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  >  Lifestyle   >  Eventi   >  L’ultimo Matisse – Morfologie di carta: la mostra dedicata alla fase più radicale del pittore francese
Dal 28 febbraio al Museo Storico della Fanteria l’esposizione sull’ultimo periodo di Henri Matisse: oltre 100 opere dai papiers découpés a Jazz, mostrando come la riduzione formale diventi un atto di concentrazione estrema del linguaggio moderno.

C’è un’abitudine critica che torna con regolarità quando si affronta la fase finale di un artista: leggerla come una perdita progressiva di complessità, come una riduzione forzata e come una coda biologica dell’opera. Nel caso di Henri Matisse, questa lettura non solo è insufficiente, ma rischia di capovolgere il senso stesso della sua ricerca. “L’ultimo Matisse” non è una diminuzione, bensì una fase di massima intensificazione del linguaggio dell’artista francese.

La mostra L’ultimo Matisse – Morfologie di carta, che apre oggi al pubblico al Museo Storico della Fanteria di Roma, lavora esattamente su questo cambio di prospettiva: sottrae l’idea di epilogo per restituire quella di soglia. Una soglia in cui il limite fisico, la malattia, la riduzione del gesto non producono un arretramento, ma una riorganizzazione radicale dei mezzi espressivi.

L’esposizione – con oltre cento opere provenienti da collezioni private – è prodotta da Navigare Srl, curata da Vittoria Mainoldi, promossa dal Ministero della Difesa ed è patrocinata dalla Regione Lazio e dalla Città di Roma con Assessorato alla Cultura.

Dal fauvismo alla “seconda vita”: ridurre per intensificare

Quando, nel 1905 al Salon d’Automne, Louis Vauxcelles definì “fauves” Matisse e i suoi compagni, fissò un’immagine destinata a diventare fondativa: colore puro, superficie piatta e rifiuto dell’illusione prospettica. Ma quella conquista non si esaurì nel fauvismo.

A partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale, l’artista inaugura una lunga stagione – spesso definita “nizzarda” – che durerà quasi trentacinque anni, molto più estesa rispetto agli anni delle avanguardie parigine. È un periodo di apparente stabilità, ma in realtà di profonda rielaborazione: il linguaggio si sposta e sperimenta altri supporti. Disegno, grafica, editoria, libri d’artista, scenografie e costumi teatrali: estensioni coerenti di una stessa ricerca.

L’ultimo Matisse – Morfologie di carta al Museo Storico della Fanteria di Roma | © Serena Annese
L’ultimo Matisse – Morfologie di carta al Museo Storico della Fanteria di Roma | © Serena Annese

Dai suoi moltissimi libri e dalle opere su carta, tutte diverse per stile e tecnica, emerge una sensibilità così spiccata per linea e colore da rendere impossibile collocare Matisse all’interno di una corrente univoca. La sua è una ricerca architettonica dell’essenziale, una costruzione per sottrazione che porta alle estreme conseguenze la lezione fauve, anziché abbandonarla.

Negli anni Quaranta e Cinquanta, la malattia – un tumore diagnosticato nel 1941 che lo costringe a due interventi e infine alla sedia a rotelle – conduce Matisse verso una concentrazione estrema. Privata del gesto pittorico tradizionale, la pittura si reinventa come atto mentale.

Uno dei punti che la mostra chiarisce con forza è che, per Matisse, il disegno non è mai stato una fase preparatoria. Fin dall’inizio del Novecento, la linea è uno spazio di conoscenza autonoma. I suoi quaderni testimoniano sessioni di lavoro lunghissime, in cui lo stesso soggetto viene ripetuto decine di volte, non per affinamento tecnico, ma per eliminazione progressiva del superfluo.

L’artista sostituisce il pennello con le forbici e la tela con la carta. Dipinge a guazzo grandi fogli  colorati che, una volta asciutti, ritaglia e ricompone. Nascono così i papiers découpés o cut-outs: materiali modesti e tecniche elementari che generano opere complesse, frutto di una lunga elaborazione e di un immenso lavoro di sottrazione. Matisse stesso definì questo processo “Disegnare con le forbici”; una dichiarazione di poetica in cui il colore genera la forma. È una logica evoluzione del suo percorso, non una rottura: l’esito coerente di decenni di ricerca sulla relazione tra forma e spazio.

Attraverso il disegno e la grafica, Matisse lavora esplicitamente sul limite: il limite della linea, del contorno e della definizione. La linea, apparentemente fluida e naturale, è quasi sempre il prodotto di una drastica eliminazione del superfluo. Se nella pittura precedente l’immagine funzionava spesso per accumulazione, nelle opere su carta Matisse sembra invece fermarsi nel momento esatto in cui riconosce l’equilibrio raggiunto.

La mostra “L’ultimo Matisse Morfologie di carta” a Roma: quattro sezioni per leggere l’ultimo Matisse

La mostra, articolata in quattro sezioni – Verve, Libri d’artista, Jazz, Il disegno – riunisce oltre cento opere e si concentra sull’ultimo periodo di Henri Matisse, forse il più florido e originale della sua carriera.

Il percorso non va letto come una progressione cronologica o tematica, ma come una serie di variazioni intorno ad un’unica tematica: come rendere visibile la struttura profonda dell’immagine quando tutto il superfluo viene eliminato.

