
Il Centro della Fotografia di Roma: nascita di un’istituzione e nuove geografie dell’immagine
Irving Penn, Silvia Camporesi e “Corpi reali, corpi immaginati” inaugurano il nuovo Centro della Fotografia di Roma e la Città delle Arti al Mattatoio di Testaccio.
Con l’apertura del Centro della Fotografia di Roma – Città delle Arti, la capitale compie un passaggio decisivo nella ridefinizione del proprio rapporto con l’immagine contemporanea. Per la prima volta Roma si dota di un Centro pubblico interamente dedicato alla fotografia, concepito come dispositivo culturale complesso, luogo di ricerca, produzione, archiviazione e confronto internazionale. L’inaugurazione, avvenuta in occasione del 70° anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi sancisce l’avvio di una nuova stagione istituzionale per il linguaggio fotografico in Italia.
Indice
Il Centro della Fotografia, la Città delle Arti e la rigenerazione del Mattatoio
Il Centro della Fotografia trova sede nel Padiglione 9D dell’ex Mattatoio di Testaccio, nella futura Città delle Arti, ambizioso progetto di rigenerazione urbana che coinvolge uno dei complessi industriali più iconici di Roma. L’intervento si inserisce all’interno di una trasformazione più ampia che interessa oltre 105.000 mq (distribuiti su due livelli), destinati a diventare uno dei maggiori poli culturali europei.
La struttura è progettata per ospitare più attività in contemporanea. Il piano terra, con oltre 1.000 mq, accoglie spazi espositivi modulabili, uffici, biglietteria e una biblioteca specializzata con oltre 3.000 volumi dedicati alla fotografia. Il primo piano, di circa 450 mq, ospita una sala polivalente e un ballatoio espositivo, concepito come percorso visivo sospeso.
Particolare attenzione è stata riservata alla valorizzazione dell’architettura industriale di fine Ottocento: strutture in ghisa, capriate e guidovie storiche vengono messe in dialogo con soluzioni strutturali più contemporanee. Anche il logo sintetizza visivamente l’unione tra cornice e contenuto, richiamando i concetti di inquadratura, prospettiva, dualità e modularità.
Sono già attivi numerosi spazi universitari ed espositivi, mentre nuovi cantieri stanno ridisegnando padiglioni, facciate e aree pubbliche: una biblioteca centrale di Architettura, una biblioteca multimediale con centro studi, una caffetteria, un grande padiglione per eventi (pronto a giugno 2026) e una pista ciclabile di 550 metri che collegherà il Mattatoio alla ciclovia del Tevere.



Le mostre inaugurali: una triplice dichiarazione d’intenti
A segnare l’apertura del nuovo Centro sono tre mostre, che definiscono immediatamente il campo d’azione dell’istituzione: la grande retrospettiva dedicata a una figura cardine della fotografia del Novecento Irving Penn, il progetto di Silvia Camporesi che attraversa quindici anni di ricerca e l’esposizione “Corpi reali, corpi immaginati” nello spazio Campo Visivo, dedicato alla sperimentazione contemporanea.
Irving Penn. Photographs 1939–2007
Ad inaugurare il programma espositivo è la mostra Irving Penn. Photographs 1939–2007. Capolavori dalla collezione della Maison Européenne de la Photographie di Parigi, curata da Pascal Hoël, Frédérique Dolivet e Alessandra Mauro.
In esposizione sono presentate 109 stampe realizzate tra il 1939 e il 2007, provenienti dalla prestigiosa collezione della Maison Européenne de la Photographie, frutto di un lungo rapporto di collaborazione con l’artista e, successivamente, con la Irving Penn Foundation.
Figura centrale della fotografia del Novecento, Irving Penn (1917–2009) ha profondamente rinnovato i generi della moda, del ritratto e della natura morta attraverso uno stile fondato su rigore formale, essenzialità e un’attenzione ossessiva al dettaglio. Storica firma di Vogue, Penn ha saputo attribuire la stessa intensità visiva ai volti celebri e agli oggetti più umili, trasformando mozziconi di sigarette, gomme da masticare e scarti quotidiani in immagini di straordinaria potenza simbolica.
La mostra è articolata in sei sezioni che ripercorrono l’intera parabola dell’artista: dai primi lavori realizzati tra New York, il Sud degli Stati Uniti e il Messico, ai viaggi per Vogue in Perù, Nepal, Camerun e Nuova Guinea; dai celebri ritratti in studio, spesso realizzati con fondali neutri o con due pareti disposte ad angolo acuto, fino ai nudi femminili, ai lavori di moda e bellezza e agli iconici still life.
Particolare rilievo è dato alla maestria di Penn come stampatore, alla sua sperimentazione con tecniche come la stampa al platino-palladio e al controllo totale del processo fotografico. Come affermava lo stesso artista: «Una buona fotografia è quella che comunica un fatto. Tocca il cuore e cambia una persona dopo averla vista».
