
Giorgio Vasari e Roma: la mostra ai Musei Capitolini racconta la nascita della “Maniera Moderna”
“Vasari e Roma” a Palazzo Caffarelli: le fasi romane di Vasari tra committenza, teoria artistica e costruzione delle Vite.
Il dialogo tra Giorgio Vasari e la Città Eterna rivive ai Musei Capitolini con la mostra Vasari e Roma. L’esposizione celebra il maestro aretino come protagonista della scena culturale romana, riconoscendo a Roma non soltanto un ruolo formativo, ma una vera e propria matrice operativa nella definizione della sua visione artistica e nell’evoluzione della sua carriera.
Dal 20 marzo al 19 luglio 2026, Palazzo Caffarelli accoglie un percorso che intreccia opere e documenti, ricostruendo il modo in cui Roma si configura come prima officina creativa e fulcro strutturale della traiettoria di Vasari, artista e scrittore d’arte del Rinascimento.
Indice
La mostra “Vasari e Roma” ai Musei Capitolini
L’esposizione si fonda su un articolato sistema di prestiti provenienti da istituzioni italiane e internazionali – dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica-Palazzo Barberini al VIVE-Vittoriano e Palazzo Venezia, dalle Gallerie degli Uffizi all’Archivio di Stato di Firenze, dalla Pinacoteca Nazionale di Bologna all’Archivio della Fondazione Casa Buonarroti, dalla Biblioteca Apostolica Vaticana al Museo e Real Bosco di Capodimonte, dal Convento e Sacro Eremo di Camaldoli alla Pinacoteca Nazionale di Siena, fino al Móra Ferenc Múzeum di Szeged, alla Badia delle Sante Flora e Lucilla, al Museo Diocesano di Arte Sacra e alla Fraternita dei Laici di Arezzo – configurando una vera geografia della ricezione vasariana.
Il percorso ricostruisce le tappe del rapporto tra Vasari e Roma attraverso i suoi soggiorni nella capitale pontificia, restituendo la complessità di una figura poliedrica – pittore, architetto e biografo – in cui pratica artistica e funzione di interprete della vita culturale e politica del XVI secolo si intrecciano profondamente, come dimostrano le celebri Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori.
Roma emerge così come dispositivo attivo: una macchina di visione e di potere capace di strutturare il linguaggio vasariano e orientarne le ambizioni. Le quattro sezioni della mostra seguono la cronologia dei soggiorni romani, ma questa articolazione si configura come una griglia critica attraverso cui osservare il passaggio dall’esperienza dello sguardo alla costruzione della storia dell’arte.



All’interno di questo impianto si dispiega una selezione di oltre settanta opere – tra disegni, stampe, incisioni, lettere, medaglie, sculture e dipinti – di cui sedici autografi e sette disegni. Emergono, tra gli altri, la Resurrezione realizzata con Raffaellino del Colle, la Resurrezione di Cristo del 1550 e il Ritratto di gentiluomo dei Musei di Strada Nuova di Genova, accanto a nuclei di particolare rilievo come la Natività del 1538 – la celebre Notte di Camaldoli – e l’Orazione nell’Orto del 1571, fino all’Annunciazione proveniente da Szeged, un tempo nella Cappella di San Michele in Vaticano.
Il progetto mette in luce il ruolo determinante di Roma nella formazione del giovane Vasari, nel confronto con l’arte antica e con i modelli della modernità, in particolare Raffaello Sanzio e Michelangelo Buonarroti. È qui che l’artista consolida rapporti con figure centrali della cultura e della politica del tempo, come Bindo Altoviti e Paolo Giovio, che ne favoriscono l’inserimento negli ambienti più prestigiosi.
La mostra restituisce dunque un artista pienamente immerso nelle dinamiche culturali e politiche del proprio tempo, capace di trasformare l’esperienza romana in un momento decisivo della propria vicenda creativa e intellettuale, fino a diventare interprete delle grandi imprese decorative della “Maniera Moderna”, dove architettura, pittura e scultura convergono in un unico sistema espressivo.
Le parole di Massimiliano Smeriglio insistono su questo punto: senza il ruolo di Giorgio Vasari, come artista e primo storico dell’arte moderna con le Vite, non avremmo avuto la Roma rinascimentale come oggi la conosciamo. La mostra testimonia la sua capacità di connettere esperienze artistiche e di trasformare la propria esperienza romana in un passaggio centrale anche per altri artisti, proiettando Roma in una dimensione nazionale e poi internazionale.
