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Guida completa al Pazo de Oca: storia, architettura e giardini. Cosa vedere e come arrivare in uno dei pazos più affascinanti della Galizia.

Nel corso dei secoli, il Pazo de Oca si è guadagnato appellativi evocativi come “Versailles gallega” e “Generalife del Norte”, definizioni che, pur ambiziose, trovano una loro legittimità non appena si accede a questa storica proprietà immersa nella campagna della Galizia.

Collocato lungo il tracciato del Cammino Sanabrés, a breve distanza dal Ponte Ulla, il complesso si inserisce in un più ampio percorso culturale e spirituale, diventando una tappa di rilievo per i viaggiatori che attraversano questa porzione del territorio galiziano. Non sorprende, dunque, che il Pazo de Oca sia annoverato tra i più significativi esempi di pazo della regione, né che abbia ottenuto il riconoscimento ufficiale come Bene di Interesse Culturale del Patrimonio Spagnolo.

Cenni storici sul Pazo de Oca: dalle origini medievali alla residenza aristocratica

Per comprendere davvero l’identità del Pazo de Oca, occorre risalire lungo una trama dinastica piuttosto complessa. All’origine di tutto si trova la Casa Ducale di Medinaceli, una delle più importanti famiglie aristocratiche della penisola iberica.

La tradizione colloca a Pazo de Oca una fortezza già nel XII secolo, ma le testimonianze materiali oggi visibili risalgono alla metà del XV secolo, epoca dei primi signori documentati: Álvaro de Oca e suo figlio Suero. Quest’ultimo fu coinvolto nelle turbolenze politiche del tempo, schierandosi al fianco di Pedro Álvarez de Sotomayor durante la guerra di successione alla corona castigliana.

In quel contesto, la Galizia si divise tra i sostenitori di Juana la Beltraneja – figlia di Enrico IV – e quelli della futura Isabella I di Castiglia. Il potente arcivescovo di Santiago, Alonso de Fonseca, schierato con Isabella, intervenne militarmente e nel 1477 sottrasse Oca al suo signore, integrando la proprietà nella giurisdizione ecclesiastica compostelana. Questo assetto rimase in vigore fino al 1564, quando il territorio passò sotto il controllo diretto della Corona.

Una nuova fase si aprì con Filippo II di Spagna, che nel 1586 vendette la tenuta di San Esteban de Oca, con relativa giurisdizione civile, a María de Neira, appartenente a una famiglia influente di Santiago de Compostela. Attraverso il suo testamento del 1590, María consolidò un vasto patrimonio che comprendeva cariche pubbliche, residenze urbane e diritti di patronato su cappelle cittadine.

La successione passò quindi al figlio Juan de Neira e, in seguito, alla figlia Catalina, il cui matrimonio con Juan Gayoso Noguerol segnò l’inizio di una lunga egemonia familiare: il cognome Gayoso rimase infatti legato alla signoria di Oca fino al XX secolo.

Dell’antica fortezza medievale restano tracce che suggeriscono una struttura composta da due torri merlate unite da un corpo centrale. Tuttavia, già nel tardo Cinquecento, sotto la famiglia Neira, furono introdotte modifiche significative: portali decorati con stemmi familiari, mura perimetrali ornate e un sistema di giardini terrazzati che richiamava l’ideale rinascimentale dell’hortus conclusus. In questo contesto si inserisce anche la realizzazione di un sistema idraulico intramurale, alimentato da una diga menzionata nel testamento di María de Neira del 1594, situata nell’area dell’attuale stagno.

Capilla de Santo Antonio del Pazo de Oca | © Serena Annese
Tra i sentieri di Pazo de Oca | © Serena Annese
Tra i sentieri di Pazo de Oca | © Serena Annese

Il vero punto di svolta arrivò all’inizio del XVIII secolo con Andrés Gayoso Neira, il cui matrimonio con Constanza Arias Ozores, legata alla casa di Amarante, segnò l’ingresso di Oca in un circuito aristocratico di livello superiore. La morte senza eredi dei fratelli di lei comportò l’unione di titoli prestigiosi, tra cui la contea di Amarante e il marchesato di San Miguel de Penas, dando impulso alla trasformazione della fortezza in residenza palaziale.

Fu in questo periodo che prese forma il Pazo come lo conosciamo oggi. La moglie, dama di compagnia della regina Isabella Farnese, contribuì a introdurre modelli di vita cortigiana e risorse economiche che permisero l’avvio dei lavori già negli anni Venti del Settecento. I giardini furono progettati secondo un ideale settecentesco che univa utilità e bellezza: un frutteto ornamentale, dove furono integrate piante medicinali e colture alimentari.

