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Itinerario per visitare Sarajevo in tre giorni. Visitare la “Gerusalemme d’Europa” tra moschee, chiese cattoliche e ortodosse e la sua deliziosa tradizione gastronomica.

Non ci sono molte città al mondo in cui, in cento passi, si può incrociare il suono di un muezzin, le campane di una chiesa e il silenzio solenne di una sinagoga. Sarajevo è una di queste. È qui che l’Oriente si sfiora con l’Occidente, dove i mondi non si scontrano ma si intrecciano, come fili colorati di un tappeto antico.

La chiamano “Gerusalemme d’Europa”, un nome che racchiude coesistenza e dolore, tolleranza e fratture. Il cuore pulsante di questa città multiforme è la Baščaršija, il vecchio bazar ottomano. Un dedalo di viuzze lastricate, botteghe che profumano di rame e spezie, caffetterie dove il tempo trascorre lento in compagnia di una tazzina di caffè bosniaco. 

Sarajevo è una città doppia: ottomana e asburgica, e tra le due corre – invisibile ma netta – la Sarajevo Meeting of Cultures, una linea simbolica tracciata sull’asfalto che segna l’incontro tra due mondi. Ci si arriva percorrendo Ferhadija, il corso pedonale animato da caffè e librerie, finché non ci si ritrova nella piazza della Sebilj, la famosa fontana di legno. È lì che l’aria cambia: lo senti nell’odore del pane caldo, nel ritmo delle parole, nella geometria dei palazzi.

Ivo Andrić, scrittore e Premio Nobel per la letteratura, diceva che Sarajevo ha “due volti: uno oscuro e severo, l’altro luminoso e amabile”. E aveva ragione. C’è una malinconia silenziosa in alcune sue strade, ma anche una luce calda che filtra dalle finestre, un’umanità disarmante che ti accoglie anche se sei solo di passaggio. Andare a Sarajevo è accettare di non capirla fino in fondo, ma è anche lasciarsi trasformare. Bisogna arrivarci con rispetto, in punta di piedi, pronti ad ascoltare le sue storie, e soprattutto il suo silenzio.

Cenni storici su Sarajevo

Sarajevo si presenta come un mosaico urbano plasmato attraverso tre distinte epoche di crescita. L’antica città, attraversata dalla storia fin dall’età della pietra, ha visto emergere tracce del suo passato romano dalle fondamenta, soprattutto nei mosaici e nei capitelli rinvenuti a Ilidža, oggi famosa per le sue acque termali.

Durante il Medioevo, Sarajevo fu influenzata da flussi migratori e conflitti. La sua vera trasformazione ebbe inizio con l’arrivo dell’Impero ottomano nel XV secolo, ma fu nel XVI secolo che Gazi Husrev-beg, governatore dell’Impero Ottomano, ne ridisegnò i suoi confini, trasformando un piccolo villaggio in una città viva, fiera e strategica.

Nel 1699, le fiamme della spedizione di Eugenio di Savoia rasero al suolo la città. La ricostruzione fu lenta e non fu pienamente compiuta. Poi, nel 1878, arrivarono gli austriaci con la visione di una capitale mitteleuropea. Accanto ai minareti spuntarono guglie neogotiche, facciate liberty, ponti in ferro e maioliche floreali. Tuttavia, il destino di Sarajevo fu scosso drammaticamente nel 1914, quando l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo innescò la scintilla della prima guerra mondiale. 

Il ventesimo secolo portò rapidi cambiamenti: l’era socialista vide l’espansione industriale e la preparazione dei Giochi olimpici invernali del 1984, mentre l’ascesa delle tensioni etniche negli anni ’90 portò a un assedio brutale che devastò gran parte della città. Il 6 aprile 1992, la città fu colpita e assediata dalle truppe serbe, segnando l’inizio della guerra in Jugoslavia, che terminò solo nell’ottobre del 1995. La Biblioteca Nazionale, la Moschea di Gazi Husrev-beg e il tessuto urbano stesso furono ferocemente colpiti, segnando un periodo buio nella storia di Sarajevo.

Tuttavia, la forza della città si manifestò nella sua rapida ricostruzione. Oggi la città è un mosaico ricomposto con pazienza. Molti edifici sono stati restaurati, mentre altri – soprattutto nella città nuova – mostrano ancora ferite aperte, accanto a moderni centri commerciali e nuove costruzioni.

PRIMO GIORNO

Il viaggio a Sarajevo inizia tra i tavoli colorati di Mrvica Old Town (Jelića), il locale ideale per concedersi colazioni dolci e salate. Organizzato in due zone, offre una pasticceria con dolci invitanti e un bar con un’atmosfera accogliente.

Ferhadija: l’anima mitteleuropea di Sarajevo

Sarajevo è idealmente divisa in due anime – Oriente e Occidente, memoria e presente – dall’elegante arteria pedonale di Ferhadija, circondata da palazzi con stucchi liberty, vetrine moderne, negozi internazionali, bar all’aperto ed eleganti caffè. Ferhadija è considerata la via dello shopping, ma appena si osserva con maggiore attenzione, si notano diverse testimonianze della storia della città. Tra queste, la Vječna vatra – la “Fiamma Eterna” – che dal 1946 arde ininterrotta in memoria delle vittime della Seconda Guerra Mondiale. Il 6 aprile viene decorata con fiori per ricordare la liberazione, ma anche per onorare chi, decenni dopo, ha perso la vita sotto l’assedio più lungo della storia moderna.

A pochi passi dalla Fiamma Eterna, si trova l’Hotel Hecco Deluxe (Ferhadija 2). Qui, salendo fino all’ultimo piano, si raggiunge un bar panoramico perfetto per ammirare Sarajevo in tutta la sua bellezza.

La Vječna vatra non è l’unico monumento commemorativo della Ferhadija. Proprio in questa via, il 27 maggio 1992, un colpo di mortaio squarciò la fila silenziosa di civili che attendevano il pane. Ventisei morirono, più di cento rimasero feriti. Il massacro fu ripreso dalle telecamere e fece il giro del mondo, accendendo una luce cruda e brutale sulla tragedia bosniaca

Oggi, in quel punto, l’asfalto è segnato da una macchia rossa di resina: è una delle tante Sarajevske Ruže – ‘Rose di Sarajevo’ – gli oltre 200 crateri causati dalle esplosioni, che i cittadini hanno trasformato in memoriali urbani, fiori di sangue incastonati nel cemento. 

Più avanti, Ferhadija si apre in piazza Grg Martić. È qui che si staglia, austera e affascinante, la Cattedrale del Sacro Cuore, simbolo della Sarajevo cattolica e dell’ambizione imperiale dell’Austria-Ungheria.

