
Serrapetrona: cosa vedere, storia e Vernaccia DOCG nel borgo arroccato delle Marche
Guida completa a Serrapetrona nelle Marche: storia, musei, enogastronomia e come arrivare nel borgo della Vernaccia di Serrapetrona DOCG.
Arroccato sul versante settentrionale del Monte Letegge, a oltre quattrocento metri di altitudine, Serrapetrona si affaccia con discrezione sulla valle del torrente Cesolone, seguendone il corso sulla riva destra.
Intorno, un paesaggio interamente collinare si distende per quasi 38 chilometri quadrati, modellato da boschi fitti di querce, lecci, noccioli e carpini. Il territorio sale fino alle quote più alte del Monte d’Aria, sfiorando i mille metri, per poi scendere verso il Lago di Caccamo, uno dei più ampi bacini artificiali delle Marche.
Il paese si presenta come un piccolo sistema diffuso, articolato nelle frazioni di Borgiano, Caccamo sul Lago, Castel San Venanzio e Villa d’Aria.
Indice
Cenni storici su Serrapetrona: dalle origini preistoriche al dopoguerra
Molto prima delle torri e delle mura, molto prima del nome stesso, questo territorio era già abitato: lo dimostrano i ritrovamenti archeologici che attestano insediamenti risalenti al Paleolitico e al Neolitico. Nella valle del Cesolone, lungo l’antica via del sale che collegava l’Umbria al mare Adriatico, sono state individuate numerose stazioni preistoriche. Gli scavi avviati nella seconda metà dell’Ottocento portarono alla luce strumenti in selce, resti di lavorazioni, frammenti ceramici e perfino tracce di vere e proprie officine litiche attive per millenni. In alcuni siti, come nei pressi della Torre di Beregna o lungo i pendii che salgono verso Colleluce, emersero migliaia di manufatti: coltelli, raschiatoi, schegge, oggetti che raccontano una continuità di vita umana che, qui, non si è mai davvero interrotta.
Secondo la tradizione, il nome del paese deriverebbe da un certo Petronio, un cittadino romano che trovò rifugio in queste terre per sfuggire a persecuzioni. Ma la toponomastica suggerisce anche un’altra chiave: “serra”, termine di origine longobarda, indica un insediamento fortificato posto a controllo di una valle. E in effetti Serrapetrona, nel Medioevo, fu proprio questo: un presidio strategico capace di sorvegliare e difendere il corridoio del Chienti.
Il borgo si sviluppò attorno alla chiesa di San Clemente e al palazzo pubblico, protetto da due cinte murarie e da quattro porte massicce. In età comunale fu al centro delle tensioni tra Camerino – di parte guelfa – e San Severino, ghibellina. Le contese si risolsero nel 1240, quando l’autorità papale assegnò definitivamente Serrapetrona a Camerino. Da allora il destino del paese rimase legato prima alla signoria dei Da Varano, fino alla caduta del ducato nel 1539, poi allo Stato Pontificio, sotto il quale rimase fino all’Unità d’Italia.
Di quell’epoca restano le pergamene custodite nell’archivio comunale, gli statuti quattrocenteschi e le opere pittoriche attribuite a Lorenzo d’Alessandro, che ancora impreziosiscono le chiese locali. La stessa San Clemente conserva un patrimonio artistico stratificato nei secoli: polittici, croci dipinte e affreschi che riaffiorano sotto l’intonaco.
La storia di Serrapetrona è indissolubilmente legata anche alla sua produzione vinicola. La Vernaccia, apprezzata fin dall’antichità, era già considerata uno dei prodotti più rinomati di queste terre. La sua fama attraversa i secoli fino a entrare nella letteratura: lo stesso Dante Alighieri la cita, accostandola alle anguille di Bolsena, a conferma di quanto fosse conosciuta e apprezzata.



