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  >  Lifestyle   >  Eventi   >  Georg Baselitz al Museo Novecento di Firenze: la grande mostra BASELITZ. AVANTI! racconta il maestro del neo-espressionismo
Dal 25 marzo al 13 settembre 2026 il Museo Novecento di Firenze dedica a Georg Baselitz la più ampia mostra italiana sulla sua grafica e incisione, ripercorrendo oltre sessant'anni di carriera tra dipinti, stampe e sculture.

Il Museo Novecento di Firenze dedica a Georg Baselitz una grande mostra monografica: BASELITZ. AVANTI!, realizzata in collaborazione con lo studio dell’artista. Dal 25 marzo al 13 settembre 2026 il museo ospita, per la prima volta in Italia, un progetto espositivo interamente costruito attorno a una dimensione centrale, ma spesso meno approfondita, della ricerca di Baselitz: la grafica e l’incisione.

Distribuita sui tre livelli del museo, l’esposizione riunisce circa centosettanta opere tra stampe, dipinti e sculture, offrendo una lettura articolata di oltre sessant’anni di attività. L’incisione rappresenta per Baselitz un campo autonomo di sperimentazione, verifica e trasformazione delle immagini. Le opere selezionate mostrano come il suo lavoro sia sempre stato guidato da un’idea di arte intesa come processo aperto e continua destabilizzazione dello sguardo.

Georg Baselitz, l’artista che capovolse la pittura

Con la morte di Georg Baselitz, scomparso il 30 aprile 2026 all’età di 88 anni, si chiude una delle vicende artistiche più radicali e influenti del secondo Novecento europeo. Pittore, scultore, incisore, teorico e protagonista assoluto del neo-espressionismo tedesco, Baselitz ha attraversato oltre sei decenni di storia dell’arte.

Nato il 23 gennaio 1938 a Deutschbaselitz, in Sassonia, con il nome di Hans-Georg Bruno Kern, era il secondo di quattro figli. Crebbe in un contesto rurale: il padre insegnava nella scuola del villaggio e la famiglia abitava nello stesso edificio scolastico. Gli anni dell’infanzia furono segnati dalla guerra e dall’occupazione sovietica; il padre, dopo l’arruolamento, fu internato temporaneamente e gli fu vietato l’insegnamento. Nonostante le difficoltà materiali e gli spostamenti forzati, Baselitz ricordò spesso quell’infanzia come un periodo di grande libertà. Disegnava continuamente e collaborò come guida locale con il fotografo naturalista Helmut Drechsler.

L’interesse per l’arte maturò precocemente anche grazie a uno zio appassionato di pittura. Durante gli anni giovanili visitò i musei di Dresda e si confrontò con la tradizione pittorica ottocentesca, soprattutto con l’opera di Ferdinand von Rayski, figura destinata a lasciare un segno profondo nella sua formazione. Iniziò allora a dipingere con maggiore continuità: ritratti, paesaggi, soggetti religiosi. Frequentò corsi serali di disegno e tentò senza successo l’ammissione all’Accademia di Dresda.

Nel 1956 entrò alla Hochschule für bildende und angewandte Kunst di Berlino Est, dove studiò con Walter Womacka e Herbert Behrens-Hangeler. L’ambiente culturale della Germania orientale era dominato dal realismo socialista, ma Baselitz guardava altrove: Picasso, prima di tutto. Nel 1957 venne espulso dall’istituto e si trasferì a Berlino Ovest, dove fu ammesso all’Accademia nella classe del pittore informale Hann Trier, diplomandosi nel 1963.

Furono anni decisivi. Baselitz si confrontò con l’astrazione, studiò Kandinskij, Malevič, il Bauhaus e soprattutto l’espressionismo astratto americano, scoperto attraverso la mostra The New American Paintinge una retrospettiva dedicata a Jackson Pollock. Iniziò a frequentare artisti come Eugen Schönebeck, Peter Klassen e Benjamin Katz, mentre all’Accademia conobbe Elke Kretzschmar, futura moglie e presenza centrale della sua vita e della sua opera.