Katedrala Srca Isusova: simbolo della Sarajevo asburgica

La costruzione della Cattedrale, avvenuta tra il 1884 e il 1889, fu affidata alle mani sapienti dell’architetto Josip Vancaš, mente brillante dell’architettura mitteleuropea, che immaginò un tempio in stile neogotico con elementi romanici, ispirandosi alla Notre-Dame di Digione. Una chiesa che doveva essere grande, austera, eloquente: un simbolo. La facciata, severa e maestosa, è incorniciata da due torri gemelle che si sollevano sopra la città. All’interno, lo spazio si divide in tre navate sorrette da grandi colonne, dove la luce filtra attraverso le vetrate dell’abside ottagonale, colorando le scene della vita di Cristo e dei santi.

La cattedrale, oggi perfettamente restaurata dopo le ferite della guerra, è tornata a splendere come simbolo di resistenza e di rinascita, ma anche dell’identità multiculturale di Sarajevo. Non a caso, il suo profilo è inciso nello stemma del Cantone e le torri compaiono sulla bandiera cittadina.

Nota per i visitatori: essendo un luogo sacro, le fotografie sono consentite solo al di là del vetro all’ingresso.

Nello spazio antistante alla chiesa, si trova la statua di papa Giovanni Paolo II. È un segno profondo di gratitudine, che celebra le parole di conforto pronunciate dal pontefice durante l’assedio e la sua visita coraggiosa avvenuta nel 1997. L’opera, scolpita con sensibilità dal giovane artista Hrvoje Urumović, fu inaugurata nel 2014. Inoltre, sull’asfalto e in perfetto asse con il portale d’accesso alla cattedrale, c’è una delle Rose di Sarajevo, che ricorda come nessun luogo fu risparmiato.

Indirizzo: Trg Fra Grge Martića 2, Sarajevo 71000, Bosnia ed Erzegovina 
Orari: è aperta da martedì a domenica dalle 9:00 alle 17:30.

Nei pressi della Cattedrale, nascosta in un palazzo elegante, si trova la Galerija 11/07/95, uno spazio di arte e memoria che racconta il massacro di Srebrenica. Attraverso fotografie, filmati e testimonianze, la mostra dà voce a chi non ne ha più, in un percorso immersivo che scuote e commuove. È un invito a ricordare, a non voltarsi mai dall’altra parte.

Indirizzo: Trg Fra Grge Martića 2, Sarajevo 71000, Bosnia ed Erzegovina
Orari: è aperta tutti i giorni dalle 10:00 alle 20:00.
Biglietto: 10 KM (5€)
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Gradska tržnica Markale: l’elegante mercato coperto di Sarajevo

La storia di Gradska tržnica Markale ebbe inizio sul finire dell’Ottocento, in un’epoca di rinascita urbana dopo un incendio devastante che aveva lasciato un vuoto. Era il 1894 quando le autorità austro-ungariche approvarono il progetto per un mercato coperto, sul modello delle grandi hall europee. L’edificio fu completato l’anno successivo e si presentava come un “tempio del commercio”: elegante, funzionale, innovativo. L’architetto August Butsch disegnò una struttura in stile neorinascimentale, con una facciata ad archi che richiama l’antica architettura classica. Ma fu all’interno che l’edificio rivelò il suo spirito moderno: volte alte, una struttura a traliccio in acciaio e legno – un’assoluta novità per Sarajevo – e un orologio in stile liberty.

Il mercato, lungo Ferhadija, fu pensato come una risposta all’esplosione del commercio cittadino: un unico spazio coperto dove concentrare le attività di macellai e fruttivendoli che fino ad allora avevano affollato le vie della vecchia Baščaršija. Da allora, Markale è diventato un punto di riferimento e un rifugio quotidiano per gli abitanti di Sarajevo. Sopravvissuto a guerre e incendi, continua a essere un luogo di storie quotidiane e un’autentica esperienza sensoriale: le voci dei venditori e il profumo dei salumi e dei formaggi appena tagliati.

Indirizzo: Ferhadija 7, Sarajevo 71000, Bosnia ed Erzegovina 
Orari: aperta tutti i giorni dalle 7:00 alle 17:00
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Pijaca Markale: cuore ferito e pulsante di Sarajevo

Pijaca Markale è un nodo emotivo nella mappa della città, un luogo in cui la quotidianità prosegue, al di sopra di una cicatrice ancora viva. A due passi dalla cattedrale, si viene accolti da un’esplosione di colori e voci. Frutti di bosco scuri come inchiostro, appena trasportati dalle montagne circostanti, si mescolano al rosso vivido dei pomodori e al verde brillante dei peperoni. La vita, qui, ha ancora il ritmo delle stagioni, che si riflette sul volto delle persone.

Eppure, basta volgere lo sguardo in fondo alla piazza, verso un muro rosso, per ricordare. Lì, dove il 5 febbraio 1994, una granata spezzò il mercato e la vita di 68 civili e dove altri 43 morirono in un secondo attacco, il 28 agosto dell’anno successivo. Erano madri, padri, bambini, venditori, acquirenti. Gente qualunque. Gente che quel giorno si trovava lì per comprare una mela, un fiore, forse per salutare un amico. Oggi i loro nomi sono incisi su una lapide, vicino a una rosa di Sarajevo: una ferita nell’asfalto riempita con resina rossa e da una riproduzione di un ordigno, simbolo della tragedia.

Sarajevo, nostalgia in 30 metri quadri: il museo di Tito

Nascosto dietro una porticina anonima in un cortile interno, al numero 13 di Ferhadija, c’è un museo particolare, ma non nel senso classico del termine. È più simile a un frammento di vita congelato nel tempo in un appartamento di appena trenta metri quadri. Troppo piccolo per una famiglia numerosa, anche ai tempi della Jugoslavia, ma oggi sufficiente per ospitare un’esplosione ordinata di oggetti, cimeli e memorie. Si tratta del Museo Tito di Sarajevo.

Due stanze soltanto, ma un’intera epoca compressa tra le loro pareti: la Jugoslavia degli anni ’60, ’70 e ’80; quella delle cartoline rosse e delle vacanze sul mare adriatico, delle tessere scolastiche e dei pionieri con il fazzoletto al collo, della lavatrice Gorenje e dello špajz, la dispensa tipica ricreata con cura quasi maniacale.