Durante la Seconda Guerra Mondiale, Serrapetrona fu un centro attivo della Resistenza marchigiana. Tra il 1943 e il 1944 il territorio divenne teatro di organizzazione partigiana, scontri, rappresaglie e distruzioni. Il paese fu occupato dalle truppe tedesche, saccheggiato e minacciato di distruzione, ma riuscì a salvarsi anche grazie al comportamento umano riservato ai prigionieri. Il 1° luglio 1944 l’arrivo delle formazioni partigiane segnò la liberazione, aprendo una nuova fase di ricostruzione.
Nel dopoguerra, Serrapetrona ha ritrovato gradualmente il proprio equilibrio, tra tradizione e rinnovamento. Eventi culturali, iniziative locali e la valorizzazione delle produzioni tipiche hanno contribuito a mantenere viva l’identità del borgo.
Cosa vedere a Serrapetrona: monumenti e luoghi imperdibili
Arrivando a Serrapetrona, ciò che colpisce è il suo patrimonio architettonico e artistico, che non si impone con monumentalità, ma si lascia scoprire gradualmente passeggiando tra i vicoli in pietra e gli antichi palazzi nobiliari, discreti ma eleganti.
Chiesa di Santa Maria di Piazza: storia e architettura
Appena si giunge nel cuore del borgo, ci si ritrova in una piccola piazza; qui il profilo del castello fa da quinta scenica alla Chiesa di Santa Maria di Piazza. L’edificio attuale risale al 1775, ma poggia su fondamenta molto più antiche: qui sorgeva infatti una precedente chiesa romanica, conosciuta nei documenti come Santa Maria de Serra o “della Fonte”, per la sua originaria collocazione nella parte più bassa della piazza, accanto alla fontana.
Una frana del monte sovrastante distrusse l’antica costruzione, come ricorda ancora oggi una lapide affissa sulla facciata. Fu allora che la comunità decise di ricostruirla nella posizione attuale, più sicura e scenografica, restituendole un ruolo centrale nella vita del borgo. Già nel Cinquecento la chiesa aveva assunto un’importanza significativa: nel 1572 ospitò temporaneamente le funzioni parrocchiali durante i restauri della più antica San Clemente.
Oggi la facciata in mattoni, organizzata su due ordini scanditi da paraste, riflette un gusto barocco sobrio ma elegante. Sopra il portale si leggono le lapidi dedicate ai caduti delle due guerre mondiali e più in alto l’orologio pubblico.
L’interno, a navata unica con abside semicircolare, si muove su un registro neoclassico, fatto di proporzioni equilibrate e decorazioni misurate. Le lesene con capitelli a foglie d’acanto scandiscono lo spazio con ritmo regolare. Sul fondo dell’abside, una grande tela raffigura l’Assunzione della Vergine tra santi e angeli, mentre ai lati si aprono due cappelle che raccontano la storia del Rosario – voluta dal sacerdote Giovanni Amori, con la Vergine affiancata da San Domenico e Santa Caterina e circondata dai Misteri – e quella della famiglia Olivieri, dedicata al Transito di San Giuseppe. Le opere pittoriche, attribuite al pittore Luigi Valeri, restituiscono il gusto artistico del Settecento marchigiano.
Infine, una lapide ricorda Teresa Olivieri, marchesa Zucconi, che nel 1860 istituì un beneficio destinato a sostenere le giovani spose del paese: un gesto che restituisce l’immagine di una comunità in cui la chiesa era anche un punto di riferimento concreto. Negli anni più recenti, a partire dal 2018, l’edificio ha assunto un ulteriore ruolo, accogliendo opere provenienti da altre chiese del territorio danneggiate dal sisma del 2016.
Il Castello di Serrapetrona e le mura medievali
Proseguendo verso l’alto, emergono i resti dell’antico castello: un luogo che conserva ancora la struttura originaria del potere e della vita comunitaria medievale. Da qui, a circa 494 metri di quota, lo sguardo abbraccia un paesaggio ampio e suggestivo.
