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Visitare Stolac, perla nascosta della Bosnia ed Erzegovina: storia ottomana, natura, moschee, fortezze, misteriose necropoli e paesaggi autentici. Un viaggio fuori dalle rotte turistiche.

Non si visita Stolac per caso. È fuori rotta e sospesa in quella terra a metà fra la costa e l’entroterra. Appare come un miraggio dopo chilometri di curve, montagne e silenzio.

Stolac non si maschera per i turisti e non nasconde le sue cicatrici: muri crivellati, case ricoperte di murales e scritte, palazzi che non hanno dimenticato nulla. Non accompagna per mano chi la visita, ma si racconta così com’è. E in tutto questo, incredibilmente, riesce anche a essere bella.

Il fiume Bregava attraversa la città; anatre e salici convivono armoniosamente, mentre a pochi metri le rovine si alternano a case restaurate con l’eleganza ottomana. Stolac è tutto quello che le guide non dicono: poesia sporca, memoria viva, resistenza che non ha bisogno di proclami. Qui la bellezza e il dolore camminano insieme. Il centro storico ha ritrovato il suo respiro. Gli spazi pubblici, riportati con rispetto al loro antico splendore, accolgono i passi dei visitatori e degli abitanti. Le piazze sono tornate a essere luoghi di incontro e i caffè si riempiono di voci e risate.

Cenni storici su Stolac

Nell’area circostante la città, la storia ha tracciato un percorso di oltre 15.000 anni di presenza umana, come dimostrato dai segni indelebili nella caverna di Badanj, datati tra il 12.000 e il 16.000 a.C. A ovest di Stolac, si estende la misteriosa necropoli di Radimlja, adornata dalle mistiche stećci, risalenti al XV e al XVI secolo. E poi, il sito di Daorson – la “Micene dei Balcani” come qualcuno la chiama, ma senza i turisti né merchandising – che secondo le leggende risalirebbe a circa 2500 anni fa, benché le prove geologiche indichino radici ancora più profonde, risalenti a 7000 anni fa

E poi la storia della città stessa, costruita su nove strati ed epoche. Illiri, Romani, Ottomani, Austro-Ungarici, Jugoslavi: ognuno ha lasciato un’impronta. Alcuni con l’architettura, altri con il fuoco.

Eppure Stolac è ancora qui. Anche dopo che la guerra degli anni ’90 ha provato a cancellarne l’anima, bombardando moschee, chiese, lapidi, identità. Ma non ce l’ha fatta. Nel 2003, la Commissione per la Conservazione dei Monumenti Nazionali della Bosnia ed Erzegovina ha riconosciuto la città vecchia di Stolac come “Monumento Nazionale”, imponendo severe restrizioni per proteggere e promuovere questo patrimonio storico. Oggi, più che mai, Stolac mostra le sue ferite come medaglie.

Cosa vedere a Stolac

Passeggiata nel centro storico di Stolac

Il fulcro della vita a Stolac si sviluppa nella čaršija, il nucleo centrale dell’antica città ottomana. Al centro di questo quartiere, la moschea Čaršija, costruita nel 1519, si affaccia maestosa sulla Grande tepa, l’antica piazza del mercato. Passeggiando per la piazza, recentemente restaurata secondo lo stile ottomano originale, si rimane incantati dalle raffinate decorazioni della grande moschea, dalla torre dell’orologio e dagli edifici storici oggi dedicati alla cultura.

Stolac | © Serena Annese
Moschea Čaršija | © Serena Annese
Grande tepa | © Serena Annese

L’antico han, un tempo rifugio per i viandanti, è rinato come un ristorante accogliente, dove gustare piatti tipici locali a prezzi popolari. I tavolini all’aperto dei bar rendono la piazza un punto d’incontro vivace, ideale per una colazione lenta o un semplice caffè all’ombra.

A breve distanza dalla piazza, si affacciano anche due simboli del pluralismo religioso che da sempre caratterizza Stolac: una nuova chiesa ortodossa e, poco più lontano, una chiesa cattolica, entrambe armoniosamente integrate nel tessuto urbano.

Tra la moschea di Podgrad e il ponte di Podgrad, si estendeva un tempo il Mejdan, conosciuto anche come Little Čaršija: era il centro commerciale della città, animato da venditori di ortaggi freschi, tessuti, utensili e ogni genere di mercanzia.