Baselitz. AVANTI! al Museo Novecento di Firenze | © Riproduzione riservata 
Baselitz. AVANTI! al Museo Novecento di Firenze | © Riproduzione riservata 
Baselitz. AVANTI! al Museo Novecento di Firenze | © Riproduzione riservata 

Nel 1959 visitò per la prima volta lo Stedelijk Museum di Amsterdam e quindi Documenta 2 a Kassel. Poco dopo iniziò ad allontanarsi dall’astrazione pura. Con i Rayski portraits recuperò la figurazione in modo istintivo dando origine alle prime “teste” ispirate al pittore sassone.

Nel 1961 viaggiò con Elke a Parigi, dove vide dal vivo le opere di Jean Fautrier, del tardo Francis Picabia e di Henri Michaux. In quello stesso periodo adottò il nome Georg Baselitz – derivato dal paese natale – e insieme a Schönebeck firmò il Pandämonisches Manifest. Il testo, violento e provocatorio, dichiarava un rifiuto radicale delle convenzioni artistiche e istituzionali: carne, mutilazione, frammentazione e tensione corporea sarebbero diventati temi permanenti della sua ricerca.

Nel 1962 sposò Elke e nacque il figlio Daniel. I dipinti assunsero tonalità più cupe: figure deformate, membra isolate e cromie terrose. L’anno successivo la sua prima personale alla Galerie Werner & Katz di Berlino provocò uno scandalo immediato. Due opere – Die große Nacht im Eimere Der nackte Mann – furono sequestrate con l’accusa di oscenità. Il processo si concluse nel 1965 con la restituzione dei dipinti, ma l’episodio sancì l’ingresso di Baselitz nel dibattito pubblico come figura controversa della nuova arte tedesca.

Nello stesso periodo completò i P.D. Füße, undici dipinti dedicati a piedi amputati e frammenti anatomici, in dialogo con gli studi cinquecenteschi di Matthias Grünewald. Nel 1964 realizzò le prime incisioni nel laboratorio grafico del castello di Wolfsburg e presentò il monumentale Oberon al 1. Orthodoxer Salon della galleria di Michael Werner a Berlino. Le opere di questi anni mescolavano anatomie distorte, animali, elementi naturali e colori innaturalmente acidi.

Nel 1965 ottenne una borsa di studio per Villa Romana a Firenze. Il soggiorno italiano approfondì il suo interesse per il Rinascimento, il Manierismo e soprattutto per le stampe antiche. Tornato a Berlino avviò la celebre serie degli Helden (Eroi): figure gigantesche, spesso in uniformi lacere, immerse in paesaggi devastati. Corpi vulnerabili e monumentali insieme, immagini di una Germania moralmente ferita.

Nel 1966, in occasione della mostra alla Galerie Rudolf Springer di Berlino, pubblicò il manifesto Warum das Bild “Die großen Freunde” ein gutes Bild ist!, testo in cui rifiutava ogni idea di armonia conciliatrice nella pittura a favore di un’estetica capace di esprimere il trauma del dopoguerra. Nello stesso anno nacque il figlio Anton e Baselitz si ritirò in campagna, vicino a Worms, dove iniziò anche a lavorare alla xilografia.

Tra il 1967 e il 1968 sviluppò i Frakturbilder, opere che frantumavano lo spazio pittorico in bande orizzontali. Nel 1969 apparvero i primi dipinti completamente capovolti, tra cui Der Wald auf dem Kopf. Quel rovesciamento destinato a diventare il suo segno distintivo serviva a sottrarre l’immagine alla narrazione e a concentrare l’attenzione sul processo stesso del dipingere.

Nel 1970 il Kunstmuseum Basel gli dedicò la prima mostra museale, seguita da una personale alla fiera di Colonia. Partecipò a Documenta 5 nel 1972 e alla Biennale di San Paolo nel 1975. I soggetti capovolti si moltiplicarono: paesaggi, aquile, autoritratti, ritratti di Elke, boschi e figure isolate. Iniziò anche a dipingere direttamente con le dita.

Vicino a Hildesheim acquistò Schloss Derneburg, antico edificio abbandonato trasformato in abitazione e studio, poi venduto nel 2006 a un collezionista americano e divenuto museo d’arte contemporanea. Tra il 1976 e il 1981 lavorò anche a Firenze, nella casa-studio già appartenuta allo scultore Adolf von Hildebrand.

Le opere di questo periodo si fecero più gestuali, dominate da forti contrasti in bianco e nero. Nel 1977 iniziò a insegnare alla Staatliche Akademie der Bildenden Künste di Karlsruhe e si dedicò a grandi linoleografie. Nello stesso anno si ritirò da Documenta 6 insieme a Gerhard Richter e Markus Lüpertz per protestare contro l’esclusione di A. R. Penck da parte delle autorità della DDR.