Il castello controllava un punto strategico, tra due valli: da un lato quella incisa dal rio Caburro, dall’altro la profonda forra attraversata dal torrente Cesolone. Due cerchie murarie medievali, una inferiore a forma semicircolare e una più alta appoggiata in parte sulla roccia affiorante, delimitavano il nucleo originario. La cinta più interna conserva una porta imponente, costruita ad angolo, con un arco ogivale sul lato a monte e uno a tutto sesto verso valle, attraversata da gradini ormai consumati. Un tempo era sormontata da una torre merlata, punto nevralgico per l’avvistamento e la difesa. Anche la seconda cerchia mantiene una porta arcuata, più semplice ma altrettanto significativa.
All’interno di queste mura si articolava un sistema urbano già complesso, segno di una comunità in espansione. Quattro porte principali – Castello, Farina, Calma e Morico – regolavano gli accessi, mentre altrettante strade scendevano verso il basso, tracciati che ancora oggi sopravvivono nei nomi: via del Castello, San Francesco, del Serrone e Capolarave.
La vita quotidiana era scandita anche dalle fontane pubbliche, alimentate da sorgenti locali e distribuite nei diversi rioni – San Maria, Conce, Vena e Saletta – che riflettevano la suddivisione del paese in contrade, note anche come Pianello, Valle, Portale e Castello. Gli statuti comunali ricordano persino una ripartizione in terzieri, a conferma di un’organizzazione urbana articolata.



Già tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, tuttavia, l’abitato aveva iniziato a espandersi oltre le mura. Documenti del 1346 attestano l’esistenza del Borgo della Valle, sviluppatosi lungo la direttrice che conduceva verso l’antica Chiesa di Santa Maria di Borgo, le cui origini risalgono almeno al XIII secolo.
Nonostante il progressivo abbandono, il castello rimase abitato ancora a lungo: nel 1884 lo storico Servanzi Collio vi contava dodici famiglie residenti.
Resta invece più incerta la storia feudale. Le fonti suggeriscono un possibile legame con la famiglia dei conti del Chiostro, signori del vicino castello di Statte, attivi tra XII e XIII secolo e coinvolti in vicende territoriali che abbracciavano l’intero comprensorio del Monte Letegge, fino a Serrapetrona, Borgiano e la valle del Chienti. Alcuni studiosi ipotizzano persino un collegamento con la figura leggendaria di Petronio, da cui deriverebbe il nome del borgo.
Nel cuore del castello si trovavano gli edifici simbolo dell’autonomia comunale: il palazzo pubblico e la Chiesa di San Clemente, dedicata al patrono del borgo e indicata negli statuti come protettore e guida della comunità. Di entrambi restano importanti vestigia, oggi inglobate in proprietà private. Il palazzo, probabilmente nato come residenza feudale e mastio difensivo, conserva un portale cuspidato in conci di calcare che introduce a un ambiente ampio, verosimilmente l’antica sala del Consiglio. Sulle pareti sopravvivono affreschi cinquecenteschi: una Madonna in trono con il Bambino, affiancata da San Clemente e un vescovo, mentre sul lato opposto appare San Martino a cavallo. Un’iscrizione sottostante, ormai illeggibile, accompagnava probabilmente le figure. Al piano inferiore si apre un elegante portale classico in marmo, forse trasferito qui in epoca successiva, affiancato da colonne con capitelli decorati da foglie d’acanto.
Accanto al palazzo sorgeva la Chiesa di San Clemente, a navata unica, oggi ridotta a uno spazio aperto ma ancora leggibile nella sua struttura. L’abside, semicircolare, si apre come una grande nicchia, mentre all’interno si riconoscono tracce di affreschi tardo-cinquecenteschi: il Battesimo di Cristo al centro e ai lati santi come Venanzio, Ansovino e lo stesso Clemente. Restano anche una piccola nicchia – forse battesimale – e un’edicola in arenaria destinata probabilmente a custodire oli santi o reliquie. Più in alto, nella curva absidale, si intravedono i resti di una Crocifissione. Nel Settecento la chiesa possedeva tre altari e ulteriori decorazioni pittoriche, oggi scomparse.
Il terremoto del 1799 compromise gravemente l’edificio, che continuò a essere utilizzato fino al 1811, quando il titolo parrocchiale fu trasferito alla Chiesa di San Francesco. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, ormai fatiscente, la struttura fu definitivamente demolita.
