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La grande mostra a Palazzo Bonaparte ripercorre l’opera di Katsushika Hokusai tra Ukiyo-e, paesaggio e immaginario.

La grande retrospettiva dedicata a Katsushika Hokusai, allestita a Palazzo Bonaparte a Roma, apre al pubblico domani, 27 marzo 2026, e resterà visitabile fino al 29 giugno 2026. Si tratta della più ampia mostra mai realizzata in Italia sull’artista. 

Con oltre duecento opere, l’esposizione non si limita a restituire una sequenza di capolavori, ma propone un vero e proprio percorso attraverso l’intero arco creativo del maestro giapponese, dalle opere più tradizionali fino alle serie più innovative e sperimentali.

Katsushika Hokusai: il pittore del mondo fluttuante

Katsushika Hokusai riveste un ruolo essenziale nella costruzione di un’immagine del Giappone moderno, antecedente all’era della modernità. Nelle sue stampe la società, il paesaggio e i corpi del suo tempo vengono messi in tensione, restituiti come fenomeni visivi che appartengono a un presente mobile e per certi versi instabile. È in questo senso che l’Ukiyo-e – “immagini del mondo fluttuante” – trova in Hokusai una delle sue interpretazioni più consapevoli e sofisticate.

Il nome d’arte “Hokusai”, che significa letteralmente “studio della stella polare”, e che egli assume a trentaquattro anni, funziona come dichiarazione simbolica. La stella polare, associata alla divinità buddhista Myōken, introduce una dimensione augurale e cosmica, segnando l’inizio di una fase creativa in continua evoluzione. I numerosi pseudonimi adottati nel corso della vita testimoniano questa fluidità, senza compromettere mai l’autonomia stilistica dell’artista.

Nato nel 1760, sotto il governo dei Tokugawa, Hokusai cresce nella Edo fiorente del tardo Settecento – l’attuale Tokyo – una città vibrante e in rapido sviluppo. Teatri, botteghe, quartieri di piacere diventano un osservatorio per l’artista, che li registra con precisione quasi antropologica. All’energia urbana si affianca un’attenzione costante per il paesaggio naturale e il lavoro quotidiano: contadini, pescatori, animali e fiori diventano soggetti di osservazione e strumenti di costruzione formale.

I suoi viaggi consolidano questa visione. Intorno al 1830 realizza La grande onda di Kanagawa, parte della serie Trentasei vedute del Monte Fuji. L’onda, imponente e minacciosa, sovrasta fragili imbarcazioni, mentre il Fuji si staglia come presenza distante e immobile. La tensione tra violenza e distanza produce un’immagine in cui la misura dell’uomo appare precaria e instabile. 

Il colore diventa per Hokusai uno strumento operativo, che consente di attraversare temi eterogenei – paesaggi, figure celebri, cortigiane, visioni grottesche e soprannaturali – mantenendo una coerenza interna. Accanto alla grazia delle geishe o alla raffinatezza letteraria di figure come Li Bai, emergono corpi deformati, ibridazioni insolite e scene ambigue, rivelando un approccio al contempo elegante e sperimentale.

Parallelamente, Hokusai elabora un corpus di disegni che influenzerà profondamente la pratica artistica: gli Hokusai Manga (1814-1849). Questi “schizzi sparsi” vanno oltre l’esercizio stilistico, divenendo strumenti analitici per studiare movimento, postura e anatomia. Scene quotidiane e pose eccentriche convivono con un rigore quasi scientifica nell’osservazione del corpo, come nelle serie dedicate al sumo, dove la forza e la solennità emergono attraverso la struttura stessa del gesto.

Katsushika Hokusai, Ceno Vedute del Monte Fuji – Vol.1
Hokusai. Il grande maestro dell’arte giapponese a Palazzo Bonaparte a Roma
Hokusai. Il grande maestro dell’arte giapponese a Palazzo Bonaparte a Roma

A partire dalla metà dell’Ottocento, la ricezione europea trasforma Hokusai in un punto di riferimento fondamentale: artisti come Claude Monet, Vincent van Gogh e Paul Gauguin riconoscono nelle sue stampe la possibilità di rinnovare la visione artistica. Perfino la musica dialoga con le sue immagini: La mer di Claude Debussy, sembra rispondere indirettamente alla forza visiva della Grande onda.