Qui, la figura di Tito è un’ombra discreta. Non invade la scena come ci si aspetterebbe da un museo che porta il suo nome. È presente con le sue foto ufficiali, qualche busto e una spruzzata di retorica, ma il vero protagonista è il mondo intorno a lui: la vita quotidiana sotto il suo regno. Un mondo fatto di piccoli oggetti dimenticati che, riuniti insieme, costruiscono una narrazione più potente di mille pannelli esplicativi.

Perché di pannelli, in effetti, non ce ne sono. Non troverete guide, né personale, né spiegazioni. Tutto funziona digitalmente: si accede e si gira in autonomia, armati solo di telefono e QR code. Un’esperienza essenziale, eppure proprio questa assenza di mediazione lascia spazio alla suggestione. Il piccolo “museo” si presenta come una trappola per turisti – e forse lo è – ma è anche un gesto di resistenza e memoria. All’uscita, la porta si richiude e ci lascia con la sensazione di aver frugato per qualche minuto nel cassetto dei ricordi altrui.

Indirizzo: Ferhadija 13, Sarajevo 71000, Bosnia ed Erzegovina
Orari:
aperta tutti i giorni dalle 9:00 alle 22:00. 
Biglietto: 10 KM (5€) / si può pagare solo con carta.

Il momento del pranzo è arrivato e senza allontanarci da Ferhadija, si possono trovare molte alternative per mangiare. The Singing Nettle (Petrakijina 1) è senza dubbio uno dei ristoranti più interessanti della città. Situato centralmente, offre un ambiente raffinato e una cucina variegata che spazia dalle proposte vegane a piatti di carne e pesce di alta qualità. Qui l’ingrediente protagonista – come suggerisce il nome – è l’ortica, che viene proposta in sorprendenti varianti, ma senza allontanarsi molto dalla cucina tradizionale.

Se si è alla ricerca di un pub dove bere un’ottima birra e gustare degli eccellenti hamburger, Gastro pub Fabrika (Ferhadija 12) è un’opzione perfetta. In particolare il cheeseburger si distingue per sapore e abbondanza.

Proseguiamo lungo la Ferhadija, per raggiungere un altro dei simboli storici di Sarajevo, il Latinska ćuprija – “Ponte Latino” – dove nel 1914 l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo e la moglie Sophie furono uccisi per mano di Gavrilo Princip, uno studente serbo di diciannove anni. La famosa “goccia che fece traboccare il vaso” e che portò alla Prima Guerra Mondiale.

Despić Kuća: testimonianza storica sulle rive del Miljacka

Proprio dove il Ponte Latino getta il suo arco tra le sponde del fiume Miljacka, si trova la Despić kuća. Costruita in tre fasi, a partire dal XVII secolo, l’abitazione è un esempio raro e prezioso della residenza urbana di una famiglia ortodossa nell’epoca ottomana. Ma non è solo l’architettura a renderla speciale. A donarla alla città fu la famiglia Despić, tra le più influenti dinastie di mercanti della Sarajevo ottocentesca, nonché pionieri della vita teatrale cittadina. Furono loro, in queste stanze, a mettere in scena le prime rappresentazioni amatoriali della Bosnia-Erzegovina.

C’è una storia ancora più antica dietro il nome Despić. Tutto cominciò con Rista Sljepčević, arrivato dall’Erzegovina orientale, che a Sarajevo sposò una donna del posto, Despa. I loro figli, nati da questa unione, diedero origine a un cognome nuovo: Despić. È da lì che parte la stirpe, e con essa una tradizione di apertura e scambio che si rispecchia nelle pareti stesse della casa. Nel 1967, i discendenti della famiglia emigrarono in Belgio e donarono la dimora alla città, insieme a un altro edificio vicino, oggi sede del Museo della Letteratura e delle Arti Teatrali.

Il cuore pulsante di questa casa è la “Sala Grande”, un salone teatrale realizzato all’inizio del XIX secolo. Qui si recitavano testi di Kosta Filipović, si dava voce a Jovan Sterija Popović, si rideva, si piangeva e si immaginava. A interpretare i ruoli principali era spesso lo stesso Mićo Despić, il capofamiglia, attore per passione e mecenate per vocazione. Questo era il “Teatro nella Casa dei Fratelli Despić”, attivo fino al 1878, quando l’impero austro-ungarico arrivò a riscrivere le regole.

Salendo al piano superiore si raggiunge la stanza di Hadži Makso Despić, detto “Kubelija”. Qui, una stufa in terracotta convive con un orologio inglese, uno specchio veneziano riflette i colori di un lampadario in madreperla e un mobile intarsiato testimonia lunghi viaggi. Un equilibrio quasi mistico tra lo stile orientale e quello mitteleuropeo, che si prolunga nella “stanza di Baba” collegata da una scala nascosta dietro la musandra – un mobile a parete tipico delle case bosniache.

Durante la Guerra degli anni ’90, la casa subì gravi danni e rimase chiusa per quasi trent’anni. Ma nel 2001, restaurata con rispetto e dedizione, è stata riaperta al pubblico. I suoi oggetti – circa 600 tra arredi, documenti, quadri, manoscritti – sono oggi custoditi con cura come parte del Museo della Città di Sarajevo. La Casa Despić è stata riconosciuta come “Monumento Nazionale” nel 2005, non solo per il suo valore architettonico, ma per ciò che rappresenta nella memoria collettiva di Sarajevo.

Indirizzo: Despićeva 2, Sarajevo 71000, Bosnia ed Erzegovina
Orari: aperta da lunedì a sabato dalle 10:00 alle 16:00. Chiusa la domenica.
Biglietto: 10 KM (5€)
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Dopo la visita alla splendida Despić kuća, ci dirigiamo verso Franz & Sophie (Petrakijina 6), un luogo incantevole per gli amanti del tè, con una vasta selezione di infusi provenienti da tutto il mondo, oltre 400 varietà.

Per la cena, ci regaliamo una fantastica esperienza gastronomica tra le specialità locali da Nanina Kuhinja (Kundurdžiluk 35). Questa “trattoria” tipica è il posto ideale per assaporare autentici piatti bosniaci in un’atmosfera che ricorda una casa tradizionale. Da provare la Musaka od tikvica, una variante della Moussaka con zucchine, carne e uova, ma anche la Polenta poslužena sa pavlakom, un piatto a base di polenta e panna acida. Come dimenticare poi la Bosanska pita od špinata, una torta di pasta sfoglia farcita con spinaci e feta: fragrante ed equilibrata.

