
Francesco Cito racconta l’Irpinia: al Museo Irpino di Avellino la mostra fotografica “Terra dell’Osso”
Dal 21 maggio al 20 giugno 2026 il Museo Irpino di Avellino ospita “Terra dell’Osso. Indagine sull’Irpinia”, la nuova mostra fotografica di Francesco Cito dedicata al paesaggio, alla memoria e alle trasformazioni dell’Alta Irpinia.
Dal 21 maggio al 20 giugno 2026 il Museo Irpino, negli spazi del Complesso Monumentale del Carcere Borbonico di Avellino, ospita Terra dell’Osso. Indagine sull’Irpinia, la nuova mostra fotografica del maestro Francesco Cito, tra le figure più autorevoli della fotografia italiana contemporanea.
Curata dal professor Giovanni Menna, l’esposizione propone un articolato percorso di lettura del territorio irpino attraverso lo sguardo rigoroso e profondamente umano di un autore che, nel corso della sua lunga carriera, ha saputo trasformare la fotografia in strumento di indagine, testimonianza e racconto della realtà.
Indice
Francesco Cito: una vita dietro l’obiettivo, dai fronti di guerra alle trasformazioni della società contemporanea
Nato a Napoli il 5 maggio 1949, Francesco Cito interrompe gli studi e nel 1972 si trasferisce a Londra per dedicarsi alla fotografia. Il suo ingresso professionale nel settore avviene nel 1975, quando viene assunto dal settimanale musicale Radio Guide Magazine. In quegli anni percorre l’Inghilterra documentando concerti e protagonisti della scena pop e rock britannica.
Successivamente intraprende la carriera di fotografo freelance e avvia una collaborazione con il The Sunday Times Magazine, che gli dedica la sua prima copertina grazie al reportage La Mattanza. In seguito lavora anche per The Observer Magazine, consolidando la propria reputazione nel panorama del fotogiornalismo internazionale.
Nel 1980 è tra i primi fotoreporter occidentali a raggiungere clandestinamente l’Afghanistan dopo l’invasione sovietica. Al seguito di diversi gruppi di guerriglieri impegnati nella resistenza contro l’Armata Rossa, percorre oltre 1.200 chilometri a piedi attraverso il Paese. A lui si devono alcune delle prime immagini dei soldati sovietici caduti nelle imboscate organizzate dai mujahidin.
Tra il 1982 e il 1983 realizza a Napoli un importante reportage sulla camorra, pubblicato dalle principali testate italiane e internazionali. Già nel 1978, per il The Sunday Times Magazine, aveva documentato dall’interno l’organizzazione del contrabbando di sigarette che operava nel capoluogo campano, offrendo uno sguardo diretto su una delle realtà criminali più radicate dell’epoca.
Nel 1983 viene inviato da Epoca sul fronte libanese, dove segue il conflitto tra le fazioni palestinesi guidate da Abu Musa, sostenuto dalla Siria, e quelle fedeli a Yasser Arafat. È l’unico fotogiornalista a documentare la caduta di Beddawi, il campo profughi che rappresentava l’ultima roccaforte di Arafat in Libano. Continuerà a seguire le diverse fasi della guerra civile libanese fino al 1989.
A partire dal 1984 concentra il proprio lavoro sulle condizioni di vita della popolazione palestinese nei territori occupati della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Documenta tutte le fasi della Prima Intifada (1987-1993) e della Seconda Intifada (2000-2005), restando ferito in tre diverse occasioni durante gli scontri. Nel 1994 realizza per il settimanale tedesco Stern un reportage dedicato ai coloni israeliani più radicali. Nell’aprile del 2002 è inoltre tra i pochissimi giornalisti a entrare nel campo profughi di Jenin durante il coprifuoco imposto dall’esercito israeliano nel corso dell’assedio alle città palestinesi.