Nel 1980 presentò alla Biennale di Venezia Modell für eine Skulptur, la sua prima grande scultura lignea monumentale, esposta nel Padiglione tedesco insieme a Anselm Kiefer. L’opera inaugurava una nuova dimensione tridimensionale, ruvida e brutalmente espressiva.

Gli anni Ottanta partecipò alle mostre A New Spirit in Painting a Londra e Westkunst a Colonia, lavorò alle serie Orangenesser e Trinker e aprì uno studio a Castiglion Fiorentino. Nel 1982 prese parte a Documenta 7 e alla mostra Zeitgeist di Berlino.

Nel 1985 pubblicò il manifesto The Painter’s Equipmente divenne professore alla Hochschule der Künste di Berlino. Negli anni successivi ricevette importanti riconoscimenti internazionali: il Goslarer Kaiserring, il titolo di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres e numerose onorificenze europee.

Alla fine del decennio, nel clima seguito alla caduta del Muro di Berlino, concluse Das Malerbild, avviò il ciclo ’45 e la serie scultorea Dresdner Frauen. Iniziò inoltre a dipingere direttamente sul pavimento e a sperimentare la Bildübermalung, tecnica fondata sulla sovrapposizione pittorica di immagini preesistenti.

Baselitz. AVANTI! al Museo Novecento di Firenze | © Riproduzione riservata 
Baselitz. AVANTI! al Museo Novecento di Firenze | © Riproduzione riservata 
Baselitz. AVANTI! al Museo Novecento di Firenze | © Riproduzione riservata 

Nel 1990 la Kunsthaus di Zurigo ospitò la più ampia retrospettiva dedicata alla sua pittura. Seguì la serie Bildübereins e un’intensa attività teorica fatta di conferenze, scritti e scenografie teatrali. Nel 1993 firmò le scene per Punch and Judy di Harrison Birtwistle ad Amsterdam e nel 1994 pubblicò il manifesto Malen aus dem Kopf, auf dem Kopf oder aus dem Topf.

Il 1995 segnò la consacrazione americana con la grande retrospettiva al Guggenheim Museum di New York, poi itinerante negli Stati Uniti e a Berlino. Negli stessi anni Baselitz tornò ossessivamente sul tema della memoria familiare, dipingendo ritratti basati su fotografie d’epoca in cui biografia privata e storia collettiva si intrecciavano continuamente.

Nel 2005 iniziò la lunga serie dei Remix, rilettura delle proprie opere storiche attraverso nuove variazioni pittoriche. Tra i primi lavori comparve una nuova versione di Die große Nacht im Eimer.

Nel 2007 si trasferì con Elke sul lago Ammersee, in Baviera, dove costruì la nuova casa-studio. Continuò intanto a lavorare a grandi cicli pittorici, sculture monumentali e serie dedicate alle aquile e ai nudi della moglie.

Dagli anni Dieci in avanti la sua ricerca si fece ancora più sperimentale: pittura “in negativo, collage, applicazioni tessili, grandi autoritratti e continue riletture della propria iconografia. Nel 2015 presentò alla Biennale di Venezia gli autoritratti monumentali della serie Avignon. Nel 2018, per gli ottant’anni, importanti retrospettive furono organizzate a Basilea, Washington e Berlino.

Nel 2023 il Kunsthistorisches Museum di Vienna ospitò Naked Masters, mostra in dialogo diretto con i maestri antichi. Parallelamente nacquero nuove serie di aquile, confessioni autobiografiche e grandi sculture lignee.

Nel 2025 il Munchmuseet di Oslo gli ha dedicato una vasta retrospettiva, mentre nuove opere sono state presentate a Bergen e Bilbao. Fino agli ultimi mesi della sua vita Baselitz ha continuato a dipingere tra Ammersee, Salisburgo e Imperia.

La sua opera resta una delle testimonianze più potenti dell’arte europea del dopoguerra: una pittura che ha fatto della deformazione, della memoria e della crisi dell’immagine una posizione morale davanti alla storia.

Baselitz a Firenze, il ritorno di un maestro che ha reinventato la figurazione

La grande mostra BASELITZ. AVANTI! al Museo Novecento restituisce la relazione decennale tra l’artista tedesco e la città di Firenze, che contribuì in modo decisivo alla sua formazione visiva.