SECONDO GIORNO

Il secondo giorno a Sarajevo lo dedichiamo alla zona ottomana, dove si trova anche una delle migliori pasticcerie della città, Ramis (Sarači 1), aperta dal 1912 e perfetta per un dessert dopo cena o per una pausa caffè. Questa piccola pasticceria è un vero gioiello, oltre a essere il luogo ideale per chiunque desideri gustare i dolci tradizionali. L’atmosfera è accogliente e la selezione di dolci è variegata, come il trilece (pan di Spagna bagnato nel latte e cosparso di delizioso caramello) la tufahija (una mela intera cotta nello sciroppo e farcita con noci, cannella e panna montata) e la krempita, strati leggeri di pasta sfoglia che racchiudono un cuore generoso di crema pasticcera.

Bašcaršija: il respiro antico di Sarajevo

Nel punto in cui est e ovest si uniscono, al termine di Ferhadija, c’è la Moschea di Gazi Husrev Beg, un’oasi verdeggiante in un angolo asburgico, eretta nel 1562 da Ferhad-bey Vuković-Desisalić. La sua cupola, che un tempo rifletteva la luce su piombo, oggi svetta sobria e silenziosa, circondata da alberi e da un piccolo cimitero che protegge il luogo dal frastuono della città. La moschea si riconosce anche per la sua sahat-kula – ‘torre dell’orologio’ – la madrasa e la biblioteca.

Visita al museo di Gazi Husrev-Beg

Ospitato tra le antiche mura della Kuršumlija Medresa, costruita nel 1537, il Museo di Gazi Husrev-Beg ripercorre la vita di uno dei più grandi benefattori che Sarajevo abbia conosciuto. Gazi Husrev-Beg, governatore illuminato e visionario, modellò il volto della città ottomana con moschee, scuole, caravanserragli e fontane, lasciando un’eredità che ancora oggi definisce l’anima della capitale bosniaca. Il nome “Kuršumlija” richiama il piombo (kuršum) del suo tetto scintillante. 

Nelle stanze un tempo animate dalle voci degli studenti di teologia, si snoda oggi un piccolo percorso in otto tappe, ciascuna dedicata a un aspetto della straordinaria storia di Gazi Husrev-beg e del suo vakuf, il fondo di beneficenza che per secoli ha sostenuto l’istruzione, la cultura e la vita sociale di Sarajevo.

Le antiche “dershane“, piccole aule scolastiche, sono ora custodi di manoscritti rari, oggetti d’uso quotidiano e strumenti astronomici. In una sala particolare, la “muvekithana“, si possono ammirare gli antichi strumenti con cui, nel rispetto della tradizione islamica, si calcolavano con precisione i tempi della preghiera. Un’intera sezione è dedicata al doloroso assedio di Sarajevo degli anni Novanta, quando molte delle strutture erette grazie alla generosità di Husrev-Beg furono danneggiate o distrutte. Accanto al museo si trova la Haniqah, un antico centro sufi con il suo elegante colonnato: un luogo nato per la meditazione e la ricerca spirituale, oggi trasformato in spazio espositivo. Poco distante, dietro una facciata discreta, la Biblioteca Gazi Husrev-beg accoglie studiosi e curiosi, mescolando architettura contemporanea e storia antica.

Indirizzo: Gazi Husrev-begova 46, Sarajevo 71000, Bosnia ed Erzegovina
Orari: aperto da lunedì a venerdì dalle 8:00 alle 18:00, il sabato fino alle 15:00 e la domenica fino alle 13:00.
Biglietto: 5 KM (2,50€).

Siamo nella Baščaršija, il vecchio bazar ottomano sopravvissuto al tempo, alle guerre e ai cambiamenti. Il nome “Baščaršija” in turco significa “mercato principale” e ancora oggi, tra i bazar dei Balcani, quello di Sarajevo rimane il più elegante e il più ricco di memoria. 

Nata nel cuore dell’impero ottomano, la Baščaršija sfuggì miracolosamente ai piani austro-ungarici che avrebbero voluto cancellarla, sostituendo i suoi han, i suoi caffè, i suoi vicoli tortuosi con quartieri più “mitteleuropei”. Fu la tenacia degli abitanti a salvarla.

Passeggiando tra i suoi vicoli, si incontrano ancora botteghe dove si tramandano mestieri antichi, ormai in via di estinzione. Per salvare questa autenticità, sono nati progetti di turismo responsabile: case dei mestieri, scuole di bottega, percorsi narrativi. L’idea è quella di trasformare Baščaršija in un grande museo a cielo aperto.

Tra gli scorci da non perdere, il Kolobara Han (l’antico albergo ottomano) e il Sebilj, la celebre fontana in legno – l’originale fu distrutta e ricostruita nel 1891 dall’architetto austriaco Alexander Wittek – che ricorda le cento fontane caritatevoli che un tempo adornavano la città prima dell’incendio del 1697. Secondo la leggenda locale, i viaggiatori che bevono l’acqua dalla fontana Sebilj ritorneranno più volte a Sarajevo.

Lo storico bezistan di Gazi Husrev-beg

Tra i vicoli acciottolati di Baščaršija, si trova il bezistan di Gazi Husrev-beg, un mercato coperto nato nel 1555 per volere del celebre governatore ottomano Gazi Husrev-beg, e ancora oggi molto frequentato da abitanti e visitatori. Protetto da spesse mura di pietra e coperto da solide volte, il Bezistan è leggermente interrato rispetto alla strada che lo circonda, mantenendo all’interno una fresca penombra anche nei giorni più torridi. Una scelta ingegnosa, pensata per custodire generi alimentari e prodotti preziosi, e rendere il commercio piacevole anche durante le estati balcaniche più implacabili.

Lungo i suoi 109 metri di corridoi si aprono piccole botteghe, custodi di una tradizione antica: tessuti, gioielli, spezie e artigianato. La costruzione del Bezistan fu portata a termine anche da maestri artigiani provenienti da Dubrovnik, il che spiega l’incontro armonioso tra linee austere e dettagli raffinati. Non è difficile, passeggiando sotto quelle arcate, pensare ai bazar di Istanbul o ai suk delle città del Levante.

Accanto al Bezistan sorgevano un tempo altre opere legate al waqf di Gazi Husrev-beg, come il Tashlihan, un grande caravanserraglio per mercanti e viandanti. Di questo resta solo qualche traccia, a seguito prima dell’incendio scoppiato nel 1879 e nuovamente nel 1912. Oggi, il Gazi Husrev-begov Bezistan è classificato “Monumento Nazionale” ed è protetto come tesoro della Bosnia ed Erzegovina.

Per gustare uno dei migliori burek di Sarajevo, occorre andare da SAČ – Buregdžinica Saraj Bosna (Bravadžiluk mali 2), nel cuore di Baščaršija. Qui i burek, preparati al momento, sono fragranti e le porzioni generose, accompagnati da un’ottima panna acida. I migliori sono quelli farciti con la carne macinata e il formaggio: un’esperienza gastronomica imperdibile.