Verve e Matisse: la stampa d’arte come spazio di sperimentazione moderna

La collaborazione con Verve, fondata nel 1937 dall’editore Efstratios Tériade, è decisiva. Verve diviene per l’artista un laboratorio editoriale per la ridefinizione del rapporto tra opera e riproduzione. Definita “la più bella rivista del mondo”, Verve concepisce la stampa come spazio autonomo di creazione.

Fotografie a tutta pagina stampate in rotocalco convivono con litografie originali realizzate dallo stampatore Fernand Mourlot. Tra i collaboratori figurano artisti come Picasso, Chagall, Braque, Miró, Léger, Bonnard, Rouault, Klee, Giacometti, Kandinsky e scrittori come Sartre, Valéry, Hemingway, Joyce, Camus e Lorca.

Henri Matisse, Le Clown, Plate I, tratta da Jazz. Edizione facsimile dell’originale del 1947, George Braziller for The Museum of Modern Art, 1983 | © Serena Annese
Henri Matisse, Eva. Tratta da cartella “Dessin”, Litografia da originale del 1921. Ed. Otsuka, Japan 1951,  36 x 25,3 cm | © Serena Annese

La collaborazione più duratura è però quella con Matisse, a cui Tériade affida la copertina del primo numero. Il doppio numero XX–XXI del 1958,Verve. Le dernier œuvre de Matisse, pubblicato quattro anni dopo la sua morte, è il suo testamento visivo. Qui l’artista conquista quella che definisce una “nuova libertà”: creare immagini pienamente bidimensionali, liberate dal cavalletto e senza sacrificare l’intensità cromatica.

I libri d’artista di Matisse: dialogo tra parola, segno e pagina bianca

La seconda sezione si inserisce nella tradizione del livre de peintre, inaugurata da Ambroise Vollard e sviluppata teoricamente da Daniel-Henry Kahnweiler. Qui il libro non è semplicemente illustrato, ma è un oggetto autonomo, frutto di una collaborazione paritaria tra testo e immagine.

Matisse realizza oltre dieci libri d’artista: dalle Poésies di Stéphane Mallarmé (1932) all’Ulysses di Joyce (1935), fino a Lettres Portugaises e Une fête en Cimmérie di Georges Duthuit. Nei ritratti Inuit, la linea continua evoca stati emotivi più che descrivere fisionomie: il foglio bianco diventa parte attiva della composizione.

Jazz di Matisse: colore puro, improvvisazione visiva e affermazione etica

Il fulcro della mostra è Jazz, realizzato tra il 1943 e il 1944 e pubblicato nel 1947. Inizialmente intitolato Le Cirque, il libro assume il nome Jazz per sottolineare l’analogia tra improvvisazione musicale e improvvisazione visiva controllata.

I colori sono puri, le forme essenziali e i testi manoscritti convivono con le immagini in una tensione calibrata. In piena Seconda Guerra Mondiale, Jazz diviene quasi una presa di posizione: una vitalità cromatica che si impone come scelta etica prima ancora che formale. Il colore piatto e assoluto è un’affermazione contro la logica del tragico dominante.

Il disegno: carboncini, nudi e astrazione negli anni Quaranta

La sezione finale ribadisce che per Matisse il disegno è sempre stato opera autonoma. Nei grandi carboncini degli anni Quaranta, spesso realizzati con strumenti fissati a canne di bambù, la linea raggiunge una libertà assoluta. I nudi femminili sono ridotti a poche linee sicure e irrevocabili: il corpo è tracciato come campo di energia. La forma sfiora l’astrazione senza dissolversi. Il bianco della carta dialoga con il nero del segno in un controcanto continuo.

In questo senso, parlare di “ultimo” Matisse significa spostare lo sguardo da una cronologia a una condizione. Nella sua ultima fase non c’è nostalgia della pittura, ma una ridefinizione dei mezzi e una messa a punto. Il colore, liberato dal supporto tradizionale, diventa un profondo spazio operativo; la linea, ridotta all’essenziale, non ha più il compito di descrivere, ma afferma un concetto.

Ogni elemento superfluo viene espulso affinché la forma possa mostrarsi nella sua necessità. È forse in questa economia radicale che l’opera di Matisse tocca il suo punto di massima realizzazione. L’ultimo Matisse non conclude nulla, ma conduce il linguaggio ad una dimensione in cui non è più possibile fingere.

Andrete a vedere la mostra L’ultimo Matisse – Morfologie di carta al Museo Storico della Fanteria a Roma? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

Informazioni utili la mostra

L’ultimo Matisse - Morfologie di carta
A cura di Vittoria Mainoldi
Dal 28 febbraio 2026 al 28 giugno 2026
Museo Storico della Fanteria dell’Esercito Italiano.
Piazza Santa Croce in Gerusalemme 7, 00182 Roma (RM)
Orari: dal lunedì al venerdì dalle 09:30 alle 19:30, sabato, domenica e festivi dalle 09:30 alle 20:30. Ultimo ingresso 30 minuti prima della chiusura.
Biglietto: intero weekend e festivi 15€ / intero feriali 13€ / Biglietto ridotto (da lunedì a domenica) 10€. Per verificare le condizioni di riduzione o gratuità, consultare il sito ufficiale.
Sito web

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