Gli stagni, considerati tra gli elementi più notevoli del complesso, furono realizzati in questa fase e descritti come degni di una residenza cardinalizia. Parallelamente, anche il palazzo subì profonde trasformazioni: Andrés Gayoso ricostruì la torre medievale e ridisegnò la facciata principale, lasciando incise le insegne della sua casata. La trasformazione da fortezza medievale a palazzo con giardini di piacere fu conclusa nel XVIII secolo, per poi arricchirsi nel XIX di elementi romantici e paesaggistici.

Dal punto di vista architettonico, il XIX secolo introdusse modifiche decisive. La più evidente è la costruzione della solana – una galleria su archi in pietra affacciata sul cortile – che sostituisce un precedente corridoio ligneo settecentesco. Realizzata negli anni Sessanta dell’Ottocento dai marchesi di San Miguel de Penas, María Encarnación e il marito Manuel Fernández de Henestrosa, questa struttura amplia la facciata e consente l’introduzione dei corridoi interni, tipici dell’abitare ottocentesco e in contrasto con la distribuzione settecentesca basata su sale comunicanti.

Parallelamente, nella seconda metà del secolo, gli stessi marchesi affidarono al paesaggista francese François Viet y Bayez – attivo anche al Jardín del Moro di Madrid – un ampio intervento di riorganizzazione dei giardini. Fu Fernando Gayoso Arias a completare l’ala di servizio situata nella campata meridionale del palazzo, oggi elemento di separazione tra il cortile e il giardino.

Cosa vedere a Pazo de Oca

La piazza del lavoro: il cuore storico del complesso

Quella che oggi appare come una piazza ordinata e silenziosa era un tempo il cuore operativo del complesso, il cortile del pazo. Pur avendo perso la sua funzione originaria, conserva la sua struttura: cappella, palazzo e case indipendenti si dispongono secondo una gerarchia precisa, traducendo in architettura i rapporti sociali del XVIII secolo. Le diverse scale degli edifici, le loro posizioni e il linguaggio architettonico trasferiscono qui, in pieno contesto rurale, un modello di vita tipicamente cittadino.

La Cappella di Sant’Antonio da Padova: capolavoro del barocco galiziano

A dominare la piazza è la cappella, dedicata a Sant’Antonio da Padova, costruita tra il 1731 e il 1752 su progetto del domenicano Fray Manuel de los Mártires, figura di rilievo del tardo barocco galiziano e autore della facciata del monastero di San Martín Pinario a Santiago de Compostela.

L’edificio sostituisce un precedente oratorio fondato alla fine del XVI secolo da María de Neira, già dedicato allo stesso santo e autorizzato alla celebrazione della messa dal 1714. La nuova cappella ne mantiene il titolo e ne amplifica la monumentalità, presentando sulla facciata principale una nicchia con Sant’Antonio, affiancato in alto da Santa Barbara e dagli stemmi dei committenti – Fernando Gayoso de los Cobos e María Josefa de los Cobos Bolaño – gli stessi che decorano il soffitto del Salón del Estrado del palazzo.

All’interno, lo spazio si articola attorno a tre pale d’altare, commissionate nel 1750 al maestro di Compostela Luis Parcero, con sculture attribuite in gran parte a José Gambino, artista di origine genovese attivo in Galizia. La statua principale di Sant’Antonio, tuttavia, presenta un’attribuzione incerta: alcuni studiosi la riconducono a José Ferreiro, altri ad un artista italiano.

La pala maggiore si sviluppa su più livelli iconografici. Nel primo ordine, al centro, Sant’Antonio da Padova è affiancato da Sant’Antonio Abate – riconoscibile dal bastone, dal libro e dal maiale – e da Teresa d’Ávila, raffigurata con penna e libro, ispirata dalla colomba dello Spirito Santo. Nel secondo ordine compaiono Francesco d’Assisi e Domenico di Guzmán, quest’ultimo accompagnato dall’iconico cane con la torcia. Nella parte superiore, l’Immacolata Concezione occupa la posizione centrale, affiancata da San Sebastiano e San Rocco.

Le pale laterali completano il programma iconografico. Sul lato del Vangelo, il medaglione superiore raffigura Giacomo il Maggiore, mentre nella parte inferiore si sviluppa una scena della Crocifissione con la Vergine Addolorata, San Giovanni e Maria Maddalena. Sul lato dell’Epistola, il medaglione presenta Andrea Apostolo; sotto, compaiono Ignazio di Loyola e – al centro del primo ordine – Raimondo Nonnato, affiancato da San Giuseppe e dal re Ferdinando III di Castiglia. L’oratorio superiore custodisce inoltre un reliquiario con le ossa del santo.