Le quattro sezioni della mostra
Le quattro sezioni seguono la cronologia dei soggiorni romani di Vasari: dal primo contatto con l’antico e con Raffaello, al periodo farnesiano e alla Sala dei Cento Giorni, fino al cantiere delle Vite e ai rapporti con Michelangelo e papa Giulio III, per giungere infine agli interventi vaticani per Pio V e alla Sala Regia. Questa articolazione non è meramente cronologica: mostra come Roma diventi progressivamente struttura portante del pensiero vasariano.
Vasari a Roma nel 1532 e nel 1538: lo studio dall’antico e da Raffaello
Quando Vasari giunse a Roma per la prima volta al seguito del cardinale Ippolito de’ Medici, nel gennaio 1532, la città stava rapidamente risorgendo dopo il trauma del Sacco del 1527. Era una città ferita ma già nuovamente magnetica: attraversata da artisti “forestieri”, attratti tanto dall’antico quanto dalla modernità di Raffaello e Michelangelo. Il giovane Vasari, poco più che ventenne, si immerse in questo laboratorio visivo.
Disegnò ogni «cosa notabile allora in Roma», senza distinguere tra pittura, scultura e architettura: un esercizio sistematico dello sguardo che si configurava già come metodo. Le Stanze di Raffaello e la Cappella Sistina si imposero come modelli, ma altrettanto decisivo fu l’impatto con le sculture antiche – dall’Apollo del Belvedere al Laocoonte, fino al Torso – oggetto di nuove sistemazioni nelle collezioni vaticane.
Per Ippolito de’ Medici, Vasari dipinse opere profane ispirate alle Logge Raffaellesche, come una Venere con le Grazie e un Baccanale di satiri. Tuttavia, il ritorno a Firenze segnò una temporanea regressione verso stilemi toscani, visibile nel Cristo portato al sepolcro, dove affiora il retaggio di Rosso Fiorentino. Solo lontano da Firenze, nella Natività di Camaldoli del 1538, riemergono le velature e i bagliori raffaelleschi.
Con la morte di Alessandro de’ Medici nel 1537 e l’elezione di Paolo III Farnese nel 1534, lo scenario mutò radicalmente. Per Vasari si aprirono a Roma nuove prospettive: la città tornò a chiamarlo, ma questa volta come luogo di affermazione.

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Alla corte del cardinale Alessandro Farnese: la Sala dei Cento Giorni e gli artisti “forestieri” (1542–1546)
L’incontro con Bindo Altoviti a Camaldoli segnò una svolta decisiva. Il banchiere fiorentino, vicino a Paolo III, riconobbe il talento di Vasari e gli commissionò l’Allegoria dell’Immacolata Concezione, premiandolo generosamente e introducendolo nei circuiti romani.
Quando Vasari giunse a Roma nel dicembre 1542, portò con sé un capitale simbolico già consolidato. Dipinse per Altoviti una Pietà e una complessa invenzione mitologica con Febo e Diana, opere che attirarono l’attenzione di Paolo Giovio e del cardinale Alessandro Farnese. Da qui l’incarico per l’Allegoria della Giustizia, oggi a Capodimonte: un passaggio chiave per il suo ingresso nella cerchia farnesiana.
La decorazione della Sala dei Cento Giorni alla Cancelleria rappresentò il primo grande cantiere monumentale. Il programma, ideato da Giovio, celebra Paolo III come “remuneratore dei virtuosi” e artefice della Pace di Nizza. Vasari costruì un sistema allegorico complesso, ispirandosi alla Sala di Costantino e alla Volta Sistina, integrando architettura dipinta e figura.
Documenti e disegni testimoniano la precisione progettuale dell’impresa, realizzata anche con l’aiuto di maestranze straniere come Gaspar Becerra. La corte farnesiana si configura infatti come un ambiente internazionale, popolato da “forestieri” come Clovio e Giovanni Bernardi: un microcosmo cosmopolita che riflette la natura stessa della Roma del tempo.
La nascita delle Vite e i lavori per papa Giulio III Ciocchi del Monte (1550-1555)
La nascita delle Vite si colloca in questo clima di conversazione colta e competizione intellettuale. Il celebre episodio narrato da Vasari – la discussione serale con Paolo Giovio e il cardinale Farnese – rivela una tensione tra sapere erudito e conoscenza tecnica: Giovio possedeva il quadro generale, ma mancava della precisione interna all’arte.
Da qui l’intervento di Vasari, chiamato a “mettere le cose a’ luoghi loro”. Nacque così Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, pubblicate in prima edizione nel 1550 da Lorenzo Torrentino. In realtà, la stesura era già avanzata prima del 1546, come dimostrano le testimonianze di Anton Francesco Doni e le lettere dello stesso Giovio.