Baselitz soggiornò a Firenze per circa sei mesi nel 1965, dopo aver ottenuto la borsa di studio di Villa Romana. Fu un periodo cruciale: il confronto diretto con la cultura figurativa italiana del Cinquecento – soprattutto con la tensione anticlassica ed espressionista di Rosso Fiorentino, Domenico Beccafumi e Jacopo Pontormo – lasciò un’impronta profonda nella sua ricerca. Tra il 1976 e il 1981 l’artista tornò più volte in città, fino alla personale del 1988 nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio, consolidando un rapporto personale e intellettuale con Firenze destinato a riaffiorare costantemente nel suo lavoro.

Curata da Sergio Risaliti in collaborazione con Daniel Blau, la mostra riunisce oltre centosettanta opere tra dipinti, lavori su carta e sculture, costruendo un itinerario che attraversa più di sessant’anni di attività. Al centro del progetto espositivo emerge soprattutto un aspetto spesso rimasto in secondo piano nella lettura dell’opera di Baselitz: la produzione grafica, affrontata non come pratica marginale o preparatoria, ma come nucleo autonomo e fondamentale della sua ricerca.

Sergio Risaliti, direttore del Museo Novecento, definisce la mostra come una scelta precisa: «Non limitarsi a celebrare un maestro, ma entrare nel cuore più operativo e meno prevedibile della sua ricerca». Risaliti insiste soprattutto sulla centralità dell’opera grafica: circa centocinquanta incisioni distribuite sui tre livelli del museo, testimonianza di un’attività che non può essere considerata “collaterale” rispetto alla pittura o alla scultura. «Ogni immagine nasce da un conflitto – tra costruzione e distruzione, memoria e invenzione, controllo e impulso – e il celebre capovolgimento delle figure non è un semplice espediente formale, ma un atto di pensiero che obbliga a riconsiderare il nostro modo di guardare».

Nel lavoro di Baselitz la grafica occupa infatti una posizione centrale fin dagli anni Sessanta. Incisione, xilografia e linoleografia diventano per lui campi di sperimentazione radicale, in cui l’immagine può essere smontata e ricostruita attraverso procedimenti insieme rigorosi e violenti. Le prime esperienze incisorie risalgono al 1964, quando lavorò nel laboratorio di stampa del castello di Wolfsburg, in Bassa Sassonia. Ma fu proprio Firenze a consolidare questo interesse: durante il soggiorno italiano l’artista si confrontò direttamente con la tradizione grafica rinascimentale e manierista, studiando le incisioni di Parmigianino e approfondendo tecniche calcografiche elaborate già nel Rinascimento. Da allora Baselitz non ha più abbandonato il lavoro di stampa, utilizzandolo come strumento privilegiato di riflessione sulle proprie immagini.

A partire dal 1969 il capovolgimento delle figure diventa il gesto più celebre e radicale del suo linguaggio: immagini presentate “sottosopra” per sottrarle alla lettura immediata e costringere lo spettatore a confrontarsi con la pittura in modo nuovo. Un procedimento concettuale che mette in crisi le convenzioni percettive della rappresentazione e sposta l’attenzione sul gesto pittorico, sulla materia, sul rapporto tra figura e superficie.

Il percorso si sviluppa sui tre piani dell’edificio e attraversa le diverse stagioni della ricerca di Baselitz, evidenziando il dialogo continuo tra pittura, grafica e scultura.

Fin dall’ingresso il visitatore viene immerso nell’universo figurativo dell’artista attraverso una serie di monumentali linoleografie realizzate tra la fine degli anni Settanta e i Duemila. Vi compaiono molti dei motivi ricorrenti della sua iconografia: corpi isolati, figure doppie, frammenti anatomici e immagini legate all’eros. Dominante è il nero profondo del segno inciso, che definisce le figure con una forza quasi brutale.

Nella cappella delle ex-Leopoldine il rapporto perpetuo tra grafica e scultura si intensifica attorno a un nucleo di opere che include Pace Piece del 2004, realizzata originariamente per la mostra dedicata al David di Michelangelo alla Galleria dell’Accademia e una serie di acquatinte allo zucchero raffiguranti piedi e mani, immagini che evocano reliquie e iconografie sacre.

