mattoni e modificata dalla decorazione, costituita da frammenti eterogenei di sculture antiche in marmo e semicolonne barbare e pilastri in mattoni gettati insieme, senza alcun riguardo per il buon gusto e dei principi di architettura.»
Le ragioni del largo impiego di materiali antichi sono molteplici. Alla progressiva scomparsa delle maestranze specializzate nella lavorazione del marmo, conseguenza della crisi seguita alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, si aggiunsero il drastico ridimensionamento delle risorse economiche, la difficoltà di approvvigionamento dei materiali provenienti dall’Oriente e dall’Egitto e l’assenza di una tutela sistematica delle rovine della città antica.



Nel caso della Casa dei Crescenzi, tuttavia, il riutilizzo degli elementi antichi sembra rispondere a un’intenzione diversa. Niccolò impiegò i frammenti romani per celebrare la memoria dell’antichità. La sua stessa iscrizione dichiara infatti che la casa non fu costruita per vanagloria personale, bensì «per rinnovare l’antico decoro di Roma», rivelando una sincera ammirazione nei confronti della grandezza della città imperiale.
Questa dichiarazione programmatica è incisa sulla monumentale cornice curvilinea del portale d’ingresso in una lunga iscrizione latina composta dallo stesso Niccolò di Crescenzio. L’iscrizione ricorda come la gloria terrena sia destinata a svanire e invita chi contempla le belle dimore a ricordare sempre i sepolcri, poiché la morte raggiunge ogni uomo senza distinzione. Solo dopo questa meditazione compare il significato dell’opera: Niccolò afferma di aver costruito la casa per restituire splendore alla città, onorare la memoria dei genitori, Crescenzio e Teodora, e dedicarla al figlio Davide.
L’edificio conserva anche altre iscrizioni. Una, incisa accanto a una piccola finestra presso il portale, proclama: «Qui c’è grande onore per il popolo romano e l’effigie indica chi mi costruì». Un’altra, collocata al centro della facciata, si rivolge direttamente ai passanti con le parole: «Voi che passate davanti a questa splendida casa, o Quiriti, sappiate che Niccolò è il signore di questa dimora». Accanto a queste epigrafi è presente anche una sequenza di lettere la cui interpretazione rimane ancora oggi controversa.
La popolazione romana iniziò ben presto a chiamare l’edificio Tor Crescenzia, definizione che identificava il complesso come la casa-torre fortificata appartenente ai Crescenzi. Il nome sopravvisse anche dopo il 1312, quando la torre medievale crollò durante i tumulti seguiti alla discesa a Roma di Arrigo VII di Lussemburgo, incoronato imperatore del Sacro Romano Impero nonostante l’opposizione di numerose città guelfe e del pontefice. Del complesso originario rimase in piedi soltanto l’abitazione, che continuò a dominare l’antico Foro Boario conservando intatto il proprio straordinario apparato decorativo.
Dal termine latino mansio, presente nell’iscrizione principale, derivò inoltre il nome Tor Monzone, con il quale l’edificio fu conosciuto per lungo tempo. Nel corso dei secoli la Casa dei Crescenzi cambiò più volte identità, seguendo le trasformazioni della città. Alla denominazione originaria di Tor Crescenzia si affiancarono infatti altri appellativi.
Uno dei più noti è Casa di Cola di Rienzo. La tradizione popolare collegò la dimora al celebre tribuno del XIV secolo, probabilmente per la vicinanza del luogo alla sua zona d’origine o per l’associazione tra il nome di Niccolò di Crescenzio e quello di Cola di Rienzo. In realtà gli studi storici indicano che la casa nella quale nacque e abitò il tribuno sorgeva altrove, nei pressi dell’attuale Ghetto, tra la fine di via della Tribuna di Campitelli (l’antica via Tamara) e l’inizio di via di San Bartolomeo de’ Vaccinari.