Museo dell’Uomo: la civiltà contadina nelle Marche
Ospitato all’interno di un torrione della cinta muraria esterna del castello, si trova il Museo dell’Uomo, che nasce nel 1995 dal recupero di una torre di guardia del XII secolo. Attrezzi agricoli, utensili artigianali, macine, torchi, un tornio a pedale, perfino gli strumenti di un medico condotto dei primi del Novecento: ogni oggetto racconta una storia, donata dalle famiglie del territorio e raccolta con pazienza da volontari locali.
Gli spazi sono raccolti e proprio per questo efficaci nel restituire la dimensione autentica della vita contadina. Il museo è visitabile su richiesta o nei mesi estivi e mantiene un carattere volutamente semplice, coerente con ciò che espone.
La Pinacoteca d’Arte Sacra Contemporanea di Serrapetrona
Tornando indietro, lungo via San Francesco, un antico edificio trecentesco accoglie invece la Pinacoteca d’Arte Sacra Contemporanea. Qui il sacro viene raccontato attraverso linguaggi artistici estremamente diversi, che vanno dalla figurazione più tradizionale fino a espressioni astratte e sperimentali. Le opere – dipinti, sculture e incisioni – utilizzano tecniche e materiali eterogenei, dall’olio su tela al bronzo, dal plexiglas all’acquerello.
Accanto a lavori di artisti affermati, come Valeriano Trubbiani, trovano spazio opere di giovani autori e persino di artigiani, in un dialogo aperto che riflette la vitalità della produzione contemporanea locale. Un aspetto significativo è che molte di queste opere sono state donate dagli stessi artisti o dalle loro famiglie, contribuendo a costruire una collezione che è anche espressione di partecipazione collettiva.
La Chiesa di San Francesco e il Polittico di Lorenzo d’Alessandro
In una posizione che domina Serrapetrona con discreta autorevolezza, si innalza la Chiesa di San Francesco. La sua presenza è indissolubilmente legata ai francescani, che nel XIV secolo avviarono qui una nuova stagione dopo aver abbandonato un precedente insediamento dedicato a San Michele Arcangelo, in un’area rivelatasi nel tempo instabile e poco sicura. La tradizione attribuisce proprio al passaggio di San Francesco nella Marca di Camerino l’origine di quella prima fondazione, poi trasferita più vicino al centro abitato per garantire condizioni più favorevoli alla vita conventuale.
Nel 1808 durante le soppressioni napoleoniche, il complesso fu chiuso e la comunità francescana allontanata. Solo pochi anni dopo, l’edificio fu riaperto al culto e assunse il ruolo di chiesa parrocchiale, sostituendo quella di San Clemente ormai inagibile. Da quel momento, il convento conobbe una progressiva trasformazione: divenuto proprietà comunale, fu adattato nel tempo a usi diversi, ospitando scuole, abitazioni e nel Novecento persino un cinema-teatro ricavato da una delle ali.



Il complesso attuale – chiesa, convento e chiostro – si organizza attorno a una struttura compatta, tipica dell’architettura francescana dell’Italia centrale, diffusa tra Marche e Umbria. L’esterno, sobrio fino quasi a risultare anonimo, non lascia intuire la ricchezza custodita all’interno. Lo spazio si apre infatti in un’unica aula, dove lo sguardo viene immediatamente catturato dall’altare maggiore.
Qui si impone il grande polittico realizzato alla fine del Quattrocento da Lorenzo d’Alessandro, pittore originario di San Severino Marche, noto come il Severinate. Commissionata dalla comunità francescana, l’opera nasce con una funzione precisa: raccontare attraverso le immagini il Mistero della Salvezza, offrendo ai fedeli uno strumento visivo capace di sostituire la parola scritta in un’epoca in cui l’analfabetismo era diffuso. Non a caso, dipinti come questo venivano considerati una vera e propria “Bibbia dei poveri”.
