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Oltre 140 opere a Villa Caffarelli ripercorrono il percorso di Diego Rivera e dei grandi protagonisti dell’arte messicana del Novecento, da Frida Kahlo al Muralismo, tra identità nazionale e avanguardie internazionali.

Ai Musei Capitolini – Villa Caffarelli arriva Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo, un’ampia retrospettiva dedicata a una delle figure più influenti della cultura visiva del Novecento. Pittore, muralista e protagonista della stagione che ridefinì l’identità artistica del Messico contemporaneo, Diego Rivera emerge come il simbolo di una modernità in grado di unire il patrimonio della memoria storica con la spinta verso l’innovazione, conciliando le tradizioni locali con una prospettiva aperta al contesto internazionale.

L’esposizione restituisce la complessità di una stagione artistica caratterizzata dall’incontro tra tradizione e avanguardia, tra ricerca identitaria e sperimentazione formale. Accanto alle sue opere trovano spazio capolavori di artisti che hanno segnato in maniera decisiva la cultura del Paese, tra cui Frida Kahlo, José María Velasco, José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros, María Izquierdo, Rufino Tamayo, Manuel Rodríguez Lozano, Roberto Montenegro, Antonio Ruiz, Dr. Atl e Saturnino Herrán.

Chi era Diego Rivera e perché ha cambiato la storia dell’arte del Novecento

Quando si parla di Diego Rivera, il riferimento non è soltanto a uno dei massimi protagonisti del muralismo messicano, ma a un artista che ha trasformato la pittura in uno strumento di impegno politico e sociale. Nella sua produzione, arte e politica costituiscono infatti un binomio inscindibile: le sue opere raccontano la lotta di classe che segnò il Messico dei primi decenni del Novecento e riflettono le profonde tensioni di una società impegnata a liberarsi dalla dittatura militare del generale Porfirio Díaz e a conquistare diritti, giustizia sociale e dignità per le classi popolari.

La Rivoluzione messicana, avviata nel 1911 e guidata da figure come Emiliano Zapata e Pancho Villa, coinvolse un’ampia parte della popolazione composta da contadini e lavoratori, determinati a rivendicare condizioni di vita migliori. Negli anni Venti il movimento iniziò a produrre risultati concreti grazie all’introduzione di importanti riforme sociali e politiche e alla progressiva applicazione dei principi sanciti dalla Costituzione. In questo nuovo contesto, anche il mondo della cultura recuperò il proprio ruolo educativo e civile, assumendo il compito di dialogare direttamente con il popolo.

È proprio in questa fase che Diego Rivera compie una scelta destinata a segnare la sua carriera. Nel 1922 aderisce al Partito Comunista Messicano, decisione che modifica profondamente la sua concezione artistica. La pittura abbandona gli spazi tradizionali destinati a pochi osservatori privilegiati e conquista la dimensione pubblica: enormi murales iniziano a ricoprire le pareti degli edifici di Città del Messico, trasformando le strade in un museo accessibile a tutti. L’arte diventa così uno strumento di espressione collettiva, di denuncia e di partecipazione civile.

I grandi cicli murali di Rivera sono caratterizzati da un forte contenuto sociale e riflettono temi strettamente legati all’ideologia comunista. I protagonisti delle sue composizioni appartengono al mondo del lavoro: operai, contadini, persone umili ed emarginate occupano il centro della scena, mentre non manca una critica esplicita all’istituzione ecclesiastica. Ancora oggi i suoi murales, distribuiti tra Messico e Stati Uniti, sono considerati anticipatori dell’arte pubblica contemporanea e per molti aspetti della stessa street art, grazie ai loro contenuti progressisti e provocatori.

Diego Rivera, Autoritratto, 1906, olio su tela. Culiacán (México), Colección Museo de Arte de Sinaloa. Instituto Sinaloense de Cultura. Gobierno de Sinaloa, inv. D-7300 | © Riproduzione riservata 
Diego Rivera, Fuciliere di marina (o Marinaio a pranzo), 1914, olio su tela,
Guanajuato (México), Acervo CENCROPAM
| © Riproduzione riservata 
Diego Rivera, Mercato delle petate (stuoie messicane), 1950, acquerello e inchiostro su carta su masonite. Ciudad de México, Colección Espinosa Rugarcia, Museo Kaluz | © Riproduzione riservata 

Con il muralismo, l’arte messicana abbandona definitivamente il cavalletto e supera i confini del museo, percepito come uno spazio elitario incapace di dialogare con la società. È nelle strade che prende forma il vero racconto della vita collettiva, attraverso immagini dal linguaggio diretto e immediatamente comprensibile alle masse.