Un’altra denominazione destinata a conoscere grande fortuna fu quella di Casa di Pilato o Palazzo di Pilato. Il nome deriva dalle sacre rappresentazioni medievali della Passione di Cristo che si svolgevano nell’area del Velabro. Durante queste celebrazioni l’edificio veniva identificato scenograficamente con il palazzo di Ponzio Pilato, il luogo simbolico della condanna di Gesù. La tradizione trasformò così l’antica casa-torre in uno dei punti di riferimento delle processioni e delle rappresentazioni religiose romane. Secondo la tradizione, proprio davanti all’edificio si fermava infatti la Via Crucis romana che, partendo dal Borgo, raggiungeva simbolicamente il Golgota, identificato con l’attuale Monte dei Cocci e qui veniva rappresentata la scena della decisione finale di Ponzio Pilato nei confronti di Gesù.
L’edificio fu progressivamente abbandonato nel corso del XV secolo. La totale assenza di trasformazioni architettoniche successive costituisce ancora oggi una preziosa testimonianza di questo lungo periodo di abbandono, che ha paradossalmente favorito la conservazione delle strutture medievali originarie.
Nei secoli successivi la residenza perse completamente la propria funzione nobiliare. Gli ambienti furono adattati a usi agricoli e l’antica dimora divenne prima una stalla e poi un fienile. In questa fase fu modificato anche l’accesso principale, trasferito sul lato posteriore dell’edificio per meglio rispondere alle nuove esigenze funzionali.
Soltanto nel 1868 la Casa dei Crescenzi tornò a essere considerata un bene di interesse pubblico. Il Governo Pontificio acquistò infatti l’immobile, che fu successivamente ceduto al Comune di Roma.
Il momento più delicato della sua storia arrivò però durante il grande riassetto urbanistico della capitale negli anni Trenta del Novecento. L’ampio programma di trasformazione promosso in quegli anni prevedeva la demolizione del fitto tessuto medievale che circondava il Campidoglio e il Foro Boario per realizzare nuovi edifici pubblici e grandi assi viari destinati a migliorare la circolazione cittadina. Nacquero così arterie come via del Teatro di Marcello, l’allora via del Mare – oggi via Luigi Petroselli – e furono costruiti numerosi edifici destinati agli uffici comunali.
L’intero quartiere medievale che circondava la Casa dei Crescenzi fu quasi completamente demolito. Anche la Casa dei Crescenzi rischiò concretamente di essere abbattuta.
Secondo una tradizione tramandata da diverse testimonianze, a salvarla sarebbe stato un abile stratagemma. Poiché Benito Mussolini nutriva una particolare ammirazione per Cola di Rienzo, il principe Piero Colonna avrebbe sostenuto che proprio quella fosse stata la casa del tribuno romano, inducendo così il regime a conservarla. Sebbene questo episodio appartenga più alla tradizione storiografica che a una vicenda pienamente documentata, esso continua a essere ricordato tra gli episodi più curiosi legati alla storia dell’edificio.
Il principale artefice della rinascita della Casa dei Crescenzi fu Gustavo Giovannoni, tra le figure più autorevoli dell’architettura e del restauro italiani del XX secolo. Convinto che la salvaguardia dei monumenti dovesse procedere insieme alla loro valorizzazione, Giovannoni individuò nella Casa dei Crescenzi la sede ideale per un nuovo istituto dedicato allo studio della storia dell’architettura. Per evitare l’isolamento monumentale della casa, progettò un corpo di collegamento con il nuovo Palazzo dell’Anagrafe, integrando armoniosamente il manufatto medievale nel nuovo assetto urbano.
La presenza della dimora medievale influenzò anche il linguaggio architettonico dei nuovi edifici pubblici. Il vicino Palazzo dell’Anagrafe, progettato da Cesare Valle nel 1936, riprese infatti alcune tonalità cromatiche e soluzioni compositive pensate per dialogare con la storica casa-torre, evitando un contrasto eccessivamente netto tra architettura contemporanea e monumento medievale.