Tra il 1948 e il 1971 Irving Penn viaggia a lungo per Vogue. Nel 1948 si recò in Perù, a Cusco, dove fotografò soprattutto la popolazione locale; tra il 1964 e il 1971 visita Creta, la Spagna, il Dahomey, il Nepal, il Camerun, la Nuova Guinea e il Marocco. La rivista gli offrì la libertà di concentrarsi su ciò che più lo interessava: realizzare ritratti delle persone del posto immerse nella luce naturale, dopo averle isolate dal loro ambiente in uno spazio neutro.
Questo procedimento gli consentì di instaurare relazioni intense e rispettose con i soggetti. Nei primi viaggi adattò gli spazi esistenti alle proprie esigenze; successivamente si fece costruire uno studio mobile all’interno di una tenda.
Nel 1947 Alexander Liberman, art director di Vogue, chiese a Penn di realizzare una serie di ritratti di celebrità, tra cui numerosi artisti europei presenti a New York nel dopoguerra. Nel suo studio, dotato di un’illuminazione che imitava la luce naturale, Penn creò set essenziali: due pareti che formavano un angolo e un vecchio tappeto logoro. Ne nacque un ambiente che lascia il soggetto libero di occupare lo spazio.



Penn chiedeva ai modelli di posare in una situazione apparentemente scomoda, capace però di far emergere la parte più intima del loro essere. I ritratti di artisti, scrittori e personalità di spicco realizzati per Vogue nel corso di sessant’anni costituiscono una vera e propria enciclopedia della storia culturale del Novecento, caratterizzata da uno stile pulito e da una profonda intensità psicologica.
Nel 1949 Penn avviò una serie personale di nudi femminili, scegliendo modelle che posavano per pittori e scultori. Le inquadrature, strette sui corpi e prive di volto, celebrano una bellezza scultorea. Le stampe furono sottoposte a sperimentazioni radicali: sbiancamenti, rielaborazioni e variazioni tonali sempre diverse. Un lavoro che contrastava apertamente con i canoni dell’epoca e che rimase a lungo inedito.
Parallelamente, la moda rappresentava una componente essenziale della sua carriera. Dagli anni Quaranta Penn utilizzava fondi bianchi per mettere in risalto il taglio degli abiti, in netto contrasto con gli sfondi decorativi allora dominanti. Dal 1950 al 2007 lavorò tra New York e Parigi, fotografando le collezioni di haute couture e collaborando con modelle iconiche come Lisa Fonssagrives. Negli still life, infine, Penn esplorava la materialità e il simbolismo degli oggetti, includendo riferimenti alla vanitas e al memento mori e spingendosi verso soggetti apparentemente insignificanti o ripugnanti, immortalati in stampe al platino-palladio.
Silvia Camporesi. C’è un tempo e un luogo
Accanto alla mostra dedicata a Irving Penn, il Centro della Fotografia di Roma presenta il progetto di Silvia Camporesi, curato da Federica Muzzarelli. La mostra C’è un tempo e un luogo indaga il rapporto tra tempo, memoria e paesaggio, muovendo da una riflessione ispirata al film Picnic at Hanging Rock del 1975 di Peter Weir, opera in cui il luogo diventa protagonista di una narrazione sospesa e irrisolta.
Il percorso espositivo riunisce cinque serie fondamentali realizzate nell’arco di quindici anni: La terza Venezia, Journey to Armenia, Atlas Italiæ, Almanacco sentimentale e Mirabilia, includendo anche Omaggio al Mattatoio, opera destinata a entrare nel nuovo Archivio del Centro.
Nelle fotografie della Camporesi i luoghi – veri, ricostruiti, alterati o immaginati – emergono come esiti visibili di un’esperienza di attraversamento fisico e mentale. La fotografia diventa così spazio di frattura: tra reale e artificiale, passato e presente, documento e finzione. Ne deriva un atlante poetico in cui l’immagine è al tempo stesso uno strumento di conoscenza e un dispositivo di smarrimento.
In Journey to Armenia, il viaggio diventa un’esperienza stratificata. Letture, materiali d’archivio, relazioni umane e dialoghi si intrecciano a una fotografia che progressivamente esclude la presenza umana per lasciare parlare i luoghi. Le case, i monasteri, le ferite del Nagorno-Karabakh e l’immagine onnipresente dell’Ararat emergono sono le tracce di una umanità che resiste.



Con Almanacco sentimentale – dal 2017 a oggi – la Camporesi si confronta con misteri irrisolti, imprese visionarie e teorie al limite della follia, ricostruite attraverso modellini e scenografie artigianali. La fotografia, strumento nato per certificare il reale, diventa qui veicolo di immaginazione e mistificazione.
In Mirabilia, il lavoro di Camporesi indaga le anomalie italiane: architetture visionarie, luoghi eccentrici e apparizioni naturali e artificiali. Dal Monte Busca al Pan di Zucchero di Masua, l’immagine viene isolata dal contesto per lasciar emergere l’anomalia nella sua dimensione inquietante e malinconica, come frattura in cui «c’è un tempo e un luogo giusto perché qualsiasi cosa abbia principio e fine».