Nel 1989 torna in Afghanistan come inviato de Il Venerdì di Repubblica, seguendo ancora una volta clandestinamente i mujahidin per raccontare la ritirata sovietica. Ritorna nella regione nel 1998 per conto di Panorama, con l’obiettivo di incontrare Osama Bin Laden. Il progetto non si concretizza a causa dell’inizio dei bombardamenti statunitensi.
Nel 1990 si trova in Arabia Saudita durante la Prima Guerra del Golfo, aggregato al primo contingente dei Marines statunitensi dopo l’invasione irachena del Kuwait. Segue tutte le fasi dell’operazione Desert Storm fino alla liberazione del Kuwait, avvenuta tra il 27 e il 28 febbraio 1991. Nel corso dei suoi numerosi viaggi in Medio Oriente dedica inoltre particolare attenzione ai molteplici aspetti culturali e sociali dell’Islam, dal Pakistan al Marocco. Durante gli anni Novanta documenta anche le diverse fasi dei conflitti balcanici.



Nel 2000 realizza un reportage sul Kanun, l’antico codice consuetudinario albanese di origine medievale che regola, tra gli altri aspetti, la pratica della vendetta familiare.
In Italia continua a occuparsi di criminalità organizzata e fenomeni sociali, ma rivolge il proprio sguardo anche a tradizioni e manifestazioni di grande rilevanza culturale, come il Palio di Siena. Proprio una fotografia dedicata alla storica corsa gli vale il primo premio al World Press Photo nel 1996. Dal 1997 concentra inoltre il proprio lavoro sulla Sardegna meno conosciuta, lontana dagli itinerari turistici, documentandone il tessuto sociale, le tradizioni e l’identità culturale. Parte di questo percorso confluirà successivamente in un volume fotografico.
Nel 2007 viene invitato dal Governatorato di Sakhalin, in Russia, a realizzare un ampio lavoro fotografico sull’isola che fu colonia penale e che venne raccontata da Anton Čechov. Il progetto documenta il territorio, la vita quotidiana e le attività produttive sviluppatesi in seguito alla scoperta di importanti giacimenti petroliferi. Da questo lavoro nasceranno una mostra e un volume fotografico pubblicato in Russia.
Nel 2012 la prestigiosa maison parigina di alta gioielleria Van Cleef & Arpels gli affida la realizzazione di un progetto dedicato al valore dell’artigianalità. Attraverso cinquanta immagini, Cito racconta il lavoro delle mani dei maestri orafi impegnati nella creazione di alcuni tra i gioielli più esclusivi al mondo. Il progetto viene raccolto in un volume pubblicato in nove lingue.
Francesco Cito racconta l’Irpinia contemporanea: paesaggio, memoria e trasformazione in “Terra dell’Osso”
Terra dell’Osso. Indagine sull’Irpinia è la mostra che raccoglie venticinque fotografie inedite di Francesco Cito, realizzate nell’ambito di una specifica campagna fotografica dedicata all’Alta Irpinia.
Attraverso uno sguardo rigoroso, diretto e profondamente umano, Cito conduce il visitatore all’interno di un territorio complesso, fatto di stratificazioni storiche, memorie collettive, segni del lavoro dell’uomo e profonde trasformazioni ambientali e sociali.
Nelle immagini convivono campi di grano attraversati dalla presenza delle pale eoliche, aree marginali abbandonate al degrado, strade che sembrano aprirsi verso luoghi rarefatti, architetture rurali, insediamenti industriali e frammenti di contemporaneità.
Curata da Giovanni Menna, l’esposizione è prodotta dalla PIT Gallery di Napoli, realtà indipendente attiva nel quartiere di Fuorigrotta e impegnata da anni nella promozione delle arti visive attraverso progetti dedicati alle molteplici espressioni della cultura materiale e immateriale. La mostra inaugura il ciclo Paesaggi in Transizione, un articolato programma di ricerca e lettura iconografica del territorio sostenuto dalla Regione Campania e dedicato all’analisi delle trasformazioni contemporanee che interessano il paesaggio regionale.