L’Ukiyo-e, sviluppatosi tra XVII e XIX secolo, trova in Hokusai – insieme a Kitagawa Utamar o e Utagawa Hiroshige – una delle espressioni più complesse e articolate. Le stampe, prodotte in larga scala, non solo riflettono ma modellano gusti e comportamenti, alimentando una cultura della transitorietà e del piacere.

La vita dell’artista è segnata da instabilità e disciplina: cambi frequenti di residenza, difficoltà economiche e un’attività incessante, che non ne frenano la produzione. La sua opera spazia dalle xilografie teatrali ai surimono, dai manuali ai libri illustrati, sempre attraversata da una tensione sperimentale.

Nel suo “testamento spirituale”, Hokusai immagina un progresso continuo della propria linea, destinata a vivere in maniera autonoma. Morirà a 89 anni senza raggiungere quell’ideale, ma lasciando un corpus in cui la ricerca non si esaurisce mai.

La mostra dedicata al maestro giapponese a Palazzo Bonaparte a Roma

La grande mostra dedicata a Katsushika Hokusai a Palazzo Bonaparte espone oltre 200 opere, ricostruendo il percorso dell’artista e mettendo in luce tanto la continuità quanto le discontinuità della sua ricerca, tra disciplina e invenzione. Curata da Beata Romanowicz e realizzata in collaborazione con il Museo Nazionale di Cracovia, l’esposizione non si limita a presentare singoli capolavori dell’artista giapponese: propone un sistema di visione che interroga la modernità stessa dell’immagine.

Gran parte delle opere proviene dalla collezione di Feliks Jasieński, il cui nucleo consente di leggere Hokusai come un processo artistico in continua evoluzione. Il percorso dell’artista appare coerente ma flessibile.

Il segno di Hokusai si configura come punto di equilibrio tra disciplina e invenzione. Natura, paesaggio e figure umane non sono semplicemente rappresentati, ma organizzati secondo una logica visiva immediata e necessaria, sostenuta da una lucidità compositiva che evita ogni compiacimento. La tecnica, nelle modulazioni tonali e nelle variazioni seriali, non è mai fine a sé stessa: il disegno diventa metodo e pratica dell’immaginazione.

In questo contesto nascono gli Hokusai Manga, in cui l’attenzione si sposta dall’imitazione del reale alla sua essenza. La capacità di costruire lo spazio con pochi tratti e di definire la forma attraverso il colore ha reso Hokusai determinante per la nascita del Giapponismo in Europa, dando inizio ad uno scambio tra Oriente e Occidente destinato a incidere profondamente sulla modernità.

Prima sezione – Ukiyo: il Mondo Fluttuante

Durante il periodo Edo (1603-1868), il Giappone attraversò una fase di stabilità che trasformò gradualmente la struttura sociale. Pur mantenendo una gerarchia formale – aristocrazia e guerrieri al vertice, seguiti da agricoltori e artigiani, con i mercanti al gradino più basso – la crescita urbana modificò i rapporti di forza reali.

La classe mercantile, inizialmente marginale, divenne protagonista nella definizione dei gusti e dei comportamenti, contribuendo a plasmare l’immaginario collettivo. A Edo, l’attuale Tokyo, questo processo fu particolarmente evidente: la città passò in poco più di un secolo da villaggio di pescatori a metropoli di oltre un milione di abitanti.

In questo contesto emerse il concetto di ukiyo, il “mondo fluttuante”: non un semplice tema iconografico, ma uno stile di vita centrato sull’esperienza dell’attimo. Intrattenimenti, mode, stagioni e incontri divennero il terreno di una sensibilità nuova, tradotta in immagini dalle arti visive e dalla letteratura. Con il suffisso -e ‘immagine’ – nacque l’ukiyo-e, ossia la rappresentazione del mondo fluttuante. La xilografia, riproducibile e accessibile, divenne il mezzo privilegiato per diffondere questo linguaggio, affermandosi come uno dei principali sistemi visivi dell’età moderna.