Le sperimentazioni sviluppate nell’ambito del Muralismo non rimasero confinate alla dimensione monumentale del muro. Le stesse ricerche formali si estesero infatti alla pittura da cavalletto, all’incisione, al disegno, alla fotografia e alla scultura, ampliando il raggio d’azione di una delle esperienze artistiche più significative del Novecento latinoamericano.

Rivera svolse un ruolo di primo piano nel favorire gli scambi culturali tra il Messico e l’Europa. Tra le iniziative da lui sostenute figurano la visita di André Breton e l’organizzazione della Exposición Internacional del Surrealismo, tenutasi a Città del Messico nel 1940, evento che contribuì a rafforzare il confronto tra le diverse esperienze artistiche dell’epoca.

Nato a Guanajuato nel 1886, Diego Rivera manifestò un precoce talento per il disegno già all’età di dieci anni, quando si iscrisse all’Academia de San Carlos di Città del Messico. Qui frequentò corsi serali e ottenne numerose borse di studio che gli consentirono di proseguire la formazione. Decisivi risultarono i viaggi in Europa, durante i quali entrò in contatto sia con la grande tradizione italiana degli affreschi di Giotto, Masaccio e Michelangelo, sia con le Avanguardie parigine e con il Cubismo di Pablo Picasso. A Parigi strinse inoltre amicizia con Amedeo Modigliani, che nel 1914 gli dedicò un celebre ritratto oggi appartenente a una collezione privata.

Tra i primi riconoscimenti internazionali si distingue la partecipazione al Salon des Indépendants di Parigi nel 1910. Tornato in patria, Rivera realizzò il suo primo murale nell’Anfiteatro Bolívar della Escuela Nacional Preparatoria di Città del Messico, dando avvio a quella stagione artistica che lo renderà una figura centrale della cultura messicana.

Anche la sua vita privata fu particolarmente complessa e trovò una relativa stabilità soltanto con il terzo matrimonio, celebrato con Frida Kahlo, destinata a diventare la più celebre artista messicana del Novecento. Parallelamente ai successi artistici, Rivera dovette affrontare continue tensioni sul piano politico. Le polemiche suscitate dalla sua adesione al Partito Comunista Messicano contribuirono infatti alla decisione di trasferirsi temporaneamente negli Stati Uniti.

Negli Stati Uniti la sua fama crebbe ulteriormente. Nel 1931 il neonato Museum of Modern Art di New York gli dedicò una mostra personale, confermando il suo prestigio internazionale. Due anni dopo realizzò al Rockefeller Center, sulla Quinta Avenue, il monumentale murale L’uomo al bivio. L’opera, tuttavia, suscitò un’immediata controversia per la presenza del ritratto di Lenin e fu rimossa poco tempo dopo. Rivera non rinunciò però al proprio progetto artistico e una volta rientrato in Messico, ricreò la composizione al secondo piano del Palacio de Bellas Artes di Città del Messico, in dimensioni ridotte e con un nuovo titolo: L’uomo che controlla l’universo.

Al centro della composizione compare una figura idealizzata che governa simbolicamente l’universo, mentre ai lati si contrappongono due sistemi ideologici. Da una parte si sviluppa una critica del capitalismo, associata ai progressi della scienza e al dramma della Prima Guerra Mondiale; dall’altra prende forma l’ideale socialista attraverso la presenza di Lenin, Karl Marx e di altri protagonisti della storia politica.

Alla sua morte, avvenuta il 24 novembre 1957, Diego Rivera lasciò una produzione vastissima che continuò a esercitare un’influenza determinante sull’arte contemporanea. Ancora oggi è considerato uno dei più importanti artisti messicani del XX secolo e il principale interprete delle aspirazioni del mondo del lavoro, dei poveri e di tutti coloro che, attraverso la sua pittura, trovarono finalmente una rappresentazione delle ingiustizie sociali subite.