Vijećnica di Sarajevo: simbolo di bellezza e rinascita

L’ex Municipio di Sarajevo – la celebre Vijećnica – è uno degli edifici che rappresentano meglio l’anima multiforme della città. Quando, alla fine dell’Ottocento, le autorità austro-ungariche decisero di costruire una nuova sede per l’amministrazione cittadina, scelsero un luogo strategico, sulla riva destra del fiume Miljacka, ai margini della storica čaršija, il vecchio bazar. Il compito di disegnare l’edificio fu affidato a uno dei più noti architetti dell’epoca, Karl Pařík. Ma le sue prime bozze non piacquero al governatore Benjamin Kallay, che pretendeva un’impronta esotica, capace di richiamare l’anima musulmana del paese conquistato.

Quando Pařík rifiutò di modificare il progetto, la matita passò nelle mani di Alexander Wittek, che per cogliere l’essenza dello stile neo-moresco viaggiò fino al Cairo, a studiare le meraviglie mamelucche. Furono proprio le suggestioni delle madrase e delle moschee egiziane a imprimersi sulle facciate della Vijećnica: arcate arabeggianti, decorazioni minute come merletti di pietra, geometrie luminose che catturano lo sguardo. Ma il destino fu crudele: Wittek, logorato da malattie mentali forse aggravate dalla fatica e dall’ossessione per il progetto, morì a Graz nel 1894.

A completare il sogno incompiuto fu Ćiril Iveković, giovane architetto croato che, senza tradire lo spirito del predecessore, portò a termine l’opera. Nel 1896, il barone Ivan Apel consegnò ufficialmente il Municipio al popolo di Sarajevo. Per oltre mezzo secolo, la Vijećnica fu il cuore amministrativo della città. Accolse il tribunale distrettuale, il consiglio municipale e, più tardi, il Parlamento della Bosnia-Erzegovina. Poi, nel 1949 divenne Biblioteca Nazionale e Universitaria, con oltre un milione e mezzo di volumi custoditi tra i suoi muri. 

Ma nella notte fra il 25 e il 26 agosto 1992, durante l’assedio di Sarajevo, la Vijećnica fu colpita dalle granate serbe. L’incendio avvolse l’edificio, divorando non solo scaffali e manoscritti, ma anche secoli di storia, di arte, di identità. Alcuni cittadini, sfidando le pallottole dei cecchini, cercarono di salvare i libri dalle fiamme. Tra loro c’era anche Aida Buturović, una giovane bibliotecaria, che perse la vita nel tentativo disperato di strappare la cultura al rogo. Il 90% del patrimonio andò distrutto: fu il più grande incendio di una biblioteca nella storia contemporanea.

Quando il fuoco si spense, della Vijećnica restavano soltanto rovine annerite, gusci vuoti, sogni spezzati. La rinascita fu lenta, paziente, ostinata. Dal 1996, grazie ai fondi della Repubblica d’Austria, iniziarono i primi restauri: dapprima solo i muri portanti, poi, con il contributo della Commissione Europea, si ricostruirono archi, decorazioni e tetti. Il progetto, suddiviso in quattro fasi, attraversò anni difficili e sospensioni. Alla fine, il costo complessivo sfiorò i 25 milioni di marchi bosniaci.

Nel maggio 2014, in una Sarajevo che cercava ancora di risollevarsi dalle ferite del passato, la Vijećnica riaprì finalmente le sue porte. La cerimonia, impreziosita dalla Sarajevo Philharmonic Orchestra e dal violoncello struggente di Vedran Smailović, segnava non solo la rinascita di un edificio, ma di un’intera città. In quell’anno, ricorreva anche il centenario del colpo di pistola che, proprio lì vicino, cambiò il corso della storia: l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando nel giugno 1914.

Indirizzo: Brodac 1, Sarajevo 71000, Bosnia ed Erzegovina
Orari: aperta tutti i giorni dalle 9:00 alle 17:00.
Biglietto: 10KM (5€).

La Moschea dell’Imperatore: l’alba ottomana di Sarajevo

Attraversando il Ponte Latino, al di sotto del quale il Miljacka scorre placidamente, la sagoma slanciata di un minareto cattura subito lo sguardo: è quello della Careva Džamija, laMoschea dell’Imperatore, una delle prime e più affascinanti testimonianze della presenza ottomana a Sarajevo. Edificata nel lontano 1457, dopo le prime conquiste ottomane della Bosnia, la moschea sorse come un atto di devozione verso Maometto II, il Conquistatore di Costantinopoli. Quel primo edificio, umile e costruito in legno, era il cuore pulsante attorno a cui presero vita i primi insediamenti cittadini: ostelli per pellegrini, hammam profumati, bazar e ponti.

Nel corso del tempo, la piccola moschea si trasformò. Ricostruita in pietra nel 1565 e dedicata al leggendario Solimano il Magnifico, divenne uno dei gioielli dell’architettura ottomana nei Balcani. La moschea ha conosciuto anche momenti duri: bombardata durante la Seconda guerra mondiale, fu danneggiata ancora più gravemente durante il conflitto degli anni ’90, porta su di sé le cicatrici della storia. Ma come Sarajevo stessa, anche la moschea è stata pazientemente restaurata.

Oggi, il suo ampio spazio interno, scandito da una maestosa cupola unica, e l’elegante minareto sono la testimonianza di un’arte che univa tecnica e spiritualità con rara perfezione. Le decorazioni interne sono delicate e raffinate, e le proporzioni dell’edificio, perfettamente bilanciate, donano all’ambiente una sensazione di armonia profonda. Il minareto a pianta ottagonale è considerato il più bello del Paese. Intorno alla moschea si sviluppa ancora oggi un antico cimitero, dove riposano visir, sceicchi e saggi che hanno legato il loro destino a quello della città. Gli orari di preghiera segnano momenti di raccoglimento inaccessibili ai visitatori, ma al di fuori di questi, chiunque può entrare – a patto di rispettare la sacralità del luogo. 

Lo storico birrificio della Sarajevska

Tra i vicoli accanto che costeggiano il fiume Miljacka, non molto distante dalla Moschea dell’Imperatore, si trova uno dei simboli più tenaci di Sarajevo: il suo storico birrificio. Fu Josef Feldbauer, un commerciante intraprendente, a piantare il primo seme della produzione brassicola, scegliendo Kovačići come culla del suo sogno. In seguito, Heinrich Löwe, industriale viennese,  diede una svolta decisiva, costruendo nel 1881 un grande birrificio a Bistrik, in prossimità di una sorgente d’acqua purissima – linfa vitale della futura Sarajevska Pivara.