Seconda sezione – I Nomi di Hokusai

La molteplicità dei nomi assunti da Hokusai nel corso della vita non è un dettaglio anagrafico, ma una chiave interpretativa della sua poetica. Ogni nuovo pseudonimo segna una fase precisa della sua ricerca, riflettendo un’idea dell’arte come trasformazione incessante.

Nel 1778, entrando nella scuola di Katsukawa Shunshō, assume il nome Shunrō, derivato da quello del maestro. In questo periodo, che va dal 1779 al 1794, la sua produzione si concentra su ritratti di attori (yakusha-e), lottatori di sumo e illustrazioni librarie. Tra il 1795 e il 1803, sotto i nomi di Sōri e Hokusai, si osserva una maturazione stilistica con lo sviluppo di stampe raffinate (surimono) e una progressiva apertura alle influenze europee. 

Dal 1804 al 1813, con il nome Hokusai, si dedica intensamente all’illustrazione di romanzi popolari (yomihon). Negli anni 1814-1829, adottando i nomi Taitō e Iitsu, la sua attività è segnata dalla realizzazione di album di disegni e dall’avvio degli Hokusai Manga, mentre tra il 1830 e il 1839, come Iitsu o Manji, ritorna ai temi naturali (kachō-ga) e realizza le celebri Trentasei vedute del Monte Fuji

Gli ultimi anni, dal 1840 al 1849, sotto il nome Manji, sono dominati dalla pittura, con una creatività ancora pienamente attiva. Questa articolazione nominale permette di seguire con precisione l’evoluzione di Hokusai, mostrando come ogni fase rappresenti una riformulazione del problema visivo.

Terza sezione – Le stazioni della via del Tōkaidō

Con il trasferimento della capitale a Edo, la via del Tōkaidō si afferma come principale arteria di collegamento tra Edo a Kyoto, attraversando il Giappone lungo cinquantatré stazioni che fungono da punti di sosta, scambio e interconnessione tra territori e persone. Il ponte Nihonbashi segna simbolicamente l’inizio di questo itinerario, lungo cui si incontrano mercanti, funzionari, pellegrini e viandanti.

Per Hokusai, il Tōkaidō diventa una sorta di spina dorsale narrativa: le sue stampe non si limitano a descrivere un tragitto, ma costruiscono dispositivi visivi complessi, guide e al contempo immagini di un mondo in movimento. Natura, paesaggio e attività umane – gesti di lavoro, scambi, soste e ripartenze – sono orchestrati con attenzione minuziosa. 

Anche il soprannaturale si integra senza fratture: divinità e presenze mistiche convivono con la quotidianità, mentre il movimento attraversa ogni elemento compositivo. I dettagli, mai decorativi, diventavo strumenti per definire ritmo e verità visiva.

Il successo e la diffusione di queste serie – replicate in più tirature e varianti – testimoniano la modernità intrinseca del linguaggio di Hokusai, pensato per circolare ed essere osservato.

Quarta sezione – L’estetica dell’Edo urbano

Nella Edo in espansione, la crescita della città ridefinì desideri e ambizioni. In una società rigidamente gerarchica, l’abbigliamento non rappresentava solo un gusto o una moda personale: materiali, cromie, accessori e fogge regolavano il rango, marcavano le appartenenze e disciplinavano il corpo. L’apparenza divenne così un dispositivo sociale.

All’interno di queste norme, tuttavia, si sviluppa un nuovo senso di eleganza. L’affermazione dei ceti urbani, il ruolo crescente della classe mercantile, la diffusione dei libri di modelli e botteghe specializzate trasformano kimono e obi in strumenti di ricerca formale. Non prevale l’ostentazione, a dominare è una sensibilità più sottile: cura dei dettagli, armonia cromatica, ritmo dei motivi e attenzione alla postura determinata dal tessuto.