Intorno, ci sono i vecchi ponti di pietra che sovrastano il fiume Bregava, i mulini ad acqua – alla fine del XVIII secolo se ne contavano oltre 180 – che ancora resistono alla corrente, le isolette fluviali utilizzate per la pesca e gli orti rigogliosi coltivati con cura, da cui proviene gran parte della frutta e verdura alla base della cucina locale. E poi c’è la sorprendente cascata di Provalije, che si getta nel cuore della città.

Sulle alture di Stolac: la cittadella fortificata di Vidoški

Mentre si ammira la cascata, basta alzare lo sguardo per vedere la fortezza di Stolac, risalente al XVII secolo e costruita sulla cima della collina con 17 bastioni. I resti di mura ciclopiche testimoniano la presenza degli antichi Daorsi, una delle civiltà illiriche che abitavano la regione. Poi arrivò il Medioevo, e con esso il Castello di Vidoški, citato per la prima volta verso il 1375, quando la Bosnia era ancora un regno. Governato da nobili locali, il castello era non solo fortezza, ma anche centro di potere e giustizia.

Quando gli Ottomani conquistarono Stolac nel 1465, le mura vennero rinforzate, le torri ampliate, le cisterne scavate nella roccia. Per secoli fu uno dei baluardi più importanti del sangiaccato d’Erzegovina. Sorse così Ustulce, una città attraversata dalla via carovaniera che univa il porto di Dubrovnik all’entroterra dei Balcani – una rotta di mercanti, pellegrini e soldati. Dopo l’arrivo degli Ottomani, la cittadella cadde in parziale abbandono. Sulle sue rovine sorse un villaggio, lentamente ripopolato. La conversione all’Islam fu favorita anche dalle persecuzioni subite precedentemente dai Bogomili, ed entro il 1585 la maggior parte delle famiglie aveva abbracciato la fede musulmana.

Nel 1664, il grande viaggiatore ottomano Evliya Çelebivisitò Ustulce e la descrisse come una cittadina incastonata tra i frutteti, con case in pietra fortificate, moschee, bagni turchi, botteghe e mulini mossi dall’acqua. La sua narrazione si interrompe bruscamente con il racconto di un saccheggio: cinquemila cristiani uscocchi, giunti da Cattaro, avevano appena devastato la città, incendiato le case e ridotto in schiavitù molti musulmani. Eppure, pochi giorni dopo, il pascià d’Erzegovina contrattaccò, liberando centinaia di prigionieri. Durante l’Impero Austro-Ungarico, la presenza cattolica fu ufficializzata con la costruzione di una grande chiesa. Intanto, l’equilibrio demografico subiva una trasformazione. I musulmani migravano, la città si svuotava. Eppure Ustulce lasciava tracce di sé anche nella cultura: qui nacque Hersekli Arif Hikmet, uno degli ultimi poeti dell’epoca classica ottomana. Il colpo più duro arrivò però alla fine del Novecento. La guerra in Bosnia, tra il 1991 e il 1995, devastò ancora una volta questo piccolo centro. Nel 1993, l’esercito croato entrò a sorpresa, deportò la popolazione musulmana e fece esplodere cinque delle sei moschee cittadine. Il cuore di Ustulce fu ridotto in macerie, ma nel 2002, sette anni dopo l’accordo di Dayton, la vita è tornata a scorrere nelle vie di Ustulce. Oltre 14.000 persone, tra cui la quasi totalità della comunità musulmana originaria, ripresero possesso delle loro case. La Moschea del Sultano Selim è stata ricostruita, come atto di memoria e di speranza.

Scultura di Stolac dedicata alla Necropoli di Radimlja | © Serena Annese
Castello di Vidoški | © Serena Annese

La salita richiede scarpe comode e un po’ di fiato, ma la ricompensa è nel paesaggio che si apre sulla valle sottostante. A piedi, dal centro di Stolac, richiede circa venti minuti di cammino. Chi preferisce evitare la fatica può tentare la strada in auto, ma non è sempre possibile: lo spazio per parcheggiare in cima è esiguo, e durante le ore più frequentate l’accesso potrebbe essere chiuso.

La necropoli medievale di Radimlja

A tre chilometri dal centro di Stolac, nella valle di Vidovo Polje, si trova la famosa necropoli medievale di Radimlja. Un enigma scolpito nella pietra e un atlante silenzioso di simboli, gesti e memorie incise nella roccia calcarea bianca delle colline di Ošanići.