Gli stagni di Pazo de Oca | © Serena Annese
Pazo de Oca | © Serena Annese
Solana di Pazo de Oca | © Serena Annese

Ai lati del transetto si trovano i sepolcri di Esteban de Junqueiras, della moglie Teresa Vázquez de Sotomayor e delle loro figlie. Figura legata all’arcivescovo Fonseca durante le guerre civili galiziane, Junqueiras fu ricompensato dai Re Cattolici per il suo sostegno. La famiglia, originaria del convento di San Antonio a Santa María do Xobre (Puebla del Caramiñal), fu tra i fondatori di uno dei grandi patrimoni confluiti nel marchesato di Puebla de Parga.

Le tombe furono trasferite nella cappella di Oca nel 1929 dal marchese di Camarasa, a seguito del degrado del convento originario dopo le soppressioni ecclesiastiche del XIX secolo. Nel suo insieme, la cappella – costruita tra il 1731 e il 1752 – rappresenta uno degli esempi più compiuti del barocco galiziano applicato a un contesto signorile.

Il palazzo del XVIII secolo: interni e organizzazione degli spazi

L’immagine attuale del Pazo de Oca è il risultato di una trasformazione realizzata nel corso del XVIII secolo in parallelo alla ridefinizione dei suoi giardini. In questa fase, l’antica torre medievale fu ricostruita e la facciata riorganizzata secondo i canoni dell’architettura europea del tempo, dando forma a quello che veniva definito un grande appartamento: una sequenza di ambienti interconnessi pensati per la vita di rappresentanza.

Il cortile del palazzo, così come era stato concepito nel Settecento, doveva essere uno spazio unitario, chiuso e perfettamente omogeneo in altezza. A testimoniarlo è ancora oggi l’iscrizione “Prosiga 1746”, accompagnata da una mano scolpita nell’angolo superiore della campata nord rimasta incompiuta. Attorno a questo spazio si dispongono edifici di epoche diverse, mentre la fontana centrale trilobata rappresenta l’unico elemento rimasto costante attraverso le varie configurazioni del cortile.

Tra gli elementi più sorprendenti del complesso ci sono la serra e il labirinto vegetale. Quest’ultimo, ispirato al celebre disegno pavimentale della Cattedrale di Canterbury, si sviluppa parallelamente a una struttura agricola e a una serra dalla facciata scandita da ampie vetrate bianche intervallate da pilastri in granito. Si tratta, con ogni probabilità, di una delle serre più antiche conservate in Spagna. La sua fragilità ne limita oggi l’accesso diretto: può essere osservata solo dal cortile.

Nel 1929, una parte delle antiche stalle che delimitavano il cortile fu demolita per aprire lo spazio verso l’aia, creando una nuova prospettiva sulla valle dell’Ulla. In quest’area emergono alcuni elementi di grande interesse: un granaio tipico della regione dell’Ulla, un lavatoio-abbeveratoio in pietra scolpita e il portale detto “di Cillobre, proveniente da una proprietà familiare situata in quell’omonima località. La campata principale della facciata ospitava la residenza dei marchesi di San Miguel e dei conti di Amarante.

Al piano nobile, la sequenza degli ambienti rispondeva a un preciso schema funzionale: la sala da pranzo delle Loro Eccellenze, oggi nota come Biblioteca per le scaffalature introdotte nel XX secolo e una serie di ambienti più raccolti – anticamera, camera e studio – di dimensioni ridotte, destinati alla scrittura e al ritiro privato del proprietario, oggi trasformati in camera da letto, che erano accessibili sia dalla sala da pranzo sia dal “corredor de palo”, poi convertito in solana nell’Ottocento. 

Poi c’era la Sala di Stato, oggi chiamata Sala degli Stemmi, dominata dal grande soffitto policromo con le armi dei marchesi di San Miguel de Penas, di Puebla de Parga e dei conti di Amarante. Questo ambiente, tradizionalmente associato alla sfera femminile, era collocato accanto alla sala da pranzo, secondo le consuetudini dell’epoca e affiancato simmetricamente da un oratorio e da un’alcova. 

Infine, c’era la Sala dei Continenti, così denominata per le quattro nicchie decorate che rappresentano i continenti conosciuti dalla geografia settecentesca – al centro della facciata sopra il portale – è uno degli ambienti meglio conservati, rimasto sostanzialmente intatto.

Adiacente alla facciata, il giardino del palazzo svolge una funzione di cerniera tra lo spazio chiuso del cortile e l’apertura degli orti. Già presente nelle prime planimetrie conservate, è organizzato in grandi comparti delimitati da basse bordure di bosso, all’interno dei quali si trovano alberi di notevole interesse botanico, spesso per la loro antichità.