Hokusai. Il grande maestro dell’arte giapponese a Palazzo Bonaparte a Roma
Hokusai. Il grande maestro dell’arte giapponese a Palazzo Bonaparte a Roma
Katsushika Hokusai, Cascata di Rōben a Ōyama nella provincia di Sagami [Sōshū Ōyama Rōben no taki]. Dalla serie: Un viaggio tra le cascate di varie province,
1833; 37,2 × 25,7 cm, stampa su xilografia a colori su carta, Museo Nazionale di Cracovia

Katsushika Hokusai osserva questo mondo con precisione analitica. Nei suoi fogli, un nodo di obi o il decoro di un tessuto suggeriscono una condizione sociale o psicologica e trasformano la materialità del tessuto in ritmo visivo. 

Quinta sezione – Cascate

L’acqua, elemento primario nella geografia e nella cultura giapponese, diventa in Hokusai principio generativo. Nella serie Un viaggio tra le cascate di varie province, composta da otto stampe, l’artista traduce il comportamento dei corsi d’acqua in immagini: getti che si dissolvono in pulviscolo, flussi compatti come lame, spruzzi che si frangono su mulini, aperture a ventaglio che ampliano lo spazio.

Qui la natura non funge da sfondo, ma agisce come protagonista indiscussa. Il segno rigoroso rende leggibile il movimento, quasi percepibile fisicamente.

La disposizione delle immagini guida lo sguardo: alcune pongono al centro il viaggio e l’esperienza dei pellegrini, altre restituiscono la cascata come luogo rituale di purificazione, mentre altre ancora la integrano nella vita quotidiana. Anche una cascata urbana ricorda che Edo può essere letta attraverso categorie paesaggistiche.

Le figure umane, spesso ridotte, introducono punti di vista e coinvolgono lo spettatore, chiamandolo a misurare la forza della natura e l’abilità dell’artista nel tradurla in immagine.

Sesta sezione – Le Trentasei vedute del monte Fuji

Per la cultura giapponese, il Monte Fuji non è semplicemente una montagna, ma assume il ruolo di punto di riferimento fondativo: orienta lo sguardo, stabilisce proporzioni e assume un valore simbolico e sacro. Hokusai vi si accosta con devozione con un progetto meditato a lungo: nella realizzazione della serie delle Trentasei vedute del Monte Fuji, in cui crea un sistema articolato di prospettive – trentasei secondo la concezione originale, poi ampliate a quarantasei.

Il riferimento numerico rimanda ai sanjūrokkasen, i trentasei poeti immortali della tradizione classica, conferendo alla serie una risonanza poetica e culturale precisa. Nella sensibilità di Hokusai, parola e immagine appartengono a un medesimo orizzonte.

Nelle stampe, il Fuji appare in condizioni sempre diverse: varia con le ore, le stagioni e le condizioni atmosferiche. Lo si osserva tra mari agitati o placidi, cieli limpidi o tempestosi, neve compatta; la montagna è incorniciata da ponti, porte, alberi oppure appare oltre tetti, argini, risaie e canali. In primo piano, la vita quotidiana di Edo – lavoro, traffici, gesti, attese – convive con il paesaggio senza gerarchie.

Dal punto di vista tecnico, le differenze tra le tirature rivelano la natura non univoca della xilografia. Nella serie iniziale, i contorni sono spesso tracciati in blu, grazie all’uso del blu di Prussia, talvolta combinato con l’indaco. Nelle dieci stampe successive, il contorno ritorna al nero tradizionale. Ogni esemplare, con variazioni di toni e intensità, costituisce una configurazione unica: il Fuji rimane riconoscibile, ma la sua immagine muta, oscillando tra stabilità e differenza, rivelando uno dei nuclei più alti della ricerca di Hokusai.

Settima sezione – La Grande Onda di Kanagawa

La Grande Onda presso Kanagawa, realizzata nella piena maturità dell’artista, si impone come emblema universale dell’ukiyo-e. L’opera combina l’impatto immediato e rigore formale: il movimento è una costruzione accurata. 

La scena si articola in progressioni ondulatorie successive: una prima increspatura introduce il moto, seguita dalla massa principale che si curva minacciosa sulle barche, mentre onde minori prolungano l’instabilità del campo visivo. Sullo sfondo, il Monte Fuji permane immobile, presenza discreta ma essenziale.

Un legame più sottile connette acqua e montagna: il profilo del Fuji si riflette nelle onde minori e la gamma cromatica – blu e bianco – stabilisce una continuità tra schiuma e neve. Le figure umane sono inserite nella necessità del gesto.