Qui, tra l’erba alta, si trovano 133 stećci – pietre tombali monolitiche, alcune così ornate da apparire più come opere d’arte che come segni di morte. Monumenti scolpiti tra il XII e il XVI secolo, testimoni di una spiritualità complessa e di un’identità culturale che abbraccia paganesimo, cristianesimo e alcune eresie balcaniche, come il bogomilismo.

Gli stećci non sono un’esclusiva di Radimlja: ne esistono circa 60.000 sparsi tra Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Montenegro e Serbia. Ma è qui, nel cuore dell’Erzegovina, che si trova una delle necropoli più significative e meglio conservate. Per questo, Radimlja è divenuta patrimonio mondiale dell’UNESCO e monumento nazionale bosniaco. Il campo che ospita la necropoli si estende seguendo l’asse est-ovest. Le lapidi si susseguono fitte, a volte sovrapposte, a ridosso della strada Čapljina-Stolac, che, costruita in epoca austro-ungarica, ha purtroppo distrutto una ventina di monumenti.

Ogni stećak ha forma e decorazione proprie: lastre orizzontali, cassapanche semplici, sarcofagi con piedistallo, croci scolpite e forzieri alti. Alcuni sono lisci e austeri; altri sono incisi con motivi vegetali, rosette, spirali, trifogli, danze, scene di caccia, stelle e lune. Su molti compaiono figure maschili con il braccio destro alzato e la mano aperta, gesto enigmatico che sembra un saluto o forse una benedizione eterna. 

Questa necropoli non è solo il frutto di una tradizione culturale: ma anche il mausoleo di una famiglia nobile. Gli Hrabren-Miloradović-Stjepanović, capi valacchi convertiti all’Islam con l’arrivo degli Ottomani, governarono la zona tra Stolac e Mostar. I loro nomi sono scolpiti in epitaffi in cirillico, accanto a simboli araldici e tracce della loro ascesa e integrazione nel mondo ottomano e, in parte, nella nobiltà dell’Impero russo.

Le pietre raccontano così storie di voivoda, di guerrieri, di religiosi e artigiani: si leggono i nomi degli scalpellini che plasmarono la pietra – Miogost, VolašinVogačić, RatkoBrativonić – e si immagina il suono dello scalpello nel silenzio delle colline, mentre nascevano bassorilievi di cavalli, viti, tornei cavallereschi e kolo danzanti, l’antica danza balcanica.

Radimlja è un punto d’incontro tra epoche. Nei pressi della necropoli si trovano tumuli funerari illirici, testimonianza di una vocazione sepolcrale antichissima del luogo, poi continuata nel Medioevo. Scavi condotti negli anni Sessanta del Novecento hanno rivelato tombe profonde fino a 135 cm, contenenti resti umani alti e possenti – segni di una popolazione vigorosa, forse dedita alla guerra o alla pastorizia.

Benché si sia provato a dare una spiegazione alla loro realizzazione, il loro significato profondo resta in parte insondabile – ed è forse proprio questo mistero a renderli così affascinanti.

Indirizzo: M6, Stolac 88360, Bosnia ed Erzegovina
Orari: aperta da lunedì a venerdì dalle 7:00 alle 19:00, sabato e domenica dalle 9:00 alle 17:00.
Biglietto: 8 KM (4€).

Necropoli medievale di Radimlja | © Serena Annese
Necropoli medievale di Radimlja | © Serena Annese
Necropoli medievale di Radimlja | © Serena Annese

Cosa vedere nei dintorni di Stolac

Daorson: l’antica capitale dei Daorsi

Tra le colline pietrose di Ošanjići, poco fuori Stolac, si apre uno dei luoghi più sorprendenti e dimenticati dei Balcani: Daorson, l’antica capitale dei Daorsi, popolo illirico che visse e prosperò lungo la valle del Neretva più di duemila anni fa.