Diego Rivera, Nudo di schiena, 1919, olio su tela su masonite. Ciudad de México, Museo Kaluz, inv. CK-M-916 | © Riproduzione riservata 
Frida Kahlo, Natura morta con pappagallo e bandiera, 1951, olio su masonite. Ciudad de México, Colección Privada, Cortesia AC Associates | © Riproduzione riservata 
Diego Rivera, Lekeitio, 1907, olio su tela, Ciudad de México | © Riproduzione riservata 

Le grandi pitture murali di Rivera si distinguono per la complessità compositiva e per la presenza di una moltitudine di figure. Operai, contadini e lavoratori si intrecciano in una fitta rete di gesti e azioni che restituisce l’immagine dinamica della vita nelle fabbriche, nelle aziende e nei campi. Le sue composizioni appaiono come vere e proprie città in movimento, animate da un’energia collettiva che diventa simbolo del lavoro e della partecipazione sociale.

Il muralismo messicano, corrente di cui Rivera è uno dei massimi protagonisti insieme a José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros, rappresenta una delle esperienze artistiche più originali del Novecento. Questa corrente recupera tanto la tradizione europea dei grandi cicli di affreschi quanto l’eredità delle culture indigene precolombiane per raccontare la Rivoluzione messicana del 1911 e costruire un’arte pubblica caratterizzata da una forte dimensione politica e sociale.

Tra i lavori più significativi di Diego Rivera figura L’industria di Detroit, realizzato nel 1932. Si tratta di un complesso di ventisette pitture murali oggi conservate al Detroit Institute of Arts. L’opera affronta il rapporto tra uomo e lavoro e quello tra uomo e macchina, temi di straordinaria attualità nel contesto delle lotte operaie dell’epoca. La rappresentazione suscitò tuttavia dure critiche da parte della Chiesa, che interpretò alcuni elementi iconografici, intrisi di filosofia marxista, come una parodia della nascita di Cristo e ne chiese la rimozione. L’intervento del Detroit Institute of Arts ne impedì però la distruzione, garantendone la conservazione.

Tra i capolavori realizzati nel 1931 merita una menzione anche La costruzione di una città, oggi conservata all’Art Institute di San Francisco. L’opera raffigura un grande cantiere articolato in diverse scene, nelle quali gruppi di operai collaborano alla realizzazione della città. Il soggetto assume un evidente valore metaforico: la costruzione materiale diventa il simbolo della costruzione di una società ideale, nella quale ogni lavoratore contribuisce, attraverso il proprio impegno, alla nascita di una comunità fondata sull’uguaglianza, priva di gerarchie e di ingiustizie sociali.

Diego Rivera e la nascita dell’arte moderna messicana: il racconto di una rivoluzione culturale

Il percorso espositivo riunisce oltre 140 opere – di cui trenta firmate da Rivera – provenienti da alcune delle più importanti collezioni messicane e ripercorre le tappe di un percorso che affonda le proprie origini nel 1821, anno dell’Indipendenza del Messico. Da quel momento il Paese si confrontò con la necessità di definire un’identità culturale capace di rappresentare una realtà nuova, complessa e in continua trasformazione. In questo processo, le arti visive divennero uno strumento privilegiato per dare forma a un’immagine condivisa della nazione, contribuendo al tempo stesso a promuovere progetti di rinnovamento culturale capaci di tenere insieme tradizione e modernità.

La prima sezione – Accademia e tradizione – approfondisce il ruolo dell’Academia de San Carlos, fondata nel 1783 a Città del Messico, che ha definito per oltre un secolo l’impianto dell’insegnamento artistico nazionale, strutturandolo attorno ai principi della tradizione classica, allo studio del disegno dal vero e a un’osservazione rigorosa della realtà.

Dopo la riorganizzazione del 1843, l’istituzione consolidò un asse privilegiato con Roma, sviluppato attraverso il reclutamento di maestri europei formatisi all’Accademia di San Luca e mediante borse di studio destinate ai giovani artisti messicani, che potevano così perfezionarsi nella Città Eterna, uno dei principali poli formativi dell’arte occidentale nell’Ottocento.

Questo intenso scambio culturale contribuì alla formazione di una vera e propria genealogia artistica. Figure come Pelegrín Clavé, Manuel Vilar ed Eugenio Landesio introdussero profondi cambiamenti nell’insegnamento accademico in Messico. In particolare, Landesio promosse l’autonomia del paesaggio come genere pittorico, aprendo la strada all’opera di José María Velasco, che trasformò la geografia nazionale in una potente costruzione simbolica dell’identità del Paese.