La schiuma stessa contribuisce alla costruzione dell’immagine: frammentata in segni acuti e irregolari, genera un tessuto ornamentale carico di energia. Il punto di vista ravvicinato annulla ogni distanza contemplativa: lo spettatore è implicato e quasi travolto. La tecnica della xilografia, con contorni blu e variazioni tra le tirature, accentua la profondità atmosferica e la qualità percettiva dell’immagine.

Ottava sezione – Ispirazioni letterarie

L’immaginario di Hokusai si radica profondamente nella tradizione letteraria giapponese, tra cui l’Ogura hyakunin isshu, antologia di cento poesie compilata nel XIII secolo da Fujiwara no Teika. Questa raccolta, esercizio mnemonico e modello calligrafico, diventa per Hokusai materia visiva, reinterpretata attraverso la xilografia. 

Il passaggio dalla parola all’immagine non è illustrativo, ma interpretativo: i versi poetici fungono da matrice narrativa e accanto ad essi trovano posto episodi storici, leggende e scene di grande intensità. Così il foglio si trasforma in uno spazio dinamico di dialogo tra parola e immagine. La nostalgia di Abe no Nakamaro davanti alla luna lontana, il ponte di gazze evocato da Ōtomo no Yakamochi e le vicende dei quarantasette rōnin mostrano come poesia, storia e teatro si intreccino nell’immagine, espandendo il senso del testo.

Nei ritratti dei poeti immortali – Ariwara no Narihira, Ono no Komachi, Henjō – la figura sembra emergere direttamente dalla calligrafia: il segno scritto non accompagna la forma, ma la genera. In questo modo, la tradizione letteraria abbandona la pagina per incarnarsi nell’immagine.

Nona sezione – Surimono. Un messaggio raffinato

Il surimono rappresenta una delle massime espressioni della xilografia policroma: tirature limitate, destinazione privata e fruizione ravvicinata. Carta pregiata, rilievi a secco, passaggi senza inchiostro e inserti metallici trasformano la superficie in un’esperienza visiva e tattile.

In questi fogli la raffinatezza tecnica coincide con una densità simbolica notevole. Strumenti musicali come il biwa, emblemi araldici, figure eroiche come il monaco guerriero Benkei o riferimenti epici come la spada Kogarasumaru, creano uno spazio allusivo complesso, dove il rapporto tra testo e immagine raggiunge una sintesi pienamente compiuta. Le iscrizioni poetiche sono elementi strutturali e il processo di stampa, che richiede spesso numerose matrici xilografiche, traduce questa complessità in precisione e controllo.

Parallelamente alla produzione destinata al mercato, il surimono si configura come oggetto esclusivo, pensato per circolazioni ristrette – circoli poetici, ambienti colti e committenze private – capace di superare l’effimero grazie a tecnica e composizione.

Katsushika Hokusai, Veduta del Monte Fuji da Shichirigahama, dalla serie: Trentasei vedute del monte Fuji, 1831, Stampa su xilografia a colori su carta, Museo Nazionale di Cracovia
Hokusai. Il grande maestro dell’arte giapponese a Palazzo Bonaparte a Roma
Katsushika Hokusai, La Grande Onda di Kanagawa, fine 1831, dalla serie: Trentasei vedute del monte Fuji, Stampa su xilografia a colori su carta, Museo Nazionale di Cracovia

La varietà dei soggetti dimostra la libertà inventiva dell’artista: figure mitologiche come Shennong o Daikoku convivono con scene della vita urbana e colta, mentre l’autoritratto di Hokusai come pescatore si inserisce in questo spazio sperimentale, in cui ironia, memoria e osservazione quotidiana si intrecciano.

Decima sezione – Hokusai Manga

Con Manga, Hokusai indica “disegni che scorrono liberamente”: non narrazione sequenziale, ma repertorio vastissimo di studi e invenzioni. Il primo volume appare nel 1814, seguito da raccolte che superano i quattromila disegni.