L’impianto è monumentale: una grande pala lignea alta oltre quattro metri e larga quasi tre, composta da ventisei tavole tra pannelli principali e predella. La struttura si articola su due registri sovrapposti, ciascuno formato da cinque scene principali, mentre sedici tavolette più piccole completano la narrazione alla base. Nel registro inferiore, al centro, la Madonna in trono con il Bambino è affiancata da angeli musicanti, circondata dalle figure di San Giacomo, San Pietro, San Francesco e San Sebastiano. Sopra, il fulcro iconografico è la Deposizione di Cristo dalla croce, affiancata da San Michele Arcangelo, Santa Caterina d’Alessandria, San Giovanni Battista e San Bonaventura. La predella amplia ulteriormente il racconto con una teoria di santi e apostoli, raffigurati sia a figura intera sia a mezzo busto.
A rendere ancora più spettacolare l’insieme è la cornice tardogotica, intagliata e dorata con straordinaria perizia da Domenico Indivini, anch’egli originario di San Severino Marche. Colonnine tortili, archetti, cuspidi, trafori e piccoli pinnacoli costruiscono un’architettura lignea complessa e raffinata, arricchita da dorature, rilievi in pastiglia e inserti policromi che imitano gemme preziose.
Il polittico, realizzato tra il 1485 e il 1490 e ancora oggi nella sua collocazione originaria, ha attraversato i secoli subendo restauri significativi – tra cui quelli del secondo dopoguerra e del 1961 a Firenze – e venendo persino riprodotto nell’Ottocento per diffonderne la conoscenza tra artisti e studiosi. Accanto a questa opera, la chiesa conserva anche una Crocifissione di autore ignoto e un affresco raffigurante San Michele Arcangelo, attribuito probabilmente a Bernardino di Mariotto.
Museo degli ori e argenti: arte sacra dal XVI al XVIII secolo
Negli ambienti dell’ex-convento annesso alla Chiesa di San Francesco, si trova il Museo degli ori e argenti. Qui sono conservati circa venti oggetti liturgici – tra calici, ostensori, pianete, stole e crocifissi – realizzati tra il XVI e il XVIII secolo e provenienti dalla scomparsa parrocchia di San Clemente.
Palazzo Claudi e la mostra “La Conquista del Cielo”
Tra vicoli di Serrapetrona si trova Palazzo Claudi. Qui ha sede marchigiana la Fondazione Claudi, custode degli archivi del filosofo e poeta Claudio Claudi – nato a Serrapetrona nel 1920 – e delle opere pittoriche di sua madre Anna Claudi.
Al suo interno è stata realizzata la mostra La Conquista del Cielo. L’esposizione riunisce circa settanta reperti tra paleontologia, archeologia e numismatica, coprendo un arco temporale che va dalla preistoria all’età romana. Si tratta di materiali di grande valore, recuperati nel 2006 a seguito del sequestro di una collezione privata detenuta illegalmente proprio a Serrapetrona: un ritrovamento che ha dato origine a un articolato progetto di musealizzazione.
Il percorso prende forma a partire da una prima esposizione dedicata all’origine della vita nel mare, per arrivare a questa seconda tappa, più ampia e ambiziosa, che introduce il tema del volo come momento cruciale nell’evoluzione. Il cuore dell’allestimento è senza dubbio uno dei reperti più imponenti: lo scheletro di un Prosaurolophus, dinosauro erbivoro vissuto circa 75 milioni di anni fa nel Cretaceo superiore.
La sezione paleontologica, curata in collaborazione con la Sapienza Università di Roma, guida il visitatore attraverso gli adattamenti che hanno reso possibile la conquista dell’aria: insetti fossili provenienti dal Brasile, pterosauri sudamericani ed europei, esemplari di uccelli primitivi – fondamentali per comprendere il legame evolutivo con i dinosauri – e persino un piccolo pipistrello fossile.