Gli stagni monumentali: simbolismo e ingegneria idraulica

Racchiusi tra un muro in pietra e una barriera vegetale, gli stagni furono concepiti da Andrés Gayoso. Due bacini principali – oggi noti come stagno delle Virtù e stagno delle Vanità – sono collegati da una diga e animati da elementi scultorei: due barche in pietra, una associata alla guerra e l’altra alla pesca e la figura enigmatica del “signore del serpente”, posta come intermediario tra due mondi simbolici, quello delle acque calme e quello delle acque turbolente.

La disposizione obliqua degli stagni rispetto all’asse del palazzo risponde a una duplice logica: da un lato, l’utilizzo delle acque del fiume Boo, già sfruttate da un antico mulino attestato almeno dal 1594; dall’altro, l’allineamento con la cappella, scelta come punto focale dell’intero sistema.

I lavori, avviati nel secondo decennio del XVIII secolo e conclusi in meno di quindici anni, rivelano un progetto unitario e coerente. I contratti dell’epoca descrivono con precisione non solo le strutture, ma anche gli effetti scenografici: getti d’acqua, figure simboliche ed elementi araldici.

Gli stagni di Pazo de Oca | © Serena Annese
Tra i sentieri di Pazo de Oca | © Serena Annese
Gli stagni di Pazo de Oca | © Serena Annese

Tra questi spicca la figura del signore con il serpente, concepita come una fontana: l’acqua, convogliata attraverso il corpo del serpente, scende dal bacino superiore a quello inferiore. Questa immagine rimanda al mito fondativo della famiglia Neira, legato alla figura di un eroe che uccise un serpente sulle rive del fiume da cui la stirpe prese nome.

La Fontana della Trota: eleganza tra barocco e neoclassicismo

A completare il sistema idraulico, uno degli elementi più rappresentativi è la Fontana della Trota, costruita nel 1776. Questo esempio di architettura barocca con elementi neoclassici documenta la straordinaria capacità tecnica e progettuale con cui l’acqua viene gestita a Oca.

Il paseo de los tilos: il viale romantico ottocentesco

Tra i percorsi più significativi che attraversano i giardini di Pazo de Oca, si distingue il paseo de los tilos, un viale di tigli che si sviluppa tra siepi di bosso modellate in forme semisferiche. Nella seconda metà dell’Ottocento, il paesaggista François Viet y Bayez intervenne su questo tracciato, rafforzando un percorso già esistente e trasformandolo in un asse visivo capace di collegare gli stagni con il bosco esterno alle mura. L’intervento rispecchia pienamente le tendenze del paesaggismo ottocentesco, orientate a dissolvere i confini tra giardino e natura circostante.

Il boschetto dei Viet: paesaggismo e natura nel XIX secolo

All’interno di un’area triangolare delimitata da infrastrutture idrauliche settecentesche – tra cui un acquedotto e un lavatoio coperto sostenuto da pilastri in pietra – si conserva uno degli interventi più suggestivi del XIX secolo: il cosiddetto boschetto di Viet. È uno dei pochi spazi che conservano ancora intatta la visione del paesaggista francese.

Quando visitare il Pazo de Oca: il periodo migliore e altre informazioni utili

Il periodo migliore per visitare il Pazo de Oca è tra febbraio e aprile, quando il giardino storico si accende grazie alla fioritura delle camelie secolari, protagoniste della celebre Camellia Route galiziana. Anche la primavera avanzata, fino a maggio, offre condizioni particolarmente favorevoli: alle camelie si affiancano le ortensie, dando vita a una sovrapposizione di colori che amplifica la bellezza paesaggistica del parco.

Indirizzo: Pazo de Oca, 36685 A Estrada, Pontevedra, Spagna
Orari: aperto tutti i giorni dalle 9:00 alle 18:30 nei mesi invernali e dalle 9:00 alle 20:30 nei mesi estivi.
Biglietti: 15€ / per verificare le condizioni di riduzione o gratuità, e prenotare la visita guidata degli interni del palazzo, consultare il sito ufficiale.

Come arrivare al Pazo de Oca: indicazioni e collegamenti

In aereo: l’aeroporto di Santiago de Compostela situato a circa 23 chilometri da Pazo de Oca.

In auto: l’auto resta la soluzione più pratica, da Santiago si procede lungo la N-634, seguendo poi le indicazioni per Lugar a Moa e Lugar Vilaboa, in direzione di Lugar Forte/AC-960, nel comune di Boqueixón. Proseguendo sulla AC-240, si raggiunge il Pazo de Oca in meno di mezz’ora.

In autobus: un autobus della compagnia Monbus, collega Santiago de Compostela alla zona in circa 44 minuti. La prima fermata è a Balboa e da lì il trasferimento verso la destinazione finale è diretto.

Conoscevate già Pazo de Oca? L’avete già visitato o lo farete presto? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!

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