Questi fogli non propongono modelli rigidi, ma attivano uno sguardo: insegnano a osservare, cogliere l’essenziale e tradurlo in forma. La loro diffusione, in Giappone e oltre, deriva da questa apertura metodologica, la cui vitalità perdura fino alle pratiche contemporanee, come nel lavoro di Yuki Ideguchi.

Undicesima sezione – Fantasmi e apparizioni

Il kaidan, racconto di apparizioni, costituisce un nucleo fondamentale della cultura giapponese, luogo in cui si intrecciano paure, colpe e ritorni. Distinguere tra yūrei (spiriti dei morti) e obake (entità mutanti) significa accedere ad un’antologia del perturbante.

Nella serie Hyaku monogatari, Hokusai affronta questo immaginario con libertà inventiva. Le poche stampe note delineano un approccio in cui il fantastico è una tensione sottile tra precisione del segno e instabilità dell’apparire. 

Dodicesima sezione – Ceramiche e bronzi nella cultura figurativa giapponese

Accanto alla grafica, ceramiche e bronzi introducono una dimensione complementare: l’oggetto, dove funzione e forma coincidono in equilibrio. Nel XIX secolo, questi manufatti catturano l’attenzione europea per la loro capacità di concentrare raffinatezza in forme essenziali: la decorazione accompagna senza invadere e la patina dei bronzi diventa parte integrante della forma.

Questa concezione dell’arte – dove tecnica e vita materiale non sono separate – riflette lo stesso sguardo di Hokusai: attenzione al dettaglio, al contorno, alla precisione, trasformando la materia in stile.

La grande mostra dedicata a Katsushika Hokusai presso Palazzo Bonaparte si inserisce nelle celebrazioni per i 160 anni di relazioni tra Italia e Giappone. L’esposizione offre un percorso che evidenzia come la cultura visiva dell’Edo continui a influenzare il presente, costruendo uno spazio critico in cui l’immagine viene esaminata nella sua funzione e nella capacità di attraversare contesti diversi. 

È qui che emerge la modernità di Hokusai: nella qualità operativa del suo sguardo, capace di ridurre il visibile a struttura senza ridurne la complessità, di creare ordine senza annullare l’instabilità. La mostra diventa così una verifica molto attuale: misura quanto di quella tensione – tra disciplina e invenzione, necessità e libertà – resti viva oggi e continui a interrogare il nostro modo di leggere e produrre immagini.

La rassegna restituisce Hokusai come un percorso interminabile di osservazione, invenzione e trasformazione. Non sorprende quindi che Hokusai sia scelto come figura simbolica del dialogo tra Italia e Giappone: un artista capace di attraversare culture e tempi, rendendo visibile la possibilità di una modernità condivisa.

Promossa dal Presidente della Commissione Cultura della Camera dei deputati e sostenuta dal Ministero della Cultura, dall’Ambasciata della Repubblica di Polonia in Roma, dall’Ambasciata del Giappone in Italia e dall’Istituto Giapponese di Cultura, oltre che dalla Regione Lazio e dal Comune di Roma – Assessorato alla Cultura, la mostra nasce dalla collaborazione con il Museo Nazionale di Cracovia. Prodotta e organizzata da Arthemisia, è curata da Beata Romanowicz, con la consulenza scientifica ed editoriale di Francesca Villanti per i contenuti testuali, audiovisivi e divulgativi.

Main partner dell’esposizione è la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, insieme a Fondazione Cultura e Arte e Poema. Il catalogo della mostra è edito da Moebius.

Andrete a vedere la mostra Hokusai. Il grande maestro dell’arte giapponese a Palazzo Bonaparte di Roma? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

Informazioni utili sulla mostra

Hokusai. Il grande maestro dell’arte giapponese
A cura di Beata Romanowicz
Dal 27 marzo al 29 giugno 2026
Palazzo Bonaparte
Piazza Venezia 5, 00186 Roma (RM)
Orari:da lunedì a giovedì dalle 9:00 alle 19:30, venerdì, sabato e domenica dalle 9:00 alle 21:00. La biglietteria e l'ingresso chiudono un'ora prima.
Biglietto: intero 18,50€ / ridotti da 8,50€ a 17,50€. Per verificare le altre condizioni di riduzione o gratuità, consultare il sito ufficiale.
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