Conclusi i restauri, il 25 febbraio 1939 la Casa dei Crescenzi divenne ufficialmente sede del Centro di Studi per la Storia dell’Architettura, fondato dallo stesso Giovannoni con l’obiettivo di promuovere la ricerca scientifica e contribuire alla tutela del patrimonio storico e artistico nazionale.
Nelle intenzioni del fondatore, il nuovo istituto avrebbe dovuto svolgere una funzione innovativa rispetto all’insegnamento universitario tradizionale. Il Centro nacque con la finalità di contribuire alla difesa del patrimonio artistico italiano e di creare una realtà “agile e viva”.
L’architettura della Casa dei Crescenzi: il capolavoro dell’edilizia civile medievale romana
La Casa dei Crescenzi si sviluppa su due livelli, dei quali rimangono il piano terreno e parte del piano superiore, mentre la torre originaria, che caratterizzava il complesso medievale, è andata perduta. Sul lato di via di Ponte Rotto si conserva la scenografica loggia, oggi in parte mutila, sostenuta da sette colonne addossate alternate a paraste, tutte realizzate in laterizio e impreziosite da cornici decorate con il caratteristico motivo a denti di sega, elemento ricorrente nell’architettura romanica romana.



L’accesso principale si apre invece su via Luigi Petroselli attraverso un monumentale portale sormontato da un architrave con arco ribassato. L’ingresso è incorniciato da due robuste mensole scolpite a testa di leone, delle quali una sola è giunta integra fino a noi. Accanto al portale si apre una finestra che, in origine, ospitava il busto del proprietario della dimora.
L’interno conserva ancora l’impianto medievale. Attraversato l’atrio d’ingresso, largo circa 1,55 metri e coperto da una volta a botte, si accede a un ambiente voltato a crociera, i cui archi sono sottolineati da cornici laterizie decorate a denti di sega. Lo stesso motivo ornamentale corre lungo l’intero perimetro della sala attraverso una cornice orizzontale che unifica visivamente lo spazio.
Sul lato destro dell’atrio si sviluppa una scala in muratura a pianta “L”, ricostruita durante i restauri rispettando posizione e proporzioni originarie. Essa conduce al piano superiore, oggi occupato da un’ampia sala rettangolare con pavimento ligneo, utilizzata per conferenze, incontri e attività culturali.
L’eterogeneità dell’apparato decorativo costituisce uno degli aspetti più caratteristici della Casa dei Crescenzi. Capitelli in terracotta collocati sopra semicolonne, mensole scolpite con figure di putti, beccatelli che sorreggono il cornicione e resti di strutture aggettanti documentano le numerose trasformazioni subite dall’edificio nel corso dei secoli.
La ricercatezza progettuale emerge soprattutto nella complessa articolazione delle coperture. L’edificio era infatti impostato su un sistema di doppie volte a crociera sovrapposte nei due livelli principali. Al piano inferiore la volta risulta interrotta verso l’ingresso dalla presenza del muro di facciata, mentre al piano superiore la copertura originaria era costituita da due grandi campate voltate.
Gli archi generatori delle crociere poggiavano su eleganti mensole classiche disposte in successione, a formare una sorta di peducci continui. Altre mensole di dimensioni minori seguivano invece la linea d’imposta delle volte, contribuendo ad alleggerire visivamente l’intero sistema strutturale.
Sulle pareti della facciata principale e del prospetto laterale originario si conservano inoltre due grandi absidi, ciascuna con un’apertura di circa 4,50 metri, ricavate direttamente nello spessore delle murature perimetrali. Sul muro laterale è ancora leggibile una cornice d’imposta collocata a circa tre metri dal pavimento, elemento che lascia ipotizzare l’esistenza originaria di due archi affiancati sostenuti da un peduccio centrale. Questa soluzione doveva probabilmente sorreggere un soppalco ligneo oggi scomparso.