Per raggiungere Daorson occorre percorrere una strada che si inerpica tra vigneti e rocce, mentre il paesaggio si fa arido. In cima restano imponenti mura ciclopiche, possenti blocchi di pietra grezza, simili a quelli di Micene. Il confronto con la Grecia antica non è solo architettonico: questa città, costruita tra il IV e il I secolo a.C., era profondamente influenzata dalla cultura ellenica. I Daorsi avevano una flotta forte e una zecca propria. Daorson si sviluppava intorno a una cittadella fortificata, probabilmente eretta sopra un insediamento ancora più antico risalente alla tarda età del Bronzo. L’acropoli, cuore pulsante del potere politico e religioso, era protetta da un muro lungo oltre 60 metri e alto fino a 7. 

Sotto la collina principale, si stendevano terrazze abitate: zone artigianali, magazzini, forse anche aree sacre. Oggi si cammina tra frammenti di anfore, cocci ceramici con graffiti misteriosi, e sculture spezzate. Tra i reperti, spicca una scultura in granito raffigurante Cadmo e Armonia, intrisa di simboli locali, con tredici serpenti e dieci ali d’aquila, in un abbraccio tra mitologia greca e spiritualità illirica. Tra i reperti emerge un elmo in bronzo, finemente decorato con scene mitologiche. Porta incisa una parola greca, ΠΙΘ, che gli archeologi interpretano come un nome illirico: forse Pinnes, un principe, un eroe, o solo un uomo di valore. Il denaro rivestiva un ruolo centrale nella vita della città: nel cuore dell’acropoli è stata rinvenuta una piccola zecca dove venivano coniate monete con l’effigie del re Ballaios, segno tangibile di autonomia e ingegno economico.

I Daorsi si allearono con la Repubblica Romana dopo essere stati messi alle strette dai Delmati, un altro popolo illirico. Offrirono le loro navi, la loro fedeltà. In cambio ottennero l’immunità e un riconoscimento all’interno delle cronache romane. Ma la protezione non durò per sempre. Verso la metà del I secolo a.C., Vatinio, pretore romano, condusse una campagna contro i Delmati che finì per trascinare con sé anche Daorson. Il saccheggio fu definitivo. La città venne abbandonata e mai più abitata.

Oggi il sito è riconosciuto come monumento nazionale della Bosnia ed Erzegovina e, insieme alla necropoli stećak di Radimlja e ad altri tesori culturali nei dintorni di Stolac, è stato proposto per entrare nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO.

La necropoli di Boljuni

Il villaggio di Boljuni è composto da poche case, abitate da agricoltori e circondate da prati che si perdono all’orizzonte. A circa 12 km da Stolac, si trova la necropoli di Boljuni, dal 2016 Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Segnalata con discrezione sulla statale, si raggiunge percorrendo una stretta strada leggermente asfaltata, nel cuore dell’Erzegovina più rurale, tra colline silenziose in direzione di Hutovo Blato. Gli ultimi chilometri sono un viaggio tra campi aperti e silenzi interrotti solo dal belato di un gregge. Qui ci sono circa 269 stećak e la maggior parte risale alla metà del XV secolo, mentre alcune risalgono al XVI secolo. Molte sono lastre semplici, senza decorazioni, ma il luogo emana un senso di presenza e mistero. Racchiusi da una semplice recinzione – il cancello non è chiuso, ma solo accostato – possono essere visitati liberamente

Necropoli di Boljuni | © Serena Annese
Necropoli di Boljuni | © Serena Annese
Necropoli di Boljuni | © Serena Annese

I più numerosi sono i sarcofagi, ma si incontrano anche lastre piane, cappucci funerari e persino alcune croci. Di questi stećci, ben 92 sono ornati da motivi incisi e a volte misteriosi: croci prominenti, viti intrecciate come simboli di vita e rinascita, rosette solari, scudi con spade, lune crescenti, cavalieri in torneo, scene di caccia, e danze rituali. Alcuni bassorilievi sorprendono per la loro originalità: un leone fiero, una madre con il suo bambino tra le braccia, animali fantastici simili a lucertole e un enigmatico corteo guidato da un uomo a cavallo di un cervo. Tra queste pietre funerarie riposa anche Vlatko Vuković Košaca, celebre comandante e signore di Hum, fedele braccio armato del re Tvrtko I di Bosnia,nonché valoroso stratega.

Consiglio: camminate con attenzione nelle zone dove l’erba si fa alta, non tanto per timore, quanto per rispetto di ciò che vive ancora tra queste tombe: piccoli serpenti, certo, ma anche memorie.