Accanto a questo, la sezione archeologica: vasi e manufatti di produzione magno-greca ed etrusca, riccamente decorati, che raccontano come il tema del volo abbia attraversato anche il mito. Figure alate, creature ibride e divinità popolano questi oggetti, testimoniando il desiderio antico di superare i limiti umani. Tra i pezzi più raffinati spicca una oinochoe del IV secolo a.C. – decorata con figure delle Erinni e impreziosita da dorature – e una olpe corinzia databile tra il 630 e il 610 a.C., ornata da animali e sfingi. A completare il percorso, un nucleo di venticinque monete, tra cui stateri d’argento raffiguranti Pegaso, simbolo per eccellenza del volo nella mitologia greca.
Salendo ai piani superiori del palazzo, trovano spazio le Favole Pittoriche di Anna Claudi e la mostra di libri d’artista Voci del silenzio, che riportano l’attenzione su una dimensione più intima e contemporanea.
Nelle cantine del palazzo è ospitata anche la Collezione Recchi, affidata al Comune di Serrapetrona nel 2013. Si tratta di un ulteriore nucleo di reperti paleontologici, archeologici e numismatici appartenuti al diplomatico Giorgio Recchi, che arricchisce ulteriormente l’offerta espositiva.
Indirizzo: Via Rave, 7, 62020 Serrapetrona (MC)
Orari: è aperto al pubblico il sabato dalle ore 15:30 alle 19:30 e la domenica e festivi dalle 10:00 alle 12:30 e dalle 15:30 alle 19:30. In occasione dei vari eventi estivi, le aperture sono prolungate. Per ulteriori informazioni, contattare il numero 0733/908321 nei giorni feriali e il numero 0733/908014 negli orari di apertura della mostra.
Il vecchio mulino del borgo e la memoria rurale
Poco distante dalla piazza centrale si trova il vecchio mulino del borgo. Per secoli è stato un ingranaggio essenziale dell’economia di Serrapetrona, punto di riferimento per la comunità rurale. Oggi questo edificio ha cambiato funzione, trasformandosi in uno spazio dedicato all’accoglienza e alla cultura. Al suo interno convivono il Museo dell’Olio – che restituisce il valore di una produzione radicata nel territorio – e l’Archivio Storico Comunale, custode della memoria documentaria del paese.



Cosa fare nei dintorni di Serrapetrona: natura, escursioni e Lago di Caccamo
Il territorio che circonda Serrapetrona sembra concepito per chi ama i viaggi a contatto con la natura. A breve distanza dal borgo si trovano piccoli centri come Castel San Venanzio, ancora fedele alla sua fisionomia medievale e Villa d’Aria, che domina dall’alto il paesaggio. Salendo di quota, l’orizzonte si arricchisce di presenze inattese: chiese isolate, sorgenti carsiche e cavità naturali come la suggestiva “buca del terremoto”, che aggiungono una dimensione quasi misteriosa al viaggio. Più a valle, lungo il corso del Chienti, Borgiano offre attività all’aria aperta, pesca e una tradizione gastronomica molto interessante.
Da Serrapetrona hanno inizio anche sentieri che si snodano tra le colline, tra salite verso il Monte d’Aria e quelli più dolci che seguono i pendii, fino a raggiungere il Lago di Caccamo. Situato lungo la valle del Chienti, nel territorio dell’Unione Montana Monti Azzurri e nel comune di Serrapetrona, tra Civitanova Marche e Foligno, questo bacino artificiale – realizzato nel 1954 per la produzione di energia elettrica – è diventato nel tempo un punto di riferimento per attività sportive e ricreative.
Alimentato dalle acque del fiume, il lago si estende nei pressi della frazione di Caccamo sul Lago ed è talvolta indicato, impropriamente, anche come lago di Pievefavera o di Borgiano, in virtù della vicinanza a queste località.
Le sue rive sono attrezzate per accogliere visitatori di ogni tipo: campeggi, agriturismi, aree barbecue e un ristorante storico convivono con spazi dedicati al tempo libero, tra zone prendisole, tavoli all’aperto e aree gioco che includono campi da bocce, piste per macchinine e altre attività per i più piccoli. La vocazione sportiva del lago si esprime soprattutto attraverso la pesca e il canottaggio, discipline per le quali il bacino, grazie alla sua estensione, si presta particolarmente bene, tanto da ospitare regolarmente competizioni di canoa e kayak.