Nei saloni in legno scuro, tra macchinari che ancora odorano ancora di luppolo e ferro, si respira la memoria di una Sarajevo che fu prima parte dell’Impero Ottomano e poi di quello Austro-Ungarico. Era uno dei pochi stabilimenti europei a non chiudere mai i battenti, nemmeno nei tempi più incerti.  Alla vigilia della Prima guerra mondiale, le botti del birrificio traboccavano di 116.000 ettolitri di birra, un’abbondanza che sembrava inarrestabile. 

Quando, nel 1992, la città venne stretta nella morsa del più lungo assedio della guerra moderna, la Sarajevska Pivara non si arrese. Anzi, diventò ancora più preziosa: i suoi pozzi, in un contesto in cui l’acqua era più rara dell’oro, offrirono una salvezza quotidiana. Le code, interminabili, si snodavano silenziose attorno all’edificio, uomini e donne con taniche improvvisate, esposti al tiro dei cecchini, pronti a rischiare tutto per qualche litro d’acqua. Nonostante le rovine, nonostante le ferite, la produzione non si fermò. Con la fine della guerra, nel 1995, cominciò la rinascita. Furono investiti oltre 80 milioni di euro per ricostruire e modernizzare. Tecnologie d’avanguardia si intrecciarono con la tradizione antica. Si installarono nuove linee di produzione: succhi, bibite analcoliche, lattine e bottiglie che, anno dopo anno, avrebbero raggiunto gli scaffali di Austria, Australia, Stati Uniti e non solo.

Oggi la Sarajevska Pivara produce quasi 800.000 ettolitri di birra e un milione di bevande analcoliche all’anno. Qui si può visitare il minuscolo Museo della Birra, che concentra in una sola stanza alcune testimonianze della storia del birrificio.

Al termine della visita si può degustare un boccale di birra fresca accompagnato da ottimi piatti da Pivnica HS Sarajevo (Franjevačka 15). Imperdibile per l’atmosfera avvolgente che si respira, grazie al suo autentico arredamento d’epoca. La birreria è un luogo iconico, con ampie sale su due piani ed è ancora oggi il luogo prediletto dalla popolazione per bere, mangiare e trascorrere del tempo in allegria.

TERZO GIORNO

Il Museo Nazionale della Bosnia ed Erzegovina: uno dei musei più belli e importanti del Paese

L’ultimo giorno a Sarajevo ha inizio nel Museo Nazionale della Bosnia ed Erzegovina, nato nel 1888, in piena epoca austro-ungarica. All’epoca, la Bosnia ed Erzegovina era una regione ancora poco esplorata che attirava studiosi, avventurieri e purtroppo anche cacciatori di tesori. Il timore che il patrimonio culturale andasse disperso accelerò il sogno di un luogo che potesse proteggerlo e raccontarlo: così, prima sorse una società museale, poi il 1° febbraio 1888, vide la luce il Museo Nazionale, con Kosta Hörmann come suo primo custode.

In principio, le collezioni trovarono rifugio in spazi angusti e inadatti. Nel 1909, sotto la guida dell’architetto Karlo Paržik, prese forma un edificio straordinario: quattro padiglioni, legati tra loro da terrazze e raccolti attorno a un giardino botanico. Lo stile era quello neorinascimentale, elegante e solenne, e ancor oggi questo complesso è unico nel suo genere in tutta l’Europa sudorientale. Davanti all’ingresso, ci sono i misteriosi stećciantiche pietre funerarie scolpite. Al suo interno si passa dai tesori della corte medievale dei Kotromanić alla preziosa Haggadah di Sarajevo, un capolavoro miniato ebraico sfuggito alle persecuzioni dell’Inquisizione spagnola.

La guerra degli anni ’90 non risparmiò il museo: i bombardamenti distrussero parte degli edifici e portarono via vite umane, come quella del direttore Rizo Sijarić. Dopo anni di oblio e restauri lenti e faticosi, il museo riuscì a riaprire le sue porte nel 2015, restituendo a Sarajevo un pezzo insostituibile del suo patrimonio.

Le collezioni sono organizzate in sezioni: archeologia, etnologia e scienze naturali. Nel padiglione archeologico si percorrono millenni di storia, dall’età della pietra al tardo Medioevo; fossili e reperti testimoniano civiltà scomparse, imperi caduti e popoli dimenticati. Il dipartimento di etnologia, invece, custodisce la vita quotidiana, i costumi, i riti e le tradizioni di tutte le genti che hanno abitato questa terra meravigliosa. Infine, le sale dedicate alle scienze naturali ospitano minerali, gemme, fossili e raccolte di animali che popolano le foreste e le grotte della Bosnia.

Nel cuore del complesso, si trova il giardino botanico, dove si cammina tra piante endemiche delle Alpi Dinariche, erbe medicinali e funghi antichi, oltre 3000 specie di piante

Indirizzo: Zmaja od Bosne 3, Sarajevo 71000, Bosnia ed Erzegovina
Orari: aperto martedì e mercoledì dalle 10:00 alle 19:00, sabato e domenica dalle 10:00 alle 18:00. Chiuso lunedì, giovedì e venerdì.
Biglietto: 20 KM (10€) / per verificare le condizioni di riduzione o gratuità, consultare il sito ufficiale.

A pochi passi dal museo, c’è Cafe Tito (Zmaja od Bosne 5), un bar carico di memoria e un vero omaggio alla recente storia di questa città della ex-Jugoslavia. Tra il commerciale e il kitsch, è una tappa non può mancare nella lista dei luoghi in cui fermarsi a Sarajevo. Un angolo pittoresco dove si possono osservare cimeli storici, mentre si sorseggia un caffè o si beve una birra.

Per il pranzo torniamo nel cuore di Baščaršija, per provare uno dei migliori ristoranti di Sarajevo, Dveri (Prote Bakovića 12). In un ambiente intimo e pittoresco, questo ristorante propone piatti tradizionali abbondanti e particolarmente deliziosi. Tra questi si può iniziare con il “Seljačka plata” – una degustazione con salumi affumicati, formaggio di Travnik e pane di farina di mais, ideale per due persone – per poi continuare con i “Paprike pohovane i punjene sa sirom”, gustosi peperoni impanati e ripieni di formaggio con accompagnamento di patate e salsa tartara, e concludere con la “Teleća čorba”, una zuppa di vitello, patate, carote, cipolla e funghi. Se si ha ancora uno spazio vuoto, imperdibile è anche il “Domaći hljeb”, il pane fatto in casa che ricalca la forma di un mazzo di rose. È uno dei ristoranti più amati, quindi è meglio prenotare in anticipo per assicurarsi un tavolo.