Accanto alla necropoli, si trova il cosiddetto Pozzo Greco, noto tra la gente del posto come Neveš voda – l’Acqua di Neves – una sorgente che aggiunge un’aura leggendaria a questo luogo. Si tratta di un antico pozzo di forma perfettamente circolare, che la tradizione fa risalire all’epoca illirica. In una regione segnata dalla siccità, il pozzo rappresentava la sopravvivenza: raccoglieva l’acqua delle piogge autunnali, che scivolava tra le tombe e si incanalava nel sottosuolo. Per secoli ha dissetato uomini e animali, ha visto lavare volti e mani, ha fatto da cornice ai giochi estivi dei bambini del villaggio, che lì imparavano a nuotare. Fino agli anni Sessanta, nella zona di Stolac questi pozzi rotondi erano parte integrante della vita quotidiana. E si racconta, con una punta d’orgoglio e meraviglia, che quello di Boljuni non si sia mai prosciugato. Alcuni credono addirittura che le sue acque siano misteriosamente collegate al vicino bacino di Hutovo Blato, attraverso un antico sistema di canali sotterranei.

Testimonianze storiche e naturali: la Grotta di Badanj e quella di Vjetrenica

A pochi chilometri da Stolac, si trova la grotta di Badanj. La si raggiunge risalendo una gola selvaggia, dove il fiume ha inciso per millenni una strada tra le rocce, a 45 metri sopra il suo corso odierno. Il luogo è un piccolo teatro naturale, affacciato sulla valle e riparato sotto una sporgenza rocciosa: un abri, direbbero gli archeologi, ma per l’occhio del viaggiatore è un rifugio primitivo, scolpito dal vento. Qui, nel 1976, emerse un disegno inciso su un blocco di pietra levigata. Le linee, semplici ma potenti, rivelavano la sagoma di un cavallo colpito da frecce. È considerato il più antico esempio d’arte rupestre della Bosnia-Erzegovina, datato tra i 12.000 e i 16.000 anni fa, nel cuore del Paleolitico superiore.

L’incisione, parzialmente cancellata dal tempo e dalle intemperie, racconta molto più di quanto mostri: è un rituale, un linguaggio perduto, forse una forma di magia per propiziarsi la caccia, o per affermare un potere totemico sull’animale. Tra i suoi strati archeologici sono stati ritrovati utensili ricavati da pietra e osso e perline fatte con denti di cervo. I resti ossei di cuccioli di cervo senza corna suggeriscono che gli uomini preistorici tornassero qui ogni anno, probabilmente tra marzo e maggio, per cacciare, preparare materiali e forse celebrare qualche rito a noi sconosciuto.

Gli scavi hanno rivelato due strati distinti di occupazione paleolitica, con venti livelli culturali e geologici nel deposito superiore. Questi corrispondono al tardo Epigravettiano, lo stesso stile culturale che si ritrova sulle coste meridionali dell’Adriatico e fino alla penisola italiana. I manufatti, in quarzo e selce, parlano di una tecnologia raffinata e di una continuità culturale sorprendente in un’epoca di grandi cambiamenti climatici. I resti suggeriscono piccoli gruppi di non più di 15 persone, nomadi, adattabili, uniti attorno a una scintilla accesa sotto la roccia.

Necropoli di Boljuni | © Serena Annese
Neveš voda | © Serena Annese
Necropoli di Boljuni | © Serena Annese

Nel 2003 il sito di Badanj è stato riconosciuto come Monumento Nazionale della Bosnia ed Erzegovina, e dal 2007 attende il riconoscimento UNESCO come parte dell’eredità culturale e naturale di Stolac.

Indirizzo: 3VJP+G59, Borojevići, Bosnia ed Erzegovina

A soli 12 km in linea d’aria dal mare Adriatico e a un passo dal villaggio di Zavala, la Grotta di Vjetrenica – “la caverna del vento” – si apre a 260 metri sul livello del mare. È un mondo scolpito da millenni di acqua e tempo, dove l’aria è fresca – sempre attorno agli 11 gradi. Le prime passerelle per i visitatori furono tracciate negli anni ’40, e già nel 1946 un sistema di illuminazione rese percorribili oltre un chilometro di questo labirinto geologico. Qui scorrono quattro corsi d’acqua perenni e una costellazione di rivoli effimeri che danno vita a laghi sotterranei dalle acque immobili e misteriose. Glavni kanal corre orizzontale come una colonna vertebrale, costeggiato da camini che si innalzano verticalmente fino a emergere nella roccia e da gallerie più profonde come la Donja Vjetrenica e il canale Absolon. L’inizio del percorso turistico accoglie con la Prva dvorana (“prima sala”) una caverna lunga 40 m che termina con un’apertura perfettamente circolare, levigata dall’erosione, chiamata le Porte. Si prosegue nella Rogljasta dvorana, sorprendentemente più larga che lunga, e poi nel Raskrsnicu, uno spazio imponente dove le gallerie si inseguono e si intrecciano.