Campo Visivo. Corpi reali, corpi immaginati
La terza mostra è affidata a Campo Visivo, spazio dedicato ai linguaggi contemporanei, alla ricerca e alla sperimentazione. Qui la fotografia si confronta con pratiche ibride, materiali instabili e forme di installazione che ne ridefiniscono continuamente i confini. La mostra Corpi reali, corpi immaginati, curata da Daria Scolamacchia, mette in dialogo le opere di Forough Alaei, Kensuke Koike e Alix Marie.
Qui si parte dall’idea che il corpo non sia una semplice presenza fisica, ma un linguaggio stratificato e continuamente riscritto. Il percorso si apre con il lavoro di Kensuke Koike e con la serie Today’s Curiosity, un archivio in continua evoluzione di immagini d’epoca, cartoline e fotografie, su cui l’artista interviene seguendo una regola ferrea: nothing added, nothing removed. Tagliando, piegando, ruotando e ricomponendo una singola immagine senza aggiungere né sottrarre materiale, Koike destabilizza l’identità visiva del soggetto e la nostra percezione. Il corpo appare e scompare, si frammenta, si moltiplica, perde riconoscibilità per diventare esperienza percettiva.
Nei video che documentano il processo, ciò che conta non è il risultato finale, ma il gesto e il breve scarto che trasforma l’ordinario in qualcosa di inatteso. Today’s Curiosity cattura i micro-movimenti della percezione, offrendo un’alternativa lenta e tattile alla velocità del digitale e invitando a considerare il corpo come uno strumento continuamente riscrivibile.
La sezione centrale della mostra è dedicata a Forough Alaei e al progetto Daughters of the Sea, in cui il corpo si riappropria di uno spazio reale e politico. Sull’isola iraniana di Hengam, all’estremità meridionale del Golfo Persico, la pesca è praticata soprattutto dalle donne, conosciute come “le figlie del mare”. Indossano veli e mascherine che le proteggono dal sole e da sguardi indesiderati, tracce di una memoria storica segnata da antiche occupazioni straniere.
Pescano rispettando l’ecosistema, con esche fatte a mano, evitando reti e pesca a strascico. Il loro lavoro sostiene le famiglie e sfida leggi e convenzioni che per decenni hanno limitato l’accesso femminile ai lavori più duri e rischiosi. Tra il 2019 e il 2024 Alaei le ritrae in mare, nei preparativi e durante la pesca, trasformando gesti quotidiani spesso invisibili in immagini monumentali, cariche di coraggio e tradizione. Qui il corpo femminile è lavoro, resistenza e identità.
Il percorso si conclude con le installazioni tessili di Alix Marie, in cui il corpo torna a essere intimo, ambiguo e profondamente materico. In Maman cinque immagini del busto della madre dell’artista, stampate su un tessuto di seta, sono disposte lungo una struttura circolare in metallo di due metri di diametro. L’installazione invita il visitatore a entrare fisicamente nell’opera, vivendo un’esperienza sospesa tra spazio pubblico e dimensione privata. Dall’interno le immagini sono pienamente visibili, dall’esterno solo parzialmente. L’opera riflette sulle due dimensioni della maternità: rifugio e conforto da un lato, possibile confinamento dall’altro.



In STRETCH le fotografie dell’amica, performer e danzatrice Nina Boukhrief sono stampate su lycra e fissate allo spazio fino ai limiti del materiale. La collaborazione continuativa tra modella e fotografa esplora le dinamiche di autonomia, potere e amicizia femminile, spesso condizionate dagli stereotipi di genere nella storia dell’arte e della fotografia. Le pose yoga diventano qui un osservatorio critico sulla frenesia contemporanea del fitness e del benessere, legata alle attuali politiche del corpo. La distorsione del tessuto richiama tanto l’alterazione digitale quanto lo sforzo fisico reale, il gesto e la sensazione stessa dello stiramento muscolare.
L’accostamento di queste tre esperienze – dall’immagine manipolata di Koike, all’immagine vissuta e politicamente incarnata di Alaei, fino alla dimensione affettiva e sensoriale di Alix Marie – costruisce un movimento interno alla mostra che restituisce al corpo la sua complessità: un linguaggio da decifrare.
Con il Centro della Fotografia di Roma, la città inaugura un’infrastruttura critica dell’immagine, capace di intrecciare storia, contemporaneità e futuro. Tra memoria industriale e sperimentazione visiva, il Centro si propone come luogo di pensiero, in cui la fotografia è prima di tutto uno strumento di conoscenza e di trasformazione del reale.
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Informazioni utili per la visita
Mostre di Irving Penn, Silvia Camporesi e le proposte di Campo Visivo
Le mostre sono accessibili al pubblico dal 30 gennaio al 29 giugno 2026
Centro della Fotografia di Roma Capitale.
Piazza Orazio Giustiniani 4, Roma
Orari: da mercoledì a lunedì dalle 12:00 alle 20:00. Chiuso il martedì.
Biglietto: intero 10€ / ridotto 8€.
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