Il libro organizza la storia dell’arte secondo il primato del disegno e culmina nella figura di Michelangelo. Non è solo una raccolta di biografie: è una costruzione ideologica che trasforma l’esperienza artistica in sistema storico.
Il 1550 segnò anche l’elezione di Giulio III, antico protettore di Vasari. L’artista si precipitò a Roma, ospite di Altoviti, ottenendo importanti commissioni. Tra queste, la cappella in San Pietro in Montorio, realizzata con il consiglio di Michelangelo e la collaborazione di Bartolomeo Ammannati.
Non tutte le imprese ebbero un esito positivo. La Chiamata di San Pietro fu rifiutata dal papa e finì ad Arezzo. Anche il progetto di Villa Giulia, inizialmente affidato a Vasari, passò ad altri – Michelangelo e il Vignola – lasciando nell’artista un senso di esclusione, nonostante la stima reciproca.
Parallelamente, Vasari lavorava intensamente per Altoviti: dipinti, decorazioni e cicli allegorici; ma nel 1554 il sodalizio si interruppe. Le tensioni politiche – Altoviti era antimediceo – resero il legame scomodo per Vasari, ormai orientato verso il ritorno a Firenze e l’ingresso nella corte di Cosimo.
Vasari in Vaticano: le cappelle per Pio V e la Sala Regia (1570-1572)
Dopo la fase romana e la morte di Giulio III, Vasari si affermò definitivamente a Firenze come artista di corte di Cosimo I, partecipando attivamente alla sua politica culturale: dall’Accademia del Disegno agli Uffizi, fino agli interventi urbani e religiosi in linea con la Controriforma.
Il ritorno a Roma avvenne sotto Pio V. Nel 1570, grazie anche alla raccomandazione di Cosimo, Vasari ottenne l’incarico per le cappelle della Torre Pia in Vaticano. Qui realizzò un complesso ciclo decorativo, oggi in parte alterato, ma documentato nelle sue Ricordanze.
L’ultima impresa romana fu la Sala Regia nel 1572, spazio simbolico del potere papale. Con l’aiuto di Lorenzo Sabatini e Denijs Calvaert – sotto il controllo di Gregorio XIII – Vasari dipinse episodi storici e religiosi di forte impatto politico: dalla scomunica di Federico II alla Battaglia di Lepanto. Era un linguaggio celebrativo, costruito come teatro della storia, dove l’immagine diventava strumento di legittimazione.



Per Giorgio Vasari, Roma fu l’epicentro di una formazione artistica elevata e il terreno fertile per la nascita della cultura umanistica e collezionistica che alimenta le Vite, primo vero trattato artistico del Cinquecento dopo le lettere di Pietro Aretino. Senza le frequentazioni romane tra il 1532 e il 1553 – da Ippolito de’ Medici a Bindo Altoviti, fino alla corte farnesiana – il suo percorso non sarebbe stato lo stesso.
Seguendo la cronologia dei soggiorni romani, emerge come Roma sia stata una struttura attiva nella costruzione di Vasari. Qui si forma lo sguardo, si consolidano le reti di potere, si definisce il linguaggio e, soprattutto, nasce l’idea stessa di storia dell’arte. È qui che si definisce quella sintesi tra arte, politica e scrittura che farà di lui l’interprete assoluto della “Maniera Moderna” e l’inventore della Storia dell’Arte come disciplina. Dallo studio dell’antico e di Raffaello fino alla Sala Regia, il percorso romano di Vasari mostra una progressiva integrazione tra pratica artistica e costruzione teorica.
Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e organizzata con MetaMorfosi Eventi in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, la mostra – curata da Alessandra Baroni e accompagnata dal catalogo edito da Gangemi – è concepita come un dispositivo espositivo che unisce la funzione di archivio a quella di narrazione.
Andrete a vedere la mostra Vasari e Roma ai Musei Capitolini – Palazzo Caffarelli a Roma? Fatemelo sapere qui nei commenti, oppure sulla mia pagina Instagram!
Informazioni utili sulla mostra
Vasari e Roma
A cura di Alessandra Baroni
Dal 20 marzo al 19 luglio 2026
Musei Capitolini - Palazzo Caffarelli
Via di Villa Caffarelli, 00186 Roma
Orari: tutti i giorni dalle 09:30 alle 19:30. Ultimo ingresso un'ora prima della chiusura.
Biglietto: intero (Musei Capitolini con mostra Vasari e Roma) 19,50€ / ridotto 14€ / gratuito per i possessori della Roma MIC card, residenti a Roma e città metropolitana e per tutte le categorie previste dalla tariffazione vigente. Il biglietto intero, che include anche la mostra “La Grecia a Roma”, è di 22,50€ e il ridotto 18,50€.
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