La presenza italiana in Messico si espresse anche attraverso figure come Pietro Gualdi, giunto a Città del Messico come scenografo di una compagnia lirica italiana e successivamente stabilitosi nel Paese. Accanto all’attività teatrale, realizzò vedute urbane e architettoniche che esaltavano la monumentalità degli edifici civili e religiosi.

La tradizione del Grand Tour, un tempo riservata alle élite europee, si trasformò in un canale privilegiato di accesso ai circuiti internazionali dell’arte moderna. Per molti artisti latinoamericani, viaggiare verso città come Madrid, Parigi, Roma o Berlino significava entrare in contatto diretto con le avanguardie che stavano ridefinendo il panorama artistico europeo.

Gli artisti messicani appartenenti alla cosiddetta generazione rivoluzionaria si inserirono in questo contesto dinamico. Tra i loro precursori si distinguono Alfredo Ramos Martínez e Gerardo Murillo, mentre la generazione dell’Ateneo annovera figure come Ángel Zárraga, Roberto Montenegro, Diego Rivera e David Alfaro Siqueiros, attivi nei circuiti culturali europei.

Rivera giunse in Europa nel 1907 grazie a una borsa di studio concessa da Teodoro A. Dehesa, governatore dello Stato di Veracruz. Tra Spagna e Francia attraversò diverse fasi stilistiche, dal Simbolismo al Cubismo fino alle principali esperienze d’avanguardia. A Madrid, Rivera entrò nello studio di Eduardo Chicharro, figura centrale dell’accademismo spagnolo e futuro direttore dell’Accademia di Roma.

Il contatto con la tradizione figurativa spagnola e in particolare con le opere di Francisco Goya, Diego Velázquez ed El Greco, gli permise di approfondire la costruzione dello spazio pittorico, la gestione della luce e l’espressività formale. In questi anni anche le vedute urbane dall’alto e la complessità di città come Toledo alimentarono il suo interesse per la frammentazione dello spazio e la molteplicità dei punti di vista. Nel 1910 rientrò temporaneamente in Messico, poi lo scoppio della Rivoluzione messicana lo spinse a tornare nuovamente in Europa.

Ángel Zárraga, Le scimmie n.2 (Scimmia pittrice), 1916, olio su tela.
Ciudad de México, Colección Manuel Reyero
| © Riproduzione riservata 
David Alfaro Siqueiros, Bambino contadino, 1953, olio su tela | © Riproduzione riservata 
María Izquierdo, Credenza, 1947, olio su tela | © Riproduzione riservata 

All’inizio del XX secolo Parigi si era affermata come principale centro delle avanguardie artistiche, con una fitta rete di accademie, gallerie e saloni indipendenti. Numerosi artisti messicani vi si stabilirono, tra cui Ángel Zárraga. L’arrivo stabile di Diego Rivera, tra il 1909 e il 1911, segnò la sua piena immersione in questo contesto. Stabilitosi a Montparnasse con la pittrice russa Angelina Beloff, Rivera entrò in una comunità cosmopolita che comprendeva Amedeo Modigliani, Tsuguharu Foujita, Guillaume Apollinaire, Juan Gris e Pablo Picasso.

Tra il 1913 e il 1917 realizzò oltre cento opere cubiste, diventando una presenza significativa della scena parigina. Intorno al 1918 Rivera iniziò a distaccarsi dal Cubismo, avvicinandosi a Paul Cézanne e al cosiddetto “ritorno all’ordine”, orientamento che nel dopoguerra recuperava equilibrio compositivo e tradizione figurativa.

L’esperienza europea degli artisti messicani non fu soltanto un momento di sperimentazione d’avanguardia, ma anche un ritorno consapevole alla tradizione classica. Nel caso di Diego Rivera, questo ritorno coincise con l’abbandono progressivo del Cubismo e con una nuova attenzione alla composizione. Nel 1920, con il sostegno di José Vasconcelos, ministro della pubblica istruzione, compì un viaggio di studio in Italia, analizzando l’opera di Giotto, Masaccio e Michelangelo Buonarroti. I suoi schizzi e appunti documentano riflessioni su luce, scala monumentale e composizione, elementi fondamentali per la futura concezione del murale come pittura integrata nell’architettura.