L’iniziativa è realizzata nell’ambito della Legge Regionale per la Promozione della Qualità dell’Architettura e si propone di osservare, attraverso la lente della fotografia d’autore, gli effetti dei mutamenti in corso nelle relazioni complesse che legano la terra alla vita delle comunità che la abitano. Un progetto che pone al centro la necessità della tutela, della valorizzazione e della rigenerazione dei territori, offrendo strumenti di riflessione sulle scelte future in materia di sviluppo sostenibile.
La mostra gode inoltre del patrocinio del DIARC – Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi Federico II di Napoli, del riconoscimento FIAF R10/2026 ed è realizzata in collaborazione con il circolo fotografico AvellinoPHOTO.
Paesaggi in Transizione si svilupperà nell’arco di tre anni e intende costruire una lettura lucida e disincantata delle trasformazioni in atto nei territori campani. Per il primo anno la scelta è ricaduta sull’Irpinia, area che negli ultimi anni è tornata al centro del dibattito culturale attraverso molteplici linguaggi espressivi, dalla letteratura alla musica, dall’architettura alla fotografia. Una terra di radici profonde e nuove criticità, che continua a rappresentare un laboratorio privilegiato per osservare le dinamiche del cambiamento.
A conferire ulteriore rilievo all’iniziativa è la presenza di Francesco Cito, insignito nel 2006 del titolo di “Maestro della Fotografia Italiana” dalla Federazione Italiana Associazioni Fotografiche e unanimemente riconosciuto come una delle figure più autorevoli del fotogiornalismo contemporaneo. Vincitore di numerosi premi internazionali, tra cui il World Press Photo, Cito ha costruito nel corso di oltre quarant’anni una carriera che rappresenta oggi un riferimento imprescindibile nella fotografia italiana e internazionale.
Il progetto nasce inizialmente da una commissione dei Feudi di San Gregorio. «Il lavoro – spiega Cito – nasce da uno sguardo rivolto innanzitutto al paesaggio. Uno sguardo che si è progressivamente allargato fino ad abbracciare la realtà industriale, penso ad esempio ai fratelli Bruno di Grottaminarda con un’azienda all’avanguardia, ma anche le storie degli uomini e delle donne che vivono e lavorano su questo territorio».
Secondo il fotografo, l’Irpinia contemporanea rappresenta una realtà profondamente diversa da quella raccontata nel passato: «Dopo il terremoto del 1980 ha saputo rialzarsi. Non è più una terra che vive ai margini».
Nelle fotografie prendono forma volti, paesaggi e racconti che compongono una narrazione corale. Dalla statua della Vergine, simbolo della fede di una comunità, ai giovani che partecipano a una processione; dagli angoli di natura incontaminata ai capannoni industriali dismessi; dai ragazzi che fanno il bagno lungo il fiume ai ruderi e alle discariche. Ogni immagine contribuisce alla costruzione di un racconto che non si limita alla documentazione, ma invita a interrogarsi sul destino dei luoghi e sulla responsabilità collettiva della loro conservazione.



Per Giovanni Menna, curatore della mostra e docente di Architettura all’Università Federico II di Napoli, il lavoro di Cito si distingue per la capacità di attribuire agli elementi del paesaggio un valore simbolico e narrativo che supera la semplice rappresentazione visiva.
È proprio in questa dimensione che lo sguardo dell’artista incontra quello del sociologo, dello storico, del geografo e dell’antropologo. La fotografia non si limita a registrare ciò che appare, ma interpreta il territorio e le comunità che lo abitano.
Come sottolinea Menna, la fotografia dell’autore «non è mai meramente analitico-descrittiva, ma testimonianza di un modo personale di guardare la realtà che procede dalla contemplazione alla conoscenza, tra disvelamento e smascheramento, come esercizio di critica del presente».
Per raggiungere questo risultato sono necessarie qualità molteplici: la pazienza del ricercatore, la curiosità dello storico, la sensibilità dell’antropologo, la capacità interpretativa del sociologo e l’occhio dell’artista. A queste si aggiungono la padronanza della tecnica e quella particolare sensibilità interiore che trasforma la fotografia in linguaggio poetico.