La ricostruzione proposta dagli studiosi restituisce l’immagine di una grande sala rettangolare coperta da due volte a crociera. Nella metà occidentale era presente il soppalco in legno, mentre lungo il restante perimetro correvano ballatoi lignei posti all’altezza in cui terminavano le due absidi. Al di sopra di questo livello si sviluppavano ulteriori piani appartenenti alla torre medievale che completava il complesso.
I restauri moderni hanno consentito di ricostruire sia la scala sia il soppalco rispettandone, per quanto possibile, l’assetto originario, permettendo così di comprendere la distribuzione degli spazi e l’organizzazione della residenza medievale.
Un’importante descrizione ottocentesca consente inoltre di ricostruire l’aspetto dell’edificio prima dei restauri. L’autore ricorda come la casa sorgesse presso il Ponte Rotto, di fronte all’allora Chiesa di Santa Maria Egiziaca, poggiando sui resti di un antico edificio termale e su grandi blocchi di peperino. La facciata era scandita da semicolonne con capitelli e da pilastrini che sorreggevano mensole marmoree decorate con figure di geni e Vittorie, sopra le quali erano collocati frammenti di antichi cornicioni scolpiti con ippogrifi, cavalli, geni e altri motivi ornamentali.
Al di sopra del cornicione correva una seconda serie di mensole più aggettanti che sostenevano un fregio decorato con rosoni e un camminamento in laterizio destinato alle sentinelle, sviluppato lungo il perimetro dell’edificio. Dietro questo corridoio si innalzava la torre medievale, già allora mutila nella parte superiore e per lungo tempo adibita, insieme alla casa, a stalla e fienile prima dell’acquisizione da parte del Governo Pontificio.
Per consolidare la struttura furono realizzati due robusti pilastri agli angoli della torre, intervento che comportò la perdita di alcune semicolonne e pilastrini originari e occultò parte della grande iscrizione latina incisa sull’architrave del portale. Nello stesso periodo andò perduta anche una delle due mensole leonine che originariamente inquadravano simmetricamente l’ingresso.
La descrizione ricorda inoltre una finestra quadrata aperta nella torre, in asse con quella rivolta verso il ponte e una seconda finestra ad arco in travertino, collocata accanto al portale principale, impreziosita da due righe di iscrizione latina e da un parapetto decorato con un rosone scolpito.
Accanto alla casa si sviluppava infine un più ampio complesso edilizio della stessa epoca. Sul lato destro del vicolo sorgeva un edificio in laterizio contemporaneo alla torre, mentre sul lato opposto un’altra costruzione analoga conservava una lapide che ne attestava l’appartenenza all’eredità del marchese Crescenzi.
La Casa dei Crescenzi continua ancora oggi a distinguersi per la straordinaria complessità del suo impianto architettonico. La raffinata articolazione degli spazi, la ricchezza dell’apparato decorativo e l’uso sapiente degli spolia provenienti dagli edifici della Roma antica ne fanno uno dei più significativi esempi di architettura civile medievale conservati nella capitale, capace di raccontare, attraverso le sue murature, il dialogo ininterrotto tra il Medioevo e l’eredità monumentale dell’antica Urbe.
Attualmente l’edificio rimane generalmente chiuso al pubblico. Le visite sono possibili soltanto in occasione di aperture straordinarie, iniziative culturali o su appuntamento, circostanza che contribuisce a renderlo uno dei monumenti meno conosciuti e più affascinanti della Roma medievale.
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Informazioni utili per la visita
Indirizzo: Via Luigi Petroselli, 54, 00186 Roma (RM)
Orari: le visite guidate sono curate dagli architetti e dai volontari del progetto “Open House Roma”. Per conoscere il calendario delle prossime aperture e procedere con la prenotazione è necessario fare riferimento al sito ufficiale.
Biglietto: l’ingresso, nell’ambito di Open House Roma, è gratuito ma contingentato e disponibile solo in specifiche date e con un numero limitato di partecipanti. È possibile sostenere il progetto attraverso le diverse modalità indicate sul sito ufficiale, così da avere più possibilità di prenotare la visita.