Durante questo viaggio realizzò anche studi di sculture e reperti archeologici, reinterpretando l’antico con uno sguardo moderno. Tra questi, uno schizzo del busto di Epicuro conservato ai Musei Capitolini rivela una rielaborazione personale del modello classico.

Con Diego Rivera tra i suoi protagonisti più emblematici, la cosiddetta Escuela Mexicana de Pintura rappresenta uno dei momenti cardine dell’arte moderna in America Latina. Il fenomeno fu definito “Rinascimento messicano” da studiosi come Anita Brenner e Jean Charlot.

Al centro di questa stagione si collocano il recupero del passato mesoamericano, la valorizzazione delle tradizioni popolari e la progressiva centralità iconografica di popolazioni indigene, contadini e lavoratori, divenuti soggetti fondamentali di un nuovo immaginario nazionale.

Nel clima postrivoluzionario, la pittura murale riacquistò una funzione pubblica e pedagogica. Nel 1921 José Vasconcelos promosse un vasto progetto culturale con l’obiettivo di costruire un’unità simbolica della nazione attraverso l’arte. In questo contesto furono coinvolti numerosi artisti – tra cui Rivera, allora ancora in Europa – chiamati a intervenire sulle superfici di scuole ed edifici pubblici, trasformando l’immagine in strumento educativo in un Paese caratterizzato da diffusi livelli di analfabetismo.

Il muralismo si affermò rapidamente anche sul piano internazionale, articolandosi in posizioni estetiche e ideologiche differenti e includendo figure straniere come Jean Charlot. Accanto ai cosiddetti “Tre Grandi” – Rivera, José Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros – che guidarono i principali cicli monumentali in Messico e all’estero, operarono artisti come Rufino Tamayo, María Izquierdo, Manuel Rodríguez Lozano, Agustín Lazo e Frida Kahlo, impegnati in percorsi più introspettivi e sperimentali.

Questa sezione riunisce opere che affrontano i principali nodi del Messico postrivoluzionario: la costruzione del nazionalismo culturale, l’emergere del muralismo, la modernità urbana, il mondo rurale e le sue comunità, insieme alle tensioni e alle criticità che accompagnarono tale trasformazione.

Lo scoppio della Rivoluzione messicana nel 1910 e la violenza del decennio successivo segnarono in profondità la produzione artistica del Paese. Alcuni autori, come Gerardo Murillo, Orozco e Siqueiros, furono direttamente coinvolti nel conflitto; altri, come Rivera, ne seguirono gli sviluppi dall’Europa. In ogni caso, la Rivoluzione fu interpretata tanto come processo di trasformazione sociale quanto come esperienza segnata da violenza e da un elevato costo umano. In particolare, Orozco sviluppò una lettura critica della fase postrivoluzionaria, rappresentando con durezza i margini urbani, la prostituzione, le proteste sociali e la precarietà del lavoro operaio.

Nel Messico del primo dopoguerra, la costruzione dell’identità nazionale si consolidò a partire dal 1921, quando l’istituzionalizzazione degli ideali rivoluzionari e la creazione della Secretaría de Educación Pública diedero forma a un vasto progetto culturale di Stato. Sotto la guida di José Vasconcelos, tali iniziative si tradussero in un programma educativo capillare.

Part. di Diego Rivera, Donna seduta con fiori, 1944, olio su tela | © Riproduzione riservata 
Gabriel Fernández Ledesma, Paesaggio industriale, ca. 1929, olio su tela. Ciudad de México | © Riproduzione riservata 
Part. di Diego Rivera, Lucilla e i Giuda (fantocci rituali in cartapesta), 1954, olio su tela. Ciudad de México, Colección Acervo Patrimonial. Secretaría de Hacienda y Crédito Público, inv. 10301961 | © Riproduzione riservata 

In questo contesto, artisti come Saturnino Herrán, Frida Kahlo, Rivera, Roberto Montenegro, Tamayo, María Izquierdo e Jean Charlot svilupparono linguaggi che integravano artigianato, ambienti rurali e dimensione religiosa. L’arte popolare fu progressivamente riconosciuta come una fonte autentica di significato estetico e culturale. La rappresentazione di figure indigene, mestieri, abiti tradizionali, danze e ritualità segnò un cambiamento decisivo di prospettiva.