La vita attorno al lago si arricchisce ulteriormente durante la settimana, quando si svolgono mercati ortofrutticoli e – ogni domenica dalle 8 alle 20 – il mercato settimanale. Tra le bancarelle è possibile trovare prodotti di vario genere, inclusi quelli tipici del territorio, come l’olio locale e la celebre Vernaccia di Serrapetrona, espressione enologica d’eccellenza di queste colline.
Cosa mangiare a Serrapetrona: tradizioni e prodotti tipici
Arrivando a Serrapetrona si capisce subito che qui il vino è parte del paesaggio, della storia e persino dell’identità del borgo. Il nome che torna più spesso è quello della Vernaccia di Serrapetrona DOCG, uno dei vini più singolari d’Italia.
Si tratta di uno spumante rosso – già questa è un’anomalia nel panorama enologico – ottenuto in prevalenza da uve di Vernaccia Nera, coltivate in queste colline almeno dal Medioevo. La sua produzione è rigorosamente delimitata:interessa l’intero territorio comunale di Serrapetrona e si estende solo in parte ai comuni vicini di Belforte del Chienti e San Severino Marche, nel cuore della provincia di Macerata. È importante non confonderlo con il Serrapetrona DOC, vino rosso fermo prodotto con lo stesso vitigno, ma con caratteristiche completamente diverse.
Già nel 1132 un documento notarile cita il nome “Serra” e nello stemma del paese compare una vite carica di grappoli: un dettaglio che racconta quanto la viticoltura fosse già centrale nella vita locale. Un aneddoto riportato da Aristide Conti restituisce il fascino che questo vino esercitava già allora: un soldato polacco, al servizio di truppe mercenarie, avrebbe esclamato con stupore, assaggiandolo: «Signore, perché non hai reso le nostre terre come Borgiano?», una delle zone più vocate.
Nel Cinquecento la viticoltura nell’area di Camerino era particolarmente fiorente e località come Borgiano e Castel San Venanzio – oggi frazioni di Serrapetrona – si distinguevano per qualità e quantità della produzione. Dopo l’Unità d’Italia, l’attività agricola ricevette un nuovo impulso e la Vernaccia fu riconosciuta tra le migliori uve a bacca rossa per la produzione di vini da pasto, come attestava già nel 1876 il Bollettino Ampelografico del Ministero dell’Agricoltura. Eppure, paradossalmente, a fine Ottocento il vitigno Vernaccia Nera rischiò di scomparire: nel 1893 la sua diffusione era talmente ridotta da essere considerata quasi estinta.
La rinascita arrivò nel secondo dopoguerra, quando un gruppo di viticoltori decise di recuperare questa varietà per contrastare lo spopolamento delle campagne. È una scelta che cambiò il destino del territorio: nel 1971 arrivò il riconoscimento DOC, seguito nel 2004 dalla DOCG, consacrazione definitiva di un prodotto unico. Oggi, ogni novembre, Serrapetrona celebra questa tradizione con Appassimenti Aperti, un evento che permette di entrare nei locali dove i grappoli vengono messi a riposare dopo la vendemmia, secondo la pratica antica.
Perché è proprio il metodo produttivo a rendere la Vernaccia di Serrapetrona così diversa. Le vigne crescono fino a 700 metri di altitudine, su terreni esposti al sole e caratterizzati da forti escursioni termiche, mitigate dall’influsso del mare Adriatico. Dopo la raccolta, solo una parte delle uve – non più del 60% – viene vinificata subito. Il resto, almeno il 40%, viene lasciato appassire in ambienti dedicati – gli “appassimenti” – fino a concentrare zuccheri e aromi. Da qui prende forma un processo complesso che prevede ben tre fermentazioni: la prima subito dopo la vendemmia, la seconda dopo l’appassimento, la terza in autoclave durante la presa di spuma. Il risultato è un vino dal colore rubino intenso con riflessi violacei, profumato di frutti rossi e con una gradazione che si aggira tra i 12 e i 13 gradi.