La scultura occupa un ruolo centrale nel percorso. Baselitz vi si dedica stabilmente a partire dagli anni Ottanta, trovando nel legno un materiale diretto, fisico, meno mediato rispetto alla pittura. La sua prima apparizione pubblica come scultore avvenne alla Biennale di Venezia del 1980 con Modell für eine Skulptur, grande figura lignea parzialmente dipinta che suscitò forti polemiche per le sue implicazioni storiche e simboliche. Asce, motoseghe e scalpelli incidono le superfici lasciando tracce evidenti del processo di lavorazione.

Dagli inizi degli anni Duemila Baselitz ha iniziato a fondere le sculture lignee in bronzo, conservando nel metallo le venature e le ferite del legno originario. La mostra presenta opere monumentali come 1965 del 2024, collocata nel chiostro del museo, insieme a Dresdner FrauenElke, Römischer Gruße Gelbes Bein.

Le sale del primo piano ospitano xilografie e linoleografie affiancate da dipinti che permettono di cogliere le relazioni tra i diversi linguaggi dell’artista. Emergono qui alcuni nuclei fondamentali della sua produzione, come il ciclo degli Eroi, realizzato tra il 1965 e il 1966: figure gigantesche e vulnerabili immerse in paesaggi devastati, simboli di un’Europa ferita dal dopoguerra. Accanto a queste compaiono le celebri “teste”, gli Orangenesser degli anni Ottanta e le immagini capovolte che hanno reso immediatamente riconoscibile il suo lavoro.

Georg Baselitz, Dresdner Frauen – Elke | Donne di Dresda – Elke, 1989-2023,
bronzo patinato e dipinto a olio, Proprietà privata.
| © Riproduzione riservata 
Baselitz. AVANTI! al Museo Novecento di Firenze | © Riproduzione riservata 
Baselitz. AVANTI! al Museo Novecento di Firenze | © Riproduzione riservata 

Un’intera sezione è dedicata ai Remix, la serie avviata dal 2005 in cui Baselitz torna sulle proprie opere storiche reinterpretandole attraverso una pittura più rapida, sintetica e libera.

La grande galleria del secondo piano raccoglie invece opere grafiche recentissime, comprese alcune acquatinte realizzate nel 2025 ed esposte qui per la prima volta. Stampate su fondi dorati, sembrano delicati disegni a inchiostro e testimoniano la continua capacità dell’artista di reinventare tecniche tradizionali. In queste sale trovano spazio anche i lavori legati alla serie Avignon del 2014, presentata alla Biennale di Venezia del 2015: corpi nudi, fragili, invecchiati, sospesi in una dimensione quasi spettrale. Il titolo rimanda all’ultima grande mostra di Picasso ad Avignone nel 1970, inizialmente accolta con freddezza ma oggi considerata una delle più intense testimonianze della vitalità creativa dell’artista anziano.

Tra i motivi ricorrenti delle opere esposte compaiono inoltre le gambe frammentate del ciclo Spaziergang ohne Stock, che assumono progressivamente un valore autobiografico e soprattutto l’aquila, simbolo araldico della Germania, che Baselitz rappresenta non trionfante ma in caduta. È un’immagine ambigua e destabilizzante, attraverso cui l’artista continua a interrogare criticamente la storia e l’identità tedesca. Più intimo e personale è invece il lungo lavoro dedicato a Elke: ritratti, profili, nudi e figure che accompagnano il trascorrere del tempo e attraversano tutta la sua produzione.

Attraverso oltre centosettanta opere distribuite sui tre livelli del museo, BASELITZ. AVANTI! offre così la più ampia ricognizione sulla ricerca dell’artista e sulla sua straordinaria capacità di reinventare continuamente il linguaggio della figurazione. 

Avete già visto la mostra Baselitz. AVANTI! al Museo Novecento di Firenze o lo farete presto? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

Informazioni utili per la visita

Baselitz. AVANTI!
A cura di Sergio Risaliti e in collaborazione con Daniel Blau 
Dal 25 marzo al 13 settembre 2026
Museo Novecento
Piazza di Santa Maria Novella 10, Firenze
Orari: da venerdì a lunedì dalle 11:00 alle 20:00 (la biglietteria chiude un’ora prima). Chiuso il giovedì.
Biglietti: biglietto intero 13€ / biglietto ridotto 9€
Sito Web

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