La mostra, visitabile fino al 20 giugno, si propone come un invito a osservare l’Irpinia oltre le apparenze, riconoscendone le fragilità, le contraddizioni e le straordinarie potenzialità.
Portfolio. Il Museo Irpino e la fotografia come racconto del territorio contemporaneo
Tra i progetti centrali della rassegna Portfolio si inserisce Paesaggi in Transizione, programma di ricerca e lettura iconografica del paesaggio prodotto dalla PIT Gallery di Napoli, realtà indipendente che da anni opera nel campo delle arti visive attraverso iniziative dedicate alle molteplici espressioni della cultura materiale e immateriale.
Attraverso il linguaggio della fotografia d’autore, il progetto indaga le trasformazioni che stanno interessando il territorio campano, osservandole nel quadro delle relazioni complesse che legano i luoghi alla vita delle comunità che li abitano, li custodiscono e ne chiedono la tutela, la valorizzazione o la rigenerazione.
L’iniziativa si avvale del sostegno dell’Assessorato al Governo del Territorio della Regione Campania grazie alle risorse previste dalla Legge Regionale per la Promozione della Qualità dell’Architettura.
Paesaggi in Transizione nasce come un programma di ricerca destinato a svilupparsi nel tempo. Piuttosto che inseguire una rappresentazione complessiva dell’intero territorio campano, il progetto sceglie di concentrare l’attenzione, anno dopo anno, su specifiche aree della regione, individuate come casi studio particolarmente significativi per comprendere la natura dei cambiamenti in corso.
A fotografi di riconosciuto valore viene affidato il compito di realizzare campagne fotografiche dedicate, capaci di raccontare porzioni di territorio considerate emblematiche per l’osservazione delle dinamiche contemporanee.
Per il primo ciclo di attività la scelta è ricaduta sull’Irpinia, territorio di straordinaria ricchezza paesaggistica e culturale, caratterizzato da radici storiche profonde ma anche da problematiche e trasformazioni che ne ridefiniscono continuamente l’identità. Una terra che negli ultimi anni è tornata al centro dell’attenzione della cultura contemporanea, dalla letteratura alla musica, dall’architettura alla fotografia, offrendo spunti di riflessione che travalicano la dimensione locale per assumere un valore più ampio e universale.
Terra dell’Osso rappresenta il primo capitolo di un percorso destinato a proseguire con altre due esposizioni: Greetings from Avellino. Cartoline da un tempo immobile di Luigi Cipriano e Laurum. Transizioni e resistenze di una piccola città italiana di Corrado Onorifico. Tre progetti differenti che condividono l’obiettivo di interrogare il territorio attraverso il linguaggio della fotografia contemporanea, restituendo una lettura critica e consapevole delle trasformazioni che attraversano il paesaggio campano.
Attraverso linguaggi differenti ma accomunati da una medesima attenzione al paesaggio e alle sue trasformazioni, i tre fotografi sono stati chiamati a raccontare aspetti diversi dell’Irpinia: una terra dalla storia millenaria, ricca di testimonianze storico-artistiche e di straordinarie risorse naturali, ma anche attraversata da processi di cambiamento che ne stanno ridefinendo il volto.
Avete già visto la mostra Terra dell’Osso. Indagine sull’Irpinia al Museo Irpino di Avellino o lo farete presto? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!
Informazioni utili per la visita
Terra dell’Osso. Indagine sull’Irpinia
A cura di Giovanni Menna
Dal 21 maggio al 20 giugno 2026
Museo Irpino
P.zza Alfredo de Marsico, 83100 Avellino (AV)
Orari: da martedì a sabato dalle 9:00 alle 13:00 (ultimo ingresso alle 12:15) e dalle 16:00 alle 19:00 (ultimo ingresso alle 18:15). Chiuso il lunedì.
Biglietti: ingresso gratuito.
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