Sul filo sospeso tra la memoria e rinascita: il monte Trebević

Dopo questo favoloso pranzo, ci dirigiamo a sud di Sarajevo, dove si erge il monte Trebević. Per raggiungerlo basta salire sulla Žičara, la cabinovia che scivola leggera sopra i tetti della capitale bosniaca. Era il 1959 quando la funivia fu inaugurata, permettendo la realizzazione delle Olimpiadi Invernali del 1984, quando sport e fratellanza davano vita ad un sogno. Il monte Trebević ospitò la pista da bob, oggi ancora visibile: una serpentina grigia incisa nella montagna, trasformata dai graffiti e dalle ruote degli skater.

L’assedio del 1992 spezzò quel legame col monte: le truppe serbo-bosniache distrussero l’impianto e occuparono le sue alture. Ramo Biber, giovane custode della funivia, fu tra le prime vittime del conflitto: la sua memoria oggi è scolpita in una targa alla stazione di arrivo.
Sono ancora visibili i fori su alcuni muri degli edifici abbandonati in cima e camminando tra i sentieri che si inoltrano nel bosco, si incontrano tracce della guerra: trincee e bunker. Ma anche segni di rinascita: nuove caffetterie e case colorate. 

Ci sono voluti ventisei anni perché la Žičara tornasse a disegnare la sua traiettoria nel cielo. Merito anche di Edmond Offermann, fisico olandese legato a Sarajevo da un amore personale, che ha donato quattro milioni di euro per la ricostruzione. Trentatré cabine blu, spaziose e silenziose, riportano in 7 minuti e 15 secondi chiunque lo desideri dal cuore pulsante della città fino a 1160 metri, sul belvedere di Vidikovac. La stazione di partenza è nel quartiere di Bistrik – a 583 metri – e conserva una delle vecchie cabine rosse con i simboli olimpici

Orari della funivia: lunedì dalle 12:00 alle 17:00 e da martedì a domenica dalle 9:00 alle 17:00. 
Biglietto a/r: 30KM (15€). 

Ritorniamo ai piedi del monte, per godere nei pressi dell’iconica fontana Sebilj di un calda tazza di tè nella teahouse Dzirlo (Kovači 16). Qui si viene accolti con calore dal proprietario Hussein, che accompagna con premura tutti i suoi clienti ai piccoli tavoli in legno, dove aiuta nella scelta di un tè o di un’altra bevanda calda. Hussein parla molto bene italiano, quindi sarà facile per tutti scegliere l’opzione più adatta ai propri gusti. Qui, viene preparato anche il Salep, una bevanda tradizionale di Sarajevo dal sapore di vaniglia e cannella, simile a un latte denso.

Žuta Tabija e Bijela Tabija: le due fortezze di Sarajevo

Arriva il momento dei saluti, e non c’è modo migliore di farlo che salendo lungo una rupe scoscesa su cui si erge Žuta Tabija, la “Fortezza Gialla”. Costruita tra il 1727 e il 1739 nella zona di Jekovac, non distante dalla caserma Jajce e dall’antico bacino idrico, Žuta Tabija fu una delle roccaforti contro l’avanzata austro-ungarica nel 1878. Dalla sua nascita, la fortezza ha conosciuto cicatrici e rinascite, l’ultima nel 1998, quando fu restaurata per restituire ai suoi bastioni il loro antico splendore. 

È detta “gialla” per il color miele della pietra con cui è costruita, che riflette i raggi del sole al tramonto sui monti circostanti. Dalle sue mura si apre uno dei panorami più struggenti di Sarajevo: un mare di tetti rossi, minareti e campanili intrecciati in un mosaico di culture. Qui si trova anche un piccolo bar, un rifugio ideale dove sorseggiare un caffè mentre si ammira la bellezza di Sarajevo dall’alto. 

Durante il Ramadan, i cannoni antichi della Žuta Tabija annunciano il momento in cui si può interrompere il digiuno: un rituale antico che si rinnova ogni anno.

Più a est, seguendo un sentiero tortuoso, si raggiunge Bijela Tabija, la “Fortezza Bianca”. Costruita nel cuore del XVI secolo, probabilmente sulle rovine di una precedente fortificazione medievale, Bijela Tabija fu concepita come bastione difensivo dotato di possenti mura e cinque torri angolari. Sotto i colpi della storia – dalle invasioni medievali alla conquista austro-ungarica del 1878 – il bastione cambiò fisionomia, adattandosi alle nuove esigenze militari. Il suo bianco lucente, da cui prende il nome, si deve al calcare utilizzato nella costruzione, che ancora oggi riflette la luce, rendendo la fortezza visibile da ogni angolo della valle di Sarajevo. Tra le sue spesse mura sono ancora visibili le aperture da cui venivano puntati i cannoni contro gli eserciti nemici. 

Durante l’epoca ottomana, il Bastione Bianco ospitò una moschea a pianta ottagonale, una casa per l’Imam e alloggi destinati ai musicisti militari. Di quella piccola città in miniatura all’interno delle mura rimangono tracce nella pietra e nei racconti dei viaggiatori, come quelli raccolti dal celebre Evliya Çelebi nel XVII secolo. Grazie a un paziente lavoro di restauro avviato negli anni ’90 e al sostegno della Città di Sarajevo, la fortezza è diventata anche un palco per eventi culturali: concerti al tramonto, festival e altre manifestazioni culturali.

Nei pressi del fiume Miljacka esiste ancora l’Inat kuća – la “casa della ripicca” – abbattuta per fare spazio alla modernizzazione e poi ricostruita di fronte, quasi a sfidare il potere. Oggi ospita uno dei ristoranti più buoni di Sarajevo: Inat kuća (Veliki Alifakovac 1).
Un ristorante incantevole lungo le rive del fiume, dove gustare autentiche prelibatezze bosniache, ideale per chi desidera assaporare i piatti locali. Le porzioni sono generose e si ha anche la possibilità di mangiare osservando teneri gatti sornioni sui divanetti. Gli ambienti, arredati con oggetti della tradizione agricola e gastronomica della Bosnia ed Erzegovina, presentano tavoli in legno e tessuti ottomani. Tra i piatti da provare ci sono “Sitni ćevap”, una zuppa di manzo, riso e spezie, e “Jalan hadžijski”, la variante vegetariana con peperoni, carote, zucchine, funghi e riso. 