Esiste in versione secca e dolce, ma in entrambi i casi conserva una personalità netta. Tradizionalmente si serve a fine pasto, accompagnando crostate e pasticceria secca, ma il suo profilo aromatico lo rende sorprendentemente versatile. È un vino raro, prodotto in quantità limitate e proprio questa scarsità ne aumenta il fascino. Proprio grazie a questo prodotto, Serrapetrona fa parte dell’associazione nazionale delle Città del Vino.



Accanto al vino, Serrapetrona racconta un’intera cultura del cibo legata alle pratiche agricole tradizionali delle Marche. Qui l’allevamento bovino è ancora diffuso su piccola scala, con stalle che raramente superano i quindici capi e animali nutriti con foraggi prodotti in azienda. La razza simbolo è la Marchigiana, derivata da antichi incroci tra bovini podolici e Chianina, poi affinata con apporti della Romagnola. Un tempo utilizzata anche per il lavoro nei campi, oggi è apprezzata per la qualità della carne, caratterizzata da una marezzatura equilibrata che garantisce tenerezza e sapore. Questo patrimonio è oggi tutelato dal marchio IGP “Vitellone bianco dell’Appennino Centrale”, condiviso con altre razze storiche.
Poi c’è il ciauscolo, che si distingue per la consistenza morbida e spalmabile, ottenuta grazie a una macinatura finissima e a una percentuale elevata di grasso. Preparato con diverse parti del maiale e aromatizzato con vino, aglio e spezie, viene leggermente affumicato e poi lasciato stagionare in ambienti naturali.
L’allevamento ovino, storicamente diffuso nelle colline marchigiane, ha favorito la produzione di pecorini dal gusto sapido e via via più intenso con la stagionatura. Il latte, lavorato con caglio naturale spesso aromatizzato con erbe locali, dà origine a forme che maturano lentamente in ambienti freschi. Dallo stesso processo nasce anche la ricotta.
A completare il quadro è l’olio extravergine, prodotto da varietà locali come la Coroncina, diffusa proprio tra Serrapetrona e i comuni vicini. Coltivata anche oltre i 600 metri di altitudine, questa oliva dà un olio verde intenso, con note di carciofo ed erba e un gusto deciso, leggermente amaro e piccante, ideale per accompagnare legumi e carni alla brace.
Eventi a Serrapetrona: quando andare
A metà agosto a Serrapetrona si svolge la Sagra della Vernaccia, dove il vino rosso locale diventa protagonista anche in cucina, accompagnando piatti che ne esaltano le caratteristiche.
Qualche mese più tardi con Appassimenti Aperti, le cantine aprono le loro porte e svelano il processo dell’appassimento delle uve, adagiate in cassette o sospese, secondo le pratiche tradizionali e antiche. È un’occasione rara per osservare da vicino una fase cruciale della produzione vinicola, ma anche per entrare in contatto con il sapere artigianale del territorio.
Come arrivare a Serrapetrona: indicazioni e collegamenti
In auto: il collegamento principale per Serrapetrona è la SS 77, l’arteria che attraversa la regione da est a ovest, unendo Civitanova Marche a Foligno. Per chi viaggia lungo l’Adriatica, l’uscita consigliata è quella dell’autostrada A14 a Civitanova Marche, da cui si prosegue verso l’entroterra in direzione Macerata e Tolentino, per poi imboccare la viabilità provinciale che attraversa località come Maestà e Passo San Ginesio.
In treno e autobus: chi preferisce il treno può fare riferimento alle stazioni di San Severino Marche o di Tolentino, entrambe a breve distanza dal borgo. Esistono anche collegamenti autobus gestiti da compagnie locali come Contram Mobilità.
In aereo: per chi arriva da più lontano, l’aeroporto più vicino è quello di Aeroporto di Ancona-Falconara, situato a circa 106 chilometri, collegato al territorio da una rete stradale scorrevole.
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