Rivera e altri artisti seppero intrecciare questa dimensione locale con le esperienze delle avanguardie internazionali, elaborando una moderna idea di mexicanidad, nella quale diversità etnica, artigianato e vita quotidiana assumono un ruolo centrale nella pittura murale, nella grafica e nelle opere da cavalletto.

La trasformazione della città moderna modificò radicalmente l’esperienza quotidiana. Elettrificazione, industrializzazione, nuovi mezzi di trasporto e crescita metropolitana diedero forma a un paesaggio urbano dinamico, attraversato da contraddizioni tipiche della modernità.

Mentre alcuni artisti denunciarono disuguaglianze e precarietà sociale, altri rivolsero l’attenzione a dimensioni più introspettive, immaginative o sperimentali. In questo scenario, Rivera assume una posizione centrale non solo come figura propulsiva dell’arte nazionale, ma anche come punto di riferimento spesso percepito in chiave dialettica rispetto alla Escuela Mexicana de Pintura.

Dopo gli anni Venti, la scena artistica messicana si sviluppò sotto la forte influenza del sostegno istituzionale allo sviluppo del Muralismo e del Realismo sociale, assunti come paradigmi di un’arte nazionale impegnata nella trasformazione culturale del Paese. Tuttavia, accanto alla produzione ufficiale, una generazione di artisti sviluppò ricerche introspettive, simboliche e sperimentali, rileggendo il popolare, il festivo e il quotidiano attraverso prospettive individuali e spesso profondamente soggettive.

Tra gli anni Trenta e Quaranta, l’arrivo in Messico di artisti europei in esilio arricchì ulteriormente il panorama culturale, introducendo poetiche di matrice surrealista e metafisica. Sebbene Diego Rivera fosse prevalentemente associato a un’arte dal forte impegno sociale, egli partecipò attivamente anche al dibattito internazionale sul Surrealismo. Favorì la visita di André Breton nel 1938, facilitò il suo incontro con Lev Trotsky e prese parte all’Exposición Internacional del Surrealismo del 1940 a Città del Messico, realizzando inoltre opere che dialogano con l’universo onirico e irrazionale del movimento.

Le opere qui presentate evidenziano come le correnti fantastiche, metafisiche e surrealiste abbiano ampliato in modo decisivo l’orizzonte della modernità messicana, mettendo in discussione l’egemonia del Realismo sociale e restituendo un panorama artistico plurale, sperimentale e profondamente connesso ai circuiti internazionali dell’avanguardia.

Tra le espressioni più peculiari della pittura messicana si distingue, infine, l’arte fantastica, una tradizione radicata nell’immaginario del Paese sin dall’antichità. Questo linguaggio visivo esplora le dimensioni dell’onirico, dell’immaginario e del grottesco attraverso scene irreali, atmosfere perturbanti e figure mitiche che affondano le proprie origini tanto nel Messico preispanico quanto nella cultura popolare. Le opere di María Izquierdo, Antonio Ruiz e Juan Soriano – qui riunite insieme ad altri autori affini – costruiscono costellazioni visive in cui natura morta, paesaggio e ritratto diventano dispositivi di trasformazione simbolica.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la mostra è realizzata in collaborazione con MetaMorfosi Eventi e con il Museo Kaluz di Città del Messico, con il supporto di Zètema Progetto Cultura e il patrocinio dell’INBAL – Instituto Nacional de Bellas Artes y Literatura del Messico – e dell’Ambasciata del Messico in Italia.

La curatela è affidata a Miguel Fernández Félix, direttore del Museo Kaluz e ad Alberto González Torres, direttore del Museo Robert Brady, che hanno costruito un percorso capace di restituire al pubblico la ricchezza e la complessità di una delle più significative vicende artistiche del XX secolo.

Andrete a vedere la mostra Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo ai Musei Capitolini – Villa Caffarelli a Roma? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

Informazioni utili sulla mostra

Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo
A cura di Miguel Fernández Félix e Alberto González Torres
Dal 9 giugno al 13 dicembre 2026
Musei Capitolini - Villa Caffarelli
Piazza del Campidoglio 1, 00186 Roma
Orari: tutti i giorni dalle 09:30 alle 19:30. Ultimo ingresso un'ora prima della chiusura.
Biglietto: intero solo mostra 15€ / ridotto solo mostra 13€.
Sito web

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