Cosa mangiare a Sarajevo

A Sarajevo, per conoscere davvero l’anima della città, bisogna sedersi a mangiare dove lo fanno i suoi abitanti. Non solo nei ristoranti eleganti, ma anche nelle Aščinice, antiche trattorie popolari. È un po’ come entrare nella cucina di una nonna bosniaca: inizia così un viaggio tra i sapori autentici della Bosnia-Erzegovina.

Quando si parla dei piatti bosniaci, si pensa immediatamente ai ćevapi, minuscole salsicce grigliate e affumicate, serviti nel soffice somun, un pane piatto che profuma di forno a legna e accompagnati da cipolla cruda. La pljeskávica è una sorta di hamburger preparato con diversi tipi di carne macinata, aglio e paprika. Si serve semplicemente adagiata o avvolta in una morbida pita. Quando le temperature si abbassano, la risposta è il bosanski lonac, uno stufato lento e corposo, con carne e verdure che si sciolgono in bocca, cotto in terracotta come si faceva nei villaggi montani. Oppure si prepara la begova čorba, un’altra zuppa cremosa a base di pollo e okra, piatto tipico dei bey ottomani, nobile e confortevole.

Poi c’è il burek, una spirale di pasta sottile e croccante, ripiena di carne, formaggio, spinaci o patate, da accompagnare con yogurt freddo o panna acida, secondo la tradizione. E quando arriva il momento del dolce, la scelta è ampia: c’è la baklava, strati di pasta fillo bagnati nel miele con noci tritate, altri dolci molto amati sono la tufahija – una mela intera cotta nello sciroppo e farcita con noci, cannella e panna montata – e la hurmašica, piccoli cilindri di pasta al burro, imbevuti in sciroppo zuccherino e spesso decorati con una mandorla o una noce. Si prosegue con la šampita, una base leggera simile al pan di Spagna, sormontata da un’alta crema spumosa fatta di albumi montati e zucchero, servita tagliata a cubetti e la kadaif, sottilissimi fili di pasta croccante intrecciati e cotti con noci e miele. Molto consumata è il trileće, una torta imbevuta in tre tipi di latte (intero, condensato e panna) e con uno strato di caramello in superficie, portata nei Balcani da una lunga scia di contaminazioni culinarie latinoamericane e turche. Infine, c’è la krempita, un dessert fatto di strati leggeri di pasta sfoglia che racchiudono un cuore generoso di crema pasticcera gialla, densa, profumata di vaniglia, spesso sormontata da una spuma di panna montata o albume montato. Viene servita fredda, tagliata a cubetti perfetti e cosparsa di zucchero a velo.

Tra le bevande c’è lo smreka, un succo chiaro e leggermente pungente ottenuto dal ginepro, dissetante e quasi terapeutico, così come il salep, una bevanda medicinale analcolica: una crema tiepida che sa di vaniglia e cannella, simile a un latte denso, che dà energia. La bevanda – fatta con la radice essiccata di un’orchidea selvatica che cresce solo in Turchia – arrivò nei Balcani durante il periodo del dominio ottomano, diventando una bevanda tradizionale apprezzata dagli abitanti di Sarajevo. Non bisogna dimenticare che la Bosnia è principalmente una terra di distillati: quello più popolare è l’acquavite a base di frutta, rakija, che viene tradizionalmente preparata in casa. Il superalcolico più consumato è a base di prugne e viene chiamato šljivovica, ma può essere realizzato anche con albicocche, pere e uva. La gradazione alcolica si aggira intorno al 40%, ma quella casalinga può arrivare fino all’80%.

L’ultimo gesto rituale in Bosnia è riservato al caffè. Il caffè bosniaco viene preparato con cura dentro un džezva di rame, per poi versarlo lentamente nel fildžan, una tazzina senza manico. Un rito antico, giunto dalle colline dello Yemen, entrato nei cuori e nelle cucine bosniache dal 1463, e rimasto immutato. In Bosnia, dicono, il caffè non si beve: si vive! 

Come raggiungere Sarajevo

In aereo: l’aeroporto di Sarajevo è il principale e offre collegamenti diretti con Bergamo Orio al Serio tramite Ryanair e, dal 2024, anche con Roma Fiumicino grazie a WizzAir. Dall’Italia si possono prendere anche voli per Zagabria e Dubrovnik, per poi proseguire in pullman verso la Bosnia. Inoltre, da luglio 2021 è stato inaugurato il volo Ryanair da Milano Bergamo a Banja Luka, la seconda città più grande e capitale de facto della Republika Srpska, raggiungibile in circa tre ore di auto dalla capitale. Dall’aeroporto partono le navette per raggiungere il centro: la linea 103 parte ogni 5 minuti e il 31E ogni 15 minuti. Il biglietto si può acquistare direttamente a bordo dall’autista e costa 1,80 KM (0,90€). Se si ha in programma di fare un on the road, presso l’aeroporto di Sarajevo si può noleggiare comodamente un’auto.

In auto: per chi preferisce viaggiare in auto, dall’Italia settentrionale la Bosnia è raggiungibile via Slovenia-Croazia-Bihać o Brod, mentre dal centro e sud Italia il collegamento più pratico è il traghetto da Ancona a Spalato con dogana a Metković, oppure da Bari a Dubrovnik.

Le patenti di guida italiane sono valide e non è più necessario portare con sé la Carta Verde assicurativa valida per la Bosnia ed Erzegovina (aggiornamento del 2025). 

Quando andare a Sarajevo e altre informazioni utili

Sarajevo è una città molto economica, e si rivela ancor più affascinante quando la si visita fuori stagione. L’autunno e l’inverno sono freddi e piovosi, con la neve che spesso avvolge i tetti ottomani e i vicoli della Baščaršija. Il momento ideale per visitarla va dalla fine di aprile all’inizio di giugno. Maggio può essere piovoso, ma le temperature restano miti

La primavera è anche la stagione in cui Sarajevo ospita numerosi eventi culturali che animano le piazze e i teatri, come il TeatarFest, il festival internazionale del teatro, che anima Sarajevo a maggio. A giugno, invece, si tiene il festival rock Sarajevo per Sempre e a luglio il raffinato Festival Zetra, che richiama i nomi più importanti del panorama internazionale di musica classica.

Occorre sapere che per entrare in Bosnia ed Erzegovina è necessario il passaporto e che la moneta ufficiale è il marco bosniaco o marco convertibile. Purtroppo non sempre locali e musei accettano il pagamento con carta o in euro, quindi consigliabile avere sempre con sé monete e banconote locali.

Conoscevate già Sarajevo? L’avete già visitata o lo farete presto? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

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