Jakov Sorkočević, nel 1582, scriveva che qui vivevano le fate, ninfe eteree che danzavano nella penombra. Avanzando, si giunge alla Donja Vjetrenica, un dedalo di 370 metri. Poco oltre, appare il tavolo degli hajduk, una sorta di sala da banchetto in pietra, dove si conclude il tratto accessibile al pubblico. Ma la grotta continua a scavare nelle viscere della terra. Dal 1952 questa grotta è protetta come riserva naturale e dal 2004 è in attesa di essere riconosciuta come patrimonio UNESCO.

Indirizzo: Don Ivana Musića 1, Ravno 88000, Bosnia ed Erzegovina
Orari: aperta tutti i giorni dalle 9:00 alle 16:00.
Biglietto: 25 KM (12,50€) / per verificare le condizioni di riduzione o gratuità, consultare il sito ufficiale.

Come raggiungere Stolac e la necropoli Radimlja Stećak

Arrivare a Stolac non è complicato. Occorre percorrere le strade della Bosnia ed Erzegovina che si attorcigliano tra colline color tabacco e il riflesso del sole sul fiume Bregava. Mostar dista circa 40 km di distanza. Il punto di arrivo più comodo, per chi proviene da lontano, è proprio il vicino aeroporto internazionale di Mostar, situato a soli 37 km dalla città, lungo la strada principale M17.3. Anche la stazione ferroviaria di Mostar, che si trova alla stessa distanza, rappresenta un’ottima opzione.

Peksimeti di Han | © Serena Annese
Han a Stolac | © Serena Annese
Begova čorba di Han| © Serena Annese

Per chi atterra nella capitale, l’aeroporto internazionale di Sarajevo dista 161 km da Stolac, seguendo il percorso autostradale E73/M17 e poi le arterie secondarie che portano a sud. Anche la stazione ferroviaria di Sarajevo, ben collegata al resto del Paese, può essere un punto di partenza per proseguire verso Stolac.

Si può arrivare in città anche dalla Croazia. Laeroporto internazionale di Dubrovnik, a 103 km di distanza, è ben servito da voli nazionali e internazionali. Da lì, il tragitto verso Stolac segue la strada statale M6 passando per Trebinje, regalando scorci mozzafiato lungo la costa e nell’entroterra bosniaco. Il porto internazionale di Dubrovnik, anch’esso non distante (130 km), rappresenta un’alternativa per chi arriva via mare.

Ma la scelta più pratica – e forse anche la più sensata – è noleggiare un’auto: offre la libertà di esplorare con facilità tra le necropoli e i siti archeologici attorno a Stolac.

Dove mangiare a Stolac

A Stolac non c’è alcuna pretesa da gourmet, niente chef stellati né piatti con schiume di questo o riduzioni di quello. Qui si cucina con le mani, con la testa, ma soprattutto con il cuore.

Han (3XM5+593), proprio sulla piazza principale, non serve alcolici e il menù cambia ogni giorno. Qui basta prendere quello che c’è e fidarsi. Potrebbe essere un piatto di dolma, magari un begova čorba, capace di scaldare il cuore, o una pita preparata alla perfezione.

Poi c’è Behar (M17.3 Stolac), un’istituzione a Stolac che si affaccia sul fiume, nella zona occidentale della città. In estate la terrazza si riempie di gente. Qui la trota è un rito, fresca e grigliata alla perfezione.

Infine, il Bar Čaršija (Centar bb, Stolac 88360, Bosnia ed Erzegovina),sempre sulla piazza, per una colazione semplice e una visuale perfetta sulla vita cittadina che scorre.

Conoscevate già Stolac e la sua necropoli? L’avete già visitata o